La “controriforma” della giustizia minorile e i suoi possibili antidoti, Claudio Cottatellucci /
«Anche questi ragazzi ci appartengono», Monica Cristina Gallo /
Da prete all’IPM, a scuola di umiltà e libertà, Otello Bisetto /
Nessuna vita è un fallimento: il laboratorio Cotti in fragranza, Lucia Lauro
Mare fuori, una serie televisiva lanciata nel 2020 e ambientata in
un immaginario carcere minorile napoletano, ha incontrato una
grande accoglienza in Italia e all’estero, specialmente tra i più
giovani, e ha aperto una finestra su un mondo prima decisamente poco conosciuto
e rappresentato, quello degli Istituti penali per minorenni (IPM).
Tale successo tuttavia stride con il modo in cui la società italiana
si confronta con il disagio giovanile che sfocia in atti criminosi, che la narrazione mediatica spesso semplifica e riduce al fenomeno delle baby
gang. Questo approccio, in maniera ancor più allarmante, si ritrova nella
politica, e in particolare nei provvedimenti adottati dall’attuale Governo,
che ha fatto del contrasto alla microcriminalità uno dei suoi cavalli
di battaglia, tanto durante la campagna elettorale quanto nei successivi
interventi legislativi. Tra i provvedimenti più recenti e significativi in
materia c’è il “decreto Caivano”, a riprova di
quanto sia potente l’inquietante deriva del populismo penale (cfr Pipitone
A. – Zucca G., «La società civile entra in carcere», in Aggiornamenti
Sociali, 1 [2025] 55-62).
In pochi tra media e istituzioni sembrano veramente interessati
alla sorte dei circa cinquecento giovani che oggi affollano i diciassette
IPM presenti nel Paese. Proprio e principalmente a causa del decreto
Caivano, i detenuti in queste strutture non sono mai stati così tanti da
oltre dieci anni, né mai così giovani, con un’età media tra i 16 e i 17 anni
(cfr Prospettive minori. VII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile e
gli Istituti penali per minorenni, 2024, <www.ragazzidentro.it>).
Come già succede per gli adulti, sempre di più si ricorre al diritto
penale e al sistema carcerario per neutralizzare o almeno nascondere
il disagio che colpisce persone che già si trovano in condizione di
emarginazione, in molti casi stranieri, tra cui anche minori non accompagnati,
scegliendo deliberatamente di non affrontare le cause sociali
all’origine degli atti criminosi. Gli ultimi interventi legislativi, nel loro
intento primariamente repressivo, stanno inoltre rendendo ancora più
difficile portare avanti progetti a favore dei giovani detenuti e prevedere percorsi alternativi alla carcerazione, che potrebbero in modo ben più
efficace offrire loro una via d’uscita e abbattere i tassi di recidiva, che
restano alti.
In cerca di uno sguardo più profondo e completo sulla realtà dei minori
detenuti, abbiamo chiesto a Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione
italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia (AIMMF),
di tracciare un quadro sulla normativa vigente, e a Monica Cristina Gallo
di raccontare la sua esperienza di contatto diretto con i giovani detenuti
nel ruolo di Garante dei diritti delle persone private della libertà personale
del Comune di Torino. Abbiamo poi dato spazio alla testimonianza di
due persone impegnate ad accompagnare i minori detenuti in percorsi di
ricostruzione della propria vita: don Otello Bisetto, cappellano dell’IPM di
Treviso, e Lucia Lauro, responsabile del progetto Cotti in fragranza, nato
nell’IPM di Palermo. La diagnosi, per più versi impietosa, dell’attuale stato
della giustizia minorile nel nostro Paese, si accompagna così alla voce di
chi incontra quotidianamente le vite e le storie di coloro che vivono l’esperienza
della reclusione, riconoscendovi i semi di un futuro che chiede di
essere accompagnato a crescere. [Continua]
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