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Vaccinarsi: un dovere di fraternità

Con l’inizio della campagna vaccinale varie voci hanno sottolineato come vaccinarsi non sia un obbligo, ma una responsabilità etica. La decisione personale sulla vaccinazione si colloca nello snodo tra libertà personale e responsabilità per il bene comune. Alcuni documenti magisteriali recenti aiutano a riflettere sui valori in gioco e sui criteri per la loro composizione.
Fascicolo: febbraio 2021

A oggi i vaccini rappresentano la più concreta speranza di contrastare la pandemia da COVID-19 e la conseguente emergenza sanitaria, sociale ed economica che attanaglia il mondo intero. La campagna vaccinale dovrà essere accompagnata da altre misure sanitarie e socioeconomiche, ma in questo momento resta un fattore cruciale. Il suo successo dipenderà dall’intreccio di tre fattori.

 

Il primo è l’effettiva qualità dei vaccini, cioè la capacità di suscitare per un tempo sufficientemente lungo una reazione immunitaria in grado di consentire alle persone vaccinate di resistere alla malattia, riducendo così il numero di vittime e il sovraccarico del sistema sanitario. Se poi producessero l’immunità dal contagio e non solo l’azzeramento o l’attenuazione delle manifestazioni cliniche – è ancora troppo presto per dirlo –, più rapidamente si arresterebbe l’epidemia e raggiungeremmo l’immunità di gregge. I risultati della sperimentazione dei vaccini (cfr Bossi M., «Il vaccino che verrà», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2021] 53-58) legittimano attese positive, ma devono essere confermati a livello della popolazione generale.

 

Il secondo fattore critico è la disponibilità di dosi sufficienti a immunizzare il maggior numero di persone possibile (idealmente l’intera popolazione) in tutto il mondo. Altrimenti l’epidemia continuerà a essere una minaccia più o meno latente. In base ai contratti di fornitura finora conclusi, le dosi dei vaccini già approvati (per l’UE Pfizer/BioNtech e Moderna al momento in cui scriviamo) saranno sufficienti a coprire nel primo semestre 2021 solo una frazione relativamente ridotta della popolazione italiana1, e ancora minore di quella mondiale.

 

Infine, altrettanto cruciale sarà la disponibilità a essere vaccinata di una quota sufficientemente ampia della popolazione, stimata tra il 70% e il 90%. Se non si raggiunge questa soglia, i vaccinati potranno essere più tranquilli, ma continueremo a essere alle prese con un elevato numero di contagi e decessi e con il sovraffollamento degli ospedali. Anche se non sono ancora disponibili dati sufficientemente consolidati, alcuni indicatori lasciano prevedere che la resistenza alla vaccinazione possa risultare piuttosto elevata, con significative variazioni da Paese a Paese.

 

Tra scienza, politica ed etica sociale

Il primo fronte chiama in causa le potenzialità della ricerca in campo biomedico, quindi le capacità dei ricercatori, ma anche le scelte di investimento privato e pubblico nel settore, oltre al rigore delle autorità regolatorie, con la consapevolezza che i tempi tecnici delle fasi sperimentali non sono comprimibili oltre un certo limite, a meno di compromettere la validità dei risultati. L’emergenza non può diventare il pretesto per derogare a prudenza e precauzione, specie in campo sanitario.

La questione della disponibilità dei vaccini rimanda alla capacità produttiva dell’industria farmaceutica, e quindi ancora alle scelte di investimento, privato e pubblico, e di politica industriale di lungo periodo: non bastano certo pochi mesi per attrezzare laboratori in grado di trovare vaccini efficaci e impianti capaci di produrli. Poi, soprattutto per quanto riguarda la definizione del prezzo dei vaccini e quindi la possibilità di accesso anche per i Paesi poveri, riaffiora l’antico dibattito sul bilanciamento tra diritti di proprietà intellettuale (i brevetti) e bene comune. A livello globale non siamo ancora riusciti a trovare una modalità soddisfacente di comporre la logica del mercato, imperniata sulla remunerazione del capitale investito (la massimizzazione dei profitti o del valore degli azionisti, in termini tecnici), con la promozione di beni comuni quali la salute globale. Il risultato è che i vaccini, come ogni altro prodotto di mercato, sono disponibili per chi se li può permettere, anche se in questo caso normalmente a pagare non sono i cittadini – le vaccinazioni sono gratuite – ma gli Stati, che dispongono di maggiore forza contrattuale. Alcuni produttori hanno annunciato l’intenzione di mettere a disposizione il vaccino a prezzi calmierati, coprendo i costi senza generare profitti, ma la scarsa trasparenza che circonda i contratti di fornitura non permette di farsi idee chiare a riguardo. Sul problema Aggionamenti Sociali ritornerà nei prossimi mesi con un contributo attualmente in preparazione.

 

Tuttavia, anche prezzi molto ridotti potrebbero rivelarsi proibitivi per Paesi a reddito basso o bassissimo, perché occorre considerare anche i costi di distribuzione e somministrazione. A dispetto dello slogan «Nessuno sarà al sicuro finché tutti non saremo al sicuro» («No one is safe until everyone is safe»), non si vede ancora traccia di meccanismi per dare attuazione a questa affermazione di solidarietà a livello internazionale. Nella contrattazione delle forniture, l’UE ha mostrato la validità di un approccio sovranazionale, scongiurando la competizione tra i Paesi che si sarebbe tradotta in un vantaggio economico per i produttori e in sgradevoli disuguaglianze tra i cittadini UE. A livello globale non possiamo non notare la mancanza di istituzioni analoghe, dotate dei poteri necessari per prendersi cura del bene comune di tutti gli abitanti del pianeta: è un punto critico che la dottrina sociale della Chiesa ha sollevato molte volte fin dall’enciclica Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII (cfr in particolare i nn. 68-75). Sia Benedetto XVI (cfr Caritas in veritate, 2009, n. 67), sia papa Francesco (cfr Laudato si’, 2015, n. 175) hanno ribadito il punto con grande forza.

 

Infine, anche l’accettazione dei vaccini da parte della popolazione rimanda a questioni cruciali della politica e della cultura del nostro tempo: dalle fake news, che possono rivelarsi mortali quando spingono a compiere scelte sbagliate e che in anni recenti si sono molto diffuse proprio riguardo ai vaccini, alla fiducia nelle istituzioni politiche e scientifiche2, alle modalità di comunicazione dei risultati della ricerca scientifica e di mediatizzazione del dibattito tra scienziati.

 

La libertà vaccinale esige la responsabilità vaccinale

Ma la questione si pone anche a un altro livello: nel momento in cui diventa disponibile, il vaccino interpella ciascuno a compiere una scelta, in cui si intrecciano la libertà personale e la responsabilità per il bene comune, che smette di essere un concetto astratto e prende una forma concreta.

 

Vaccinarsi è scelta personale, che la legge rispetta non imponendola, ma non individuale, nel senso che richiede di considerare il legame con la collettività di cui ciascuno fa parte. Il caso è diverso dalla stragrande maggioranza dei trattamenti sanitari, quali interventi chirurgici o terapie magari ben più invasivi e rischiosi di una vaccinazione: chi li rifiuta, si espone a un rischio, ma decide sostanzialmente per sé, tenendo conto della cerchia dei propri cari, in particolare quelli verso cui ha delle responsabilità. Invece, anche tenendo conto del rischio remoto che sempre presenta, e salvo gravi controindicazioni che la rendano sconsigliabile, come nel caso di allergie, chi rifiuta la vaccinazione espone a un rischio non solo se stesso, ma anche altri. La sua scelta rallenta il contenimento della pandemia, in quanto continuerà a essere potenzialmente contagiabile e quindi contagioso, a danno di tutti coloro che non possono essere vaccinati o su cui la vaccinazione non ha effetto: la loro protezione dipende dalla copertura vaccinale altrui e dal raggiungimento dell’immunità di gregge. E con un onere aggiuntivo per la collettività, a causa del protrarsi del sovraccarico del sistema sanitario.

 

Non sono mancati nelle prime settimane dell’anno moniti autorevoli in questo senso, a partire da quello del presidente Mattarella, che nel tradizionale messaggio di fine anno ha affermato: «Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere». Anche papa Francesco, nell’intervista trasmessa da Canale 5 il 10 gennaio, ha dichiarato che vaccinarsi «È un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri».

 

Negli ultimi giorni del 2020 due documenti vaticani avevano affrontato la questione in modo più organico. Il primo è la Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-COVID-19, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della fede il 21 dicembre. Il tema principale è la considerazione della liceità dell’utilizzo di vaccini nel cui processo di ricerca e sperimentazione sono state utilizzate linee cellulari ottenute come esito di aborti procurati: è il caso di tutti i vaccini approvati o prossimi all’approvazione nei Paesi occidentali, sia pure con situazioni differenziate3. Dopo aver risolto positivamente la questione «con coscienza certa che il ricorso a tali vaccini non significhi una cooperazione formale all’aborto dal quale derivano le cellule con cui i vaccini sono stati prodotti» (n. 3) e giustificandone l’uso a fronte del grave rischio pandemico che consentono di contenere, la Nota prosegue con un’affermazione che ha suscitato un’eco mediatica assai inferiore: «la moralità della vaccinazione dipende non soltanto dal dovere di tutela della propria salute, ma anche da quello del perseguimento del bene comune» (n. 5); termina poi ricordando che «vi è anche un imperativo morale […] di garantire che i vaccini […] siano accessibili anche ai Paesi più poveri e in modo non oneroso per loro» (n. 6). Pochi giorni dopo, il 29 dicembre, queste argomentazioni sono state rilanciate dalla Nota della Commissione vaticana COVID-19 in collaborazione con la Pontificia Accademia per la Vita, intitolata Vaccino per tutti. 20 punti per un mondo più giusto e sano, che le declina nel contesto concreto della campagna vaccinale in corso, con una particolare attenzione alla garanzia di un accesso davvero universale al vaccino.

 

La fraternità a presidio della libertà

In questo contesto, chi rifiuta la vaccinazione si avvicina alla posizione che la riflessione etica chiama del free rider, colui che desidera i vantaggi e i benefici offerti dalla collettività senza farsi carico dei corrispondenti oneri: l’esempio tipico è l’evasore fiscale. In un mondo ipotetico in cui tutti sono vaccinati eccetto uno solo, l’unico non vaccinato si troverebbe infatti al riparo dal contagio grazie alla vaccinazione altrui. Ma se ciascuno cercasse di occupare questa posizione, nessuno accetterebbe di essere vaccinato e rimarremmo tutti privi di protezione.

 

Nella recente enciclica Fratelli tutti (2020), papa Francesco riflette sul modo per non rimanere invischiati nelle contraddizioni delle derive individualistiche articolando libertà e fraternità. In particolare nota come «senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, […] la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine» (n. 103). Difficile immaginare una esemplificazione di queste parole migliore della situazione che stiamo vivendo. La pandemia ci ha costretto a subire pesanti compressioni della nostra libertà. L’immunità promessa dai vaccini rappresenta la speranza di uscire da questa situazione, ma solo a condizione di una loro sufficiente diffusione. In altre parole, servono oggi scelte personali ispirate alla fraternità, cioè aperte alla considerazione dei vantaggi e dei rischi collettivi e non solo individuali della campagna vaccinale. Altrimenti i tanti muri e divieti con cui si scontra ogni giorno la nostra libertà faticheranno a cadere. Ugualmente abbiamo bisogno di politiche ispirate alla fraternità, ad esempio per quanto riguarda l’accesso universale ai vaccini, se non vogliamo rischiare che le nostre libertà risultino illusorie perché confinate in ambiti spaziali ridotti e costantemente minacciati. Come scrive papa Francesco, «La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna». L’inganno più grande è proprio quello di farci ritenere possibile la libertà senza il contributo della fraternità. Oggi tocchiamo con mano che tutelare la libertà di ciascuno, oltre che la sicurezza di tutti, richiede di compiere scelte di fraternità.

 

 

Note

 

1. Sulla base della ripartizione dei lotti acquistati dall’UE, nel primo semestre 2021 spettano all’Italia circa 22 milioni di dosi da Pfizer/BioNtech e Moderna, sufficienti a vaccinare circa 11 milioni di persone su una popolazione di circa 60 milioni (cfr la pagina dedicata del sito de Il Sole 24 Ore, «Vaccini in tempo reale», <https://lab24.ilsole24ore.com/numeri-vaccini-italia-mondo>). Per questo è tanto importante l’esito del processo di approvazione del vaccino AstraZeneca, di cui nello stesso periodo l’Italia attende oltre 40 milioni di dosi.

 

2. Ad esempio, negli Stati Uniti è nota la diffidenza della popolazione afroamericana nei confronti delle istituzioni sanitarie pubbliche, legata al fatto di essere stata coinvolta in passato in sperimentazioni a propria insaputa. Si teme di conseguenza una minore adesione alla campagna vaccinale degli afroamericani, pur particolarmente colpiti dalla pandemia.

 

3. A riguardo, con maggiori dettagli tecnici rispetto alla Nota, ma identica conclusione, cfr il documento della Conferenza episcopale degli Stati Uniti Rhoades K.C. – Naumann J.F. (Chairmen of the Committee on Doctrine and the Committee on Pro-Life Activities, United States Conference of Catholic Bishops) (2020), Moral Considerations regarding the new COVID-19 Vaccines, USCCB, 14 dicembre 2020, poi ripreso dagli episcopati di vari Stati americani.

 

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