Dal mondo scientifico, la locuzione effetto farfalla è entrata a far parte dell’immaginario collettivo: il battito di ali di una farfalla in Brasile in grado di scatenare un tornado nel Texas è divenuto una metafora evocativa e intuitiva, che esprime quanto possono essere ampie, e in alcuni frangenti anche difficili da prevedere, le conseguenze delle nostre azioni, anche quelle più ordinarie, o di altri eventi. Una constatazione, purtroppo, quanto mai attuale alla luce dello scenario mondiale dopo il 28 febbraio 2026. Non vi è nulla della leggerezza e bellezza del volo di una farfalla nella decisione degli Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran, mentre le gravi ripercussioni a livello politico, economico e sociale che ne sono derivate possono legittimamente essere paragonate a un tornado, che però non si è limitato a colpire una regione, ma il mondo intero.
Effetti a cerchi concentrici
Levando un grido di allarme, l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) ha affermato che «il conflitto in Medio Oriente ha causato la più grave interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero mondiale» (AIE, Sheltering from Oil Shocks. Measures to reduce impacts on households and businesses, Parigi, 20 marzo 2026, 5). Ci troviamo di fronte a una situazione ben più grave di quella verificatesi in occasione della crisi petrolifera del 1973, che portò alla creazione della stessa AIE, e di altre successive. Attualmente, infatti, non solo è stata parzialmente interrotta la fornitura di petrolio e gas naturale proveniente dall’Iran, uno dei primi dieci Paesi produttori a livello mondiale, ma gli attacchi realizzati da tutte le parti in conflitto hanno distrutto o seriamente danneggiato infrastrutture essenziali (impianti di estrazione e stoccaggio del petrolio e del gas, raffinerie, oleodotti) in Iran e negli altri Paesi del Golfo. Il conseguente calo dell’offerta di combustibili fossili si protrarrà a lungo, anche dopo la cessazione delle ostilità, dato che saranno necessari svariati mesi per riparare i danni e riportare la produzione ai livelli precedenti. Soprattutto, pesa in negativo la quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio scambiato sul pianeta e il 17% del gas naturale liquefatto.
In Italia ci rendiamo conto delle conseguenze di questi eventi per l’aumento dei prezzi dei carburanti o dei prodotti sugli scaffali dei nostri supermercati, i cui rincari sono dovuti ai maggiori costi sostenuti per la produzione, l’imballaggio, il trasporto, in alcuni casi per la catena di refrigerazione. In altri Paesi, soprattutto quelli asiatici, più dipendenti dai combustibili fossili del Golfo Persico, la situazione è ben più critica: i Governi delle Filippine, del Myanmar e dello Sri Lanka hanno adottato misure per razionare il carburante e ridurre la settimana lavorativa e previsto sospensioni programmate dell’elettricità per limitare il consumo di energia. Non si tratta però di scenari che riguardano solo economie fragili, dato che alcune di queste misure rientrano nel decalogo di raccomandazioni stilato dall’AIE, ad esempio sulle scelte dei mezzi di trasporto o dei modi usati per cucinare i cibi, rivolto a privati, imprese e Governi di tutto il mondo per limitare le conseguenze negative dell’attuale shock petrolifero.
Certo non è una sorpresa che una crisi nell’approvvigionamento dei combustibili fossili produca un aumento dei costi per viaggiare in auto o in aereo o per scaldare casa. Ma i risvolti della guerra in Iran ci hanno costretto a prendere atto che le conseguenze economiche hanno una portata più ampia: pesano infatti su settori produttivi che normalmente riteniamo meno esposti. È il caso dell’industria cosmetica, che dipende da alcuni derivati del petrolio per la produzione di flaconi in plastica, dispenser, tappi e blister, o dell’agricoltura, dato che circa un terzo del commercio di fertilizzanti a livello mondiale passa per il Golfo Persico. Anche la sanità è toccata: la riduzione della disponibilità dell’elio, un gas naturale di cui il Qatar è uno dei maggiori produttori, non costituisce un allarme nell’immediato, ma a medio termine potrebbe esserlo, visto che viene impiegato per le risonanze magnetiche, oltre che per la produzione di semiconduttori e microchip, utilizzati anche per apparecchiature mediche.
Non è la prima volta
Quanto stiamo vivendo non è molto dissimile da quanto accaduto con lo scoppio della pandemia da COVID-19. Sei anni fa, nel giro di pochi mesi gran parte del mondo si è trovato a dover far fronte a una situazione straordinaria e inattesa, che ha impattato sulla quotidianità di miliardi di persone, sui sistemi produttivi e sulle catene logistiche del commercio internazionale, obbligandoci ad adattare abitudini, stili di vita e procedure per far fronte a un rischio inedito. Lo stesso è accaduto – e può ancora ripetersi – su scale più ridotte a seguito di fenomeni meteorologici estremi, in grado di mettere in ginocchio territori interi.
Pur nella loro diversità, dato il ruolo determinante svolto dagli esseri umani nell’attuale crisi, questi eventi ci restituiscono un’immagine più realistica e fragile della nostra realtà e del nostro sistema economico. I risultati straordinari legati al progresso tecnologico possono averci indotti a credere che i limiti possono essere sempre superati e che i risultati raggiunti sono acquisiti in modo stabile. In particolare, lo sviluppo nell’ambito digitale ha in qualche misura aperto la strada a una minore considerazione, se non a una vera e propria svalutazione, della materialità, quasi considerata una reliquia del passato. Eppure, non si può fare a meno delle infrastrutture fisiche, necessarie per la produzione e il trasporto dei beni materiali e dell’energia. Soprattutto, va riconosciuta l’esistenza di colli di bottiglia, snodi più vulnerabili e critici per l’intera organizzazione produttiva: lo Stretto di Hormuz è un esempio emblematico, non solo per la sua configurazione geografica, ma perché è il passaggio obbligato di materie prime che non possono essere facilmente sostituite. Allargando ancor di più lo sguardo, riconosciamo che il futuro del nostro modello economico alla fin fine dipende da una relazione ancor più fondamentale: quella con il nostro pianeta, le cui risorse non sono illimitate.
Scegliere di gestire i rischi
Nonostante la recente e traumatica esperienza della pandemia, sembra che la crisi scatenata a livello economico dalla guerra in Medio Oriente ci abbia ancora una volta colti di sorpresa e impreparati: ciò rivela la fatica che fanno le nostre società ipermoderne a incorporare i rischi nell’attività ordinaria di gestione e programmazione. Eppure non si tratta certo di un campo inesplorato.
Riuscire a determinare il grado di probabilità che si verifichi un certo evento è il primo passo, compito che ricade sulla classe dirigente (politici, imprenditori, dirigenti della Pubblica amministrazione, altre figure, anche più tecniche, della società civile), in base alle proprie responsabilità e competenze. Questo vale per il blocco dello Stretto di Hormuz, ma ad esempio anche per i territori di cui si conosce la fragilità dal punto di vista geologico, come nel caso delle frane in Molise. Il secondo è dato dal valutare l’impatto per il sistema sociale ed economico se si verifica l’evento temuto, per poterne stimare le conseguenze. Il terzo consiste nella predisposizione di una pianificazione adeguata, in grado di incidere nel presente e modulare gli interventi successivi per raggiungere gli obiettivi stabiliti, tenendo conto dell’evolversi delle situazioni. Se applichiamo queste considerazioni alla questione energetica a partire dalla crisi attuale, che per molti versi era stata già anticipata dagli eventi successivi all’invasione russa dell’Ucraina, è evidente che il ricorso a soluzioni tampone come il taglio delle accise risponde legittimamente a un’urgenza immediata, ma non è una soluzione sistematica. Diverso è stato l’approccio del Green Deal adottato nel 2019, in cui una pianificazione a lungo termine è stata articolata con azioni da realizzare progressivamente: questa scelta, oggi al centro di numerose critiche, ha sollecitato i Paesi, tra cui il nostro, a ridurre la dipendenza da alcune fonti o da alcuni fornitori, tenendo conto al contempo delle esigenze di giustizia, mettendoci in parte al riparo dagli shock esterni, come nel caso della guerra in Medio Oriente.
Esempi analoghi possono essere fatti in altri ambiti, ma in tutti i casi entrano in gioco evidentemente le scelte della classe dirigente, in particolare su due piani che concorrono a promuovere una cultura della gestione dei rischi. Innanzi tutto, la capacità di comunicare in modo chiaro ed efficace, senza alimentare illusioni o creare allarmismi, affinché gli aspetti più problematici, come i rischi meno noti o quelli che possono suscitare più timore, siano effettivamente conosciuti da parte della collettività, per passare progressivamente dalla percezione superficiale di una determinata situazione a una visione più aderente alla realtà. Un secondo aspetto concerne la disponibilità a proporre e a farsi carico di politiche che possono rivelarsi nell’immediato scomode, ma che in prospettiva sono in grado di rendere il sistema sociale ed economico più resiliente. Questo implica anche il coraggio di assumere come punto di partenza la finitezza delle risorse del nostro mondo, l’esistenza di colli di bottiglia inaggirabili, il riconoscimento dei costi economici e sociali da sostenere quando si fanno delle scelte e la determinazione di come saranno distribuiti nella società. Procedere in questa direzione presuppone necessariamente un coinvolgimento consapevole e attivo da parte della società civile, senza la quale nessuna politica volta a una gestione più consapevole e resiliente dei rischi presenti nelle varie dimensioni della nostra vita sarebbe alla fine efficace.
Per questo è necessario un saldo legame di fiducia costruito nel corso del tempo tra governati e governanti, basato non solo sugli eventuali traguardi positivi raggiunti, ma anche sulla capacità di riconoscere errori e fallimenti, cementato in ogni caso dalla volontà di compiere scelte che abbiano una coerenza di fondo ed esprimano l’aver a cuore il bene della collettività. Dopo il tornado scatenato nelle ultime settimane dalla guerra in Medio Oriente, questo rapporto di fiducia si trova sottoposto a un particolare banco di prova in vari Paesi, così come era già accaduto nel corso di crisi precedenti. La credibilità delle istituzioni e la coesione del corpo sociale di domani dipenderanno in buona misura dalla capacità della classe dirigente di oggi nel riuscire, al meglio delle sue possibilità, a governare gli eventi in corso e a proteggere i valori fondamentali: la vita, la pace, la dignità, la giustizia e l’accesso alle risorse essenziali.