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Una terza via per lo sviluppo alpino

La foresta che cresce ai piedi delle Dolomiti non è solo quella devastata dalla tempesta Vaia nell’autunno del 2018. È anche quella legata alle moltitudini di turisti consapevoli e soprattutto di piccoli produttori agricoli, imprenditori illuminati del settore dell’accoglienza e della piccola e media impresa, neoruralisti2 e “ritornanti”, ma anche professionisti collegati a distanza, ricercatori, amministratori pubblici e coloro che sono alla ricerca di una migliore qualità della vita e vedono nelle Alpi un luogo generativo per reimpostare un nuovo rapporto fra umanità e natura, fra economia e territorio.

Le due facce della stessa medaglia

A questa crescita silenziosa e spesso appartata si contrappone il fragore di soluzioni di grande impatto mediatico che puntano a risolvere i problemi della montagna (l’abbandono, lo spopolamento e la fuga dei giovani) con grandi quanto effimeri eventi, come le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Questo approccio, che potremmo definire esogeno al contesto alpino, è destinato, come nel caso di Torino 2006, a trasformarsi in un cantiere di opere non funzionali allo sviluppo permanente della montagna all’interno di operazioni che riflettono un modello superato e fuori scala rispetto alle reali problematiche di questi territori. Questo modello affonda le proprie radici in un immaginario delle Alpi bifronte, che possiamo definire «le due facce della stessa medaglia»3. La prima faccia è la concezione illuminista, orientata a definire lo spazio alpino come una sorta di laboratorio scientifico e di serbatoio di risorse per la pianura; la seconda è la concezione romantica, che lo considera una sorta di “terreno di gioco” per l’avventura e la ricerca del sublime4 . Entrambe queste visioni maturano sul finire del XVIII secolo nel contesto culturale della borghesia emergente delle grandi città europee e contribuiscono in maniera irreversibile a quella «costruzione delle Alpi»5 che proietta sulla montagna il punto di vista, i bisogni e le aspirazioni della cultura urbana. La montagna alpina corre pertanto il rischio di diventare un grande spazio artificiale destinato all’intrattenimento, intervallato da grandi vuoti, frutto del processo di rinselvatichimento e rinaturalizzazione seguito all’abbandono da parte delle comunità alpigiane. Territori da sempre presidiati dalle popolazioni di montagna, contrassegnati dai limiti ecologici imposti dalle terre alte a cui si è risposto grazie alla capacità di elaborare strategie sostenibili6 di insediamento e sviluppo, rischiano di ridursi e semplici appendici e periferie delle “città infinite” e delle pianure. Per evitarlo è necessario riprendere il cammino interrotto dello sviluppo della montagna alpina in un’ottica di sostenibilità, cooperazione, autogoverno e autonomia.

Una tradizione di autonomia da rinnovare

Nell’attuale congiuntura storica, le comunità montane sono chiamate a definire autonomamente un loro destino elaborando una vera e propria terza via, alternativa sia al modello espansivo dei grandi luna park sia alla deriva della wilderness (natura incontaminata) di ritorno. Questa terza via deve fare tesoro della storia e della tradizione legata alla costruzione sociale dello spazio alpino e che sappia elaborare un modello di sviluppo coerente con la montagna e i principi di un’economia legata al territorio e alla sostenibilità, a partire dalla capacità di autogestione delle comunità locali e dal rispetto dei limiti imposti dalla morfologia delle terre alte.

Il paesaggio alpino che ancora oggi conosciamo grazie ai territori terrazzati, alle foreste coltivate, ai pascoli alti e agli alpeggi, è il risultato di un processo storico che si sviluppa a partire dal tardo Medioevo come sintesi fra capacità di adattamento, gestione sussidiaria dei fondi rurali, auto-organizzazione e autogoverno delle comunità locali7. L’epopea dei dissodatori8, cioè dei coloni che a partire dall’anno Mille occuparono stabilmente le terre alpine addirittura sopra i duemila metri, fu possibile grazie al ruolo di intermediazione fra il potere feudale e le comunità territoriali operato dai principati vescovili e dal particolare contesto giuridico e amministrativo del Sacro romano impero. Alla base di questo progetto sociale di emancipazione si collocano istituzioni fondamentali quali il contratto di affitto ereditario, tramite il quale il contadino di montagna si affranca dalla servitù della gleba per diventare uomo libero, e istituzioni politiche quali gli Stati di passo9 e le Magnifiche comunità, che consentono una gestione collettiva e partecipata delle nascenti autonomie. Tali istituzioni rappresentano le matrici originarie delle moderne autonomie delle Alpi, le cui espressioni più significative sono oggi rappresentate dalla Valle d’Aosta, dalla Confederazione elvetica, dai Land austriaci e dal Trentino-Alto Adige.

Perché le classi dirigenti di un millennio fa riuscirono a concepire un progetto di insediamento facendo leva su politiche pubbliche e forme giuridiche innovative, mentre oggi la montagna alpina è attraversata dall’incubo dell’abbandono, della marginalità e della mancanza di attenzione, anche finanziaria? Una prima risposta potrebbe essere ricercata nel processo di emarginazione delle Alpi a seguito dell’avvento degli Stati nazionali e della fine degli Stati di passo, così come nell’imporsi dell’orizzonte esclusivo del mercato come conseguenza della globalizzazione. Queste dinamiche hanno di fatto messo la montagna fuori gioco sul piano della competitività economica, relegandola a un ruolo di ancella turistica del neoliberismo. Per riprendere il cammino interrotto e riconsegnare alle Alpi una possibilità di futuro, sono quattro le strategie che sostanziano la terza via dello sviluppo alpino.

Quattro obiettivi strategici per salvare le Alpi

Le Alpi rappresentano innanzitutto la più grande oasi naturalistica all’interno dell’Europa, da cui si originano i più grandi fiumi e le maggiori riserve d’acqua dolce del vecchio continente e all’interno della quale vivono e si conservano migliaia di specie animali e vegetali. Le Alpi sono inoltre una grande cerniera geografica, morfologia, climatica, ma anche culturale, linguistica e politica. Sono una terra di incontro, raramente di scontro, e soprattutto sono un territorio dinamico all’interno del quale sono transitate le maggiori correnti culturali, letterarie e artistiche europee, facendone un crogiuolo di contaminazione, scambio e confronto unico nel suo genere. Al loro interno si susseguono inoltre grandi distretti turistici e dell’intrattenimento, centri di eccellenza sul piano della produzione e della ricerca, oltre a una moltitudine di piccole e medie imprese fra le più avanzate del mondo. Sono un sistema, sicuramente non omogeneo e coeso, che ha saputo però esprimere interessanti forme di autogoverno e auto-organizzazione sociale, come nel caso delle esperienze cooperative di don Lorenzo Guetti e di Friedrich Wilhelm Raiffeisen10. Per storia e tradizione, e anche perché sono le montagne più antropizzate del pianeta, le Alpi sono infine il territorio ideale per sperimentare un modello di sviluppo coerente con il rispetto dei limiti al consumo delle risorse naturali e meritano pertanto di essere messe al centro dell’attenzione di una comunità internazionale alle prese con la più delicata transizione energetica ed ecologica della propria storia.

Le Alpi come tòpos della sostenibilità ambientale

Per questi motivi, le Alpi possono diventare un vero e proprio tòpos della sostenibilità ambientale, vale a dire un luogo vocato, specializzato e particolarmente attrattivo per tutte quelle persone, imprese, realtà associative, intellettuali, comunicatori, ricercatori, produttori, imprenditori che guardano con speranza e apprensione alle sorti del pianeta e intendono investire le proprie energie nella costruzione di un modello economico e sociale compatibile con la natura e i suoi limiti. Le Alpi possono costituire il prototipo, il paradigma, il modello applicativo di un’economia circolare, attenta al risparmio, allo sviluppo delle reti regionali e locali, all’autonomia energetica e alla sovranità alimentare, aperta a un confronto senza filtri o veti ideologici sul tema della decrescita felice, nella consapevolezza che la montagna non potrà mai competere con la pianura in termini di prezzo e produttività.

La macroregione alpina

La scelta delle Alpi come prototipo della sostenibilità ambientale necessita di una politica forte sul piano tanto strutturale quanto istituzionale. Per questo è necessario che il territorio di circa 190mila kmq individuato dalla CIPRA (Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, <www.cipra.org>) assuma le caratteristiche di una vera e propria macroregione europea: un’entità amministrativa unitaria, in grado di elaborare politiche comuni a tutti i livelli sulla base dell’esperienza consolidata delle euroregioni esistenti, ma con un livello di armonizzazione e visione strategica coerente con l’obiettivo di dare un futuro alla montagna e salvaguardare questo inestimabile patrimonio ambientale, storico ed umanistico.

Un progetto per il reinsediamento e il ripopolamento della montagna

Un progetto di sviluppo efficace della montagna non può fare a meno delle politiche pubbliche. È questo il salto di paradigma più importante da compiere a livello sia degli Stati nazionali sia dell’Unione Europea. La storia dell’insediamento alpino dimostra che la risalita “a salmone” verso le terre alte non è un’impresa volontaristica e individuale. Lo sviluppo alpino appartiene alla storia collettiva delle rispettive comunità e alla volontà politica dei governi centrali. Per questo è necessario riconnetterci con i tempi biologici della natura attraverso politiche di lungo respiro, in grado di ripensare al futuro delle Alpi fra cinquanta o cento anni. Su questa base diventa possibile elaborare un progetto che parta dalla necessità di rendere nuovamente attrattive queste montagne per i giovani, attraverso una nuova impalcatura infrastrutturale fatta di reti e connessioni, piattaforme e sistemi di mobilità alternativa, politiche di welfare e per la casa, riforme fondiarie, semplificazioni burocratiche e sgravi fiscali, per accompagnare le nuove generazioni alpigiane verso la realizzazione di un modello di sviluppo e di relazioni sociali in grado di vincere la sfida della sostenibilità11.

Le Alpi come laboratorio per il futuro

Le montagne sono un luogo irriducibile alla semplificazione economicistica e racchiudono altri valori sul piano culturale, letterario, artistico e spirituale, come testimoniato da tutte le religioni che hanno sempre guardato ai grandi rilievi come a luoghi di tensione verso il sublime, intuizione creativa, ricerca interiore e manifestazione del divino. Per questo è importante sostenere un progetto di rilancio delle Alpi anche con un progetto culturale, che ne faccia un vero e proprio laboratorio aperto sul futuro e il benessere dell’umanità, così da esercitarci nella ricerca di un avvenire meno incerto per la nostra civiltà attraverso il recupero di un equilibrio rinnovato con noi stessi e la natura.

 

Note

 

1. Nato a Trento nel 1962 e laureato in filosofia, Walter Nicoletti è giornalista. In Trentino-Alto Adige ha diretto radio e televisioni private e dalla metà degli anni Novanta si occupa di agricoltura di montagna, divulgazione e formazione sui temi dello sviluppo rurale. Attualmente conduce la rubrica Buonagricoltura sulla rete televisiva Trentino TV. Da novembre 2024 è presidente delle ACLI trentine. Recentemente ha pubblicato il saggio Le Alpi per ricominciare. Una nuova alleanza fra umanità e natura, ViTrenD, Trento 2025.

2. Il termine neoruralismo indica la tendenza di persone stanche della vita urbana a trasferirsi in zone rurali alla ricerca di uno stile di vita più semplice, a contatto con la natura, in nome dell’autosufficienza e della valorizzazione del territorio, anche attraverso la sperimentazione di nuove forme di comunità rurali sostenibili.

3. Cfr NICOLETTI W., Le Alpi per ricominciare. Una nuova alleanza fra umanità e natura, ViTrenD, Trento 2025.

4. A riguardo, cfr CAMANNI E., «Le Alpi non sono un “terreno di gioco”», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2026) 10-14 [N.d.R.].

5. Cfr DE ROSSI A., La costruzione delle Alpi. Immagini e scenari del pittoresco alpino (1773-1914), Donzelli, Roma 2014; ID., La costruzione delle Alpi. Il Novecento e il modernismo alpino (1917-2017), Donzelli, Roma 2016.

6. Cfr BÄTZING W., Le Alpi. Una regione unica al centro dell’Europa, Bollati Boringhieri, Torino 2005.

7. A riguardo, cfr VILLA M., «Domini collettivi: un adattamento climatico intelligente», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2026) 15-19 [N.d.R.].

8. Cfr SALSA A., I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli, Roma 2019.

9. Per Stati di passo si intendono quelle entità politiche e comunità autonome che si formarono nelle Alpi, a cavallo dello spartiacque, controllando i valichi montani e le vie di comunicazione che li attraversano e godendo di indipendenza o elevata autonomia rispetto ai poteri centrali. Ne sono un esempio i Cantoni svizzeri, il Tirolo o la Savoia.

10. Friedrich Wilhelm Raiffeisen (1818-1888), politico tedesco, diede inizio al movimento delle casse rurali e cooperative di credito come risposta alle necessità dei contadini poveri della regione dell’attuale Renania-Palatinato. Portano ancora oggi il suo nome numerose banche di credito cooperativo nei Paesi di lingua tedesca (compreso l’Alto Adige) e in Europa centro-orientale.
Don Lorenzo Guetti (1847-1898) fu un sacerdote e politico che, ispirandosi all’opera di Raiffeisen, diede inizio al movimento cooperativo nel territorio dell’attuale Trentino. Nel 1897 fu eletto tra i rappresentanti trentini al Parlamento di Vienna. Per maggiori informazioni cfr <www.archiviodonguetti.org>.

11. A riguardo, cfr SERRA F., «Abitare il futuro della montagna: comunità, welfare e nuove economie», in Aggiornamenti Sociali, 1 (2026) 27-30 [N.d.R.].

4 febbraio 2026
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