ArticoloDialoghi
Violenza di genere: costruire insieme una cultura del rispetto
Educare alle emozioni per disinnescare la violenza, Gino Cecchettin / In ascolto delle donne, Sabrina Ignazi – Ileana Montagnini / La violenza passa anche per l’economia, Olga Cola / Fare rete contro la violenza di genere, Nazario Costante
Quando leggiamo la notizia di un episodio di violenza contro una
donna, dovremmo ricordarci di un dato scomodo: ciò che diviene
pubblico è soltanto la punta di un iceberg, perché sono ben
più numerose le storie che non diventano titoli di giornale, ma restano confinate nel silenzio all’interno delle relazioni affettive o professionali.
Raccontare questi episodi, con il dovuto rispetto e attenzione, è necessario
per riportare l’attenzione su un fenomeno di cui non sempre
è percepita la gravità e aiutare coloro che si trovano in tali situazioni
a dare un nome a quanto vivono, e venire a conoscenza di strumenti
a loro disposizione per interrompere la violenza. Permette, inoltre, di
prendere coscienza dei fattori culturali che costituiscono un terreno favorevole
alla violenza sulle donne e al perpetuarsi di una disparità di potere
tra i generi, che si traduce in discriminazioni e limitazioni all’autonomia.
Sul piano della consapevolezza culturale e sociale, il nostro Paese
avanza, ma lentamente, come mostrano bene alcuni interventi legislativi
che sono stati possibili solo quando è maturata una sufficiente sensibilità
sociale. Si è dovuto attendere il 1975 per la riforma del diritto di
famiglia che ha introdotto la parità giuridica tra i coniugi (L. 19 maggio
1975, n. 151). La violenza sessuale è stata riconosciuta come reato contro
la persona, anziché contro la moralità pubblica, solo nel 1996 (L. 15
febbraio 1996, n. 66). Più di recente, con la L. 2 dicembre 2025, n. 181,
è stato introdotto il reato di femminicidio, una scelta politica importante
non tanto per il valore deterrente, che è comunque limitato, ma per
quello preventivo, perché segnala l’importanza di un valore – la dignità
delle donne – per cui vanno costruite tutele adeguate (cfr Riggio G.,
«Femminicidi, le leggi da sole non bastano», in Aggiornamenti Sociali, 1
[2026] 3-7). Nel corso di questi decenni si è progressivamente passati
dalla considerazione della sola violenza fisica al riconoscimento di
altre forme, talvolta meno visibili, che pongono le donne in condizione
di pericolo e di perdita di autonomia. È il caso della violenza
economica, che cristallizza un modello in cui gli uomini hanno un ruolo
preminente rispetto alle donne nelle decisioni che riguardano la gestione
delle risorse della famiglia.
Nonostante i passi in avanti, vi è ancora molto da fare perché una cultura
del reciproco rispetto tra uomini e donne si radichi nel nostro Paese
e venga assunta da tutte le generazioni, non soltanto le più giovani, che
su questo tema sono più sensibili e ricettive. Per giungere a questo esito
vanno smascherati e smontati numerosi stereotipi di genere, vanno
cambiati linguaggi e narrazioni che alimentano una cultura aggressiva
e del controllo. Soprattutto va riconosciuto che è necessario un profondo
lavoro educativo, che coinvolga tanto gli uomini quanto le donne.
Per questo sono importanti le occasioni di dialogo e riflessione, come il
convegno promosso ad aprile 2026 dal Servizio per la Pastorale sociale
e il lavoro della diocesi di Milano, di cui riprendiamo qui gli interventi.
Da prospettive diverse per competenze ed esperienze, gli autori – Gino
Cecchettin della Fondazione Giulia Cecchettin, Sabrina Ignazi e Ileana
Montagnini di Caritas ambrosiana, Olga Cola di Women Care ETS e don Nazario Costante della diocesi di Milano – partono dalla lettura del
fenomeno della violenza di genere per sollevare interrogativi e proporre
strumenti per decifrare gli stereotipi di genere retaggio della cultura patriarcale,
avere uno sguardo lucido e consapevole e, se necessario, capire
quando è necessario chiedere aiuto. [continua]
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