Un percorso a rischio di involuzione, Benedetto Saraceno / Il carcere non cura, Valeria
Verdolini / Liberare desideri, Manuele Cicuti; intervista a cura di Giuseppe Riggio SJ
In seguito alla pandemia da COVID-19 si è registrato un aumento generalizzato
dei casi di disturbi psichici, come dimostra l’ultimo Rapporto
salute mentale del Ministero della Salute, pubblicato nel 2024 su dati del
2023 (in <www.salute.gov.it>). Le persone in carico ai servizi psichiatrici
in Italia sono 850mila (quasi l’1,5% della popolazione), di cui 70mila (8%)
hanno tra i 18 e i 24 anni. Il Rapporto mette in luce anche la sofferenza dei
servizi psichiatrici pubblici, in particolare dei Servizi psichiatrici di diagnosi
e cura (SPDC) all’interno degli ospedali e dei Centri di salute mentale
(CSM) territoriali, in cronica carenza di fondi e di personale (come recentemente
denunciato tra gli altri da Cipriano P., La salute mentale è politica,
Fuori Scena, Milano 2025). In tali luoghi, il personale impiegato è costituito soprattutto da psichiatri
e infermieri, mentre ancora troppo pochi sono gli educatori e gli
psicologi. Questo dato mostra come, pure nella gestione delle scarse risorse
a disposizione, si continui a perpetuare un approccio prevalentemente
medico e farmacologico al disagio mentale, con poco spazio per un’adeguata
considerazione dei fattori sociali che sono tra le sue cause e per la
rottura dell’isolamento e dell’emarginazione vissuti da chi ne soffre. A ciò
si aggiunge un clima politico sempre più favorevole all’uso ampio e
deciso di misure coercitive in generale, anche nella gestione di disturbi
psichici gravi, con il rischio di vanificare i progressi sinora compiuti in
ambito legislativo e nelle esperienze di cura.<www.salute.gov.it>
Il nostro Paese detiene infatti un notevole primato: è stato il primo al
mondo ad abolire la struttura dei manicomi, sulla scia di riflessioni ed
esperienze all’avanguardia, portate avanti in particolare da Franco Basaglia
(1924-1980) e dai suoi allievi. Le sue innovative sperimentazioni presso
gli ospedali psichiatrici civili di Gorizia, Colorno (PR) e Trieste furono
d’ispirazione alla storica L. 13 maggio 1978, n. 180, che porta il suo nome.
Eppure, l’abolizione formale dell’istituzione manicomiale, ovvero
la liberazione delle persone che soffrono di disturbi mentali da strutture
più simili a luoghi di detenzione che di cura, doveva costituire solo un
primo passo, pur fondamentale, verso un nuovo modo di intendere la
cura della malattia mentale. Sulla base di un approccio terapeutico più
personalizzato e attento alle radici sociali del disagio (lo stesso Basaglia affermò
che la terapia è chiamata a essere anzitutto «lotta contro la miseria»),
ci si proponeva come obiettivo primario il (re)inserimento delle persone in
contesti relazionali inclusivi, aperti e autentici. Tuttavia, già in fase attuativa
della legge e nel suo recepimento nel territorio furono subito evidenti
le resistenze sistemiche a tale cambio di paradigma da parte di quegli psichiatri
che non si riconoscevano nel modello basagliano, e, non da ultimo,
da parte di una società che continuava e continua a considerare il disagio
mentale come qualcosa da tenere ai margini e il più lontano possibile dalla
vita “normale” delle persone.
Ancora oggi, come in passato, il disagio mentale cade troppo spesso
nelle maglie della criminalizzazione. Secondo dati raccolti dall’Osservatorio
Antigone nel 2024, il 12% delle persone detenute in Italia (quasi
6mila persone) ha una diagnosi psichiatrica grave. La dismissione degli
Ospedali psichiatrici giudiziari nel 2014, ultimo dei “residui manicomiali”,
non ha cambiato la tendenza a scaricare sugli istituti carcerari una quota
significativa di marginalità e disagio mentale, e perpetua di fatto la struttura
del manicomio che si credeva definitivamente archiviata.
A fronte di questi aspetti più preoccupanti, si nota tuttavia anche la
presenza di diverse realtà (case famiglia, residenze protette, cooperative,
associazioni, ecc.), che si affiancano ai servizi pubblici sempre più in crisi e
che provano a essere centri di resistenza rispetto alle derive securitarie,
riallacciandosi all’ispirazione basagliana e ai passi in avanti sinora fatti.
Abbiamo dunque chiesto a Benedetto Saraceno, psichiatra della scuola
di Basaglia, di tracciare una panoramica delle sfide più rilevanti che
attualmente si pongono per la cura del disagio mentale nel nostro Paese.
Valeria Verdolini, sociologa del diritto, ci aiuta ad approfondire il mondo
del disagio psichico in carcere, mentre Manuele Cicuti offre l’esperienza e
la prospettiva di una cooperativa sociale che si impegna in un paradigma
di cura di prossimità.
Basaglia ebbe ad affermare che la psichiatria, nella sua evoluzione come
scienza, si è dimostrata tanto strumento di liberazione quanto di oppressione
(cfr Basaglia F., Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina Editore, Milano
2000), portando in sé sia una vera finalità terapeutica sia lo strumentario
di contenimento di una follia ritenuta estremamente pericolosa non solo
per chi soffre di disagio mentale e i suoi familiari, ma per l’ordine sociale.
In realtà, ci rendiamo conto che la società stessa e la politica mostrano
sempre più segni di quei medesimi disturbi che vorrebbero contenere:
ansia e depressione, per esempio, possono essere oggi facilmente individuate
nella loro dimensione sociale e collettiva. Inoltre, in modo ancora più
rilevante, sono spesso tali “disturbi” della società e della politica a fungere
da veri e propri agenti patogeni per i singoli. Come messo in evidenza dai
presenti contributi, forse la terapia più efficace, tanto per la società quanto
per i singoli, non può che andare nella direzione di una maggiore libertà e
cura delle relazioni, piuttosto che nella contenzione violenta e in altri rimedi
volti solo a neutralizzare i sintomi, lasciando intatte le cause. [Continua]
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