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Quali decisioni in un clima di guerra? I negoziati intermedi di Bonn

I negoziati intermedi sul clima (più precisamente, la conferenza degli SBI e SBSTA, i “corpi” tecnici della convenzione ONU sui cambiamenti climatici), che si sono conclusi il 27 giugno a Bonn, avevano lo scopo di spianare la strada alla COP30, la conferenza politica a cui parteciperanno i Capi di Stato e di Governo, che si terrà a Belém (Brasile) il prossimo novembre. Ma il risultato finale riflette invece una situazione conflittuale che si è tradotta in uno stallo diffuso degli accordi. Vediamoli punto per punto.

Adattamento, ossia gli interventi soprattutto infrastrutturali necessari per fare fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici: le discussioni si sono arenate soprattutto sui temi della finanza e sugli indicatori per valutare l’efficacia delle azioni di adattamento, a livello nazionale e globale. Si tratta del global Goal on Adaptation (GGA), stabilito dall’Accordo di Parigi per incrementare la resilienza dei territori a livello globale; per valutarne lo stato di avanzamento sono necessari dei parametri comuni ma non esiste ancora un consenso. Anche i Piani nazionali di adattamento (National Adaptation Plans, NAPs), che sono strumenti fondamentali, richiedono degli indicatori comuni, ma finora soltanto 63 Paesi hanno presentato il proprio NAP. Il risultato è un testo parziale, che almeno permette ai “tecnici” di proseguire i lavori su questi temi fino a novembre. Per approfondire consigliamo questa analisi di Italian Climate Network.

Finanza per il clima: a Bonn si sono tenuti i negoziati sulla cosiddetta “tabella di marcia da Baku a Belém”, che punta a definire un nuovo obiettivo collettivo quantificato per il finanziamento climatico (NCQG), con l’intento di mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 a favore dei Paesi in via di sviluppo. Nel corso della COP29 di Baku (2024), il risultato è stato un accordo al ribasso per 300 miliardi all’anno (ne abbiamo parlato in questo articolo). Anche a Bonn, l’opposizione tra Nord e Sud globali ha reso lentissimi i negoziati. Le Presidenze di COP29 e COP30 stanno preparando un report, a settembre verrà pubblicata una bozza, a novembre se ne riparlerà in Brasile.

Mitigazione, cioè riduzione dei gas serra: è la questione centrale, il vero elefante nella stanza. Si è discusso del Mitigation Work Programme (MWP), il progetto era di lanciare una piattaforma per lo scambio di informazioni e buone pratiche: una scelta considerata al ribasso da quegli Stati che spingono invece per l’adozione di impegni politici globali. Il risultato è una nota informale (si può scaricare qui): veramente un topolino, se si considera l’urgenza dell’argomento. Ma è comunque un passo in avanti, perché finora il gruppo di lavoro sul MWP non era mai riuscito a far approvare un documento.

Global Stocktake (GST): è l’inventario globale delle emissioni, lo strumento per comprendere chi inquina e quanto. La discussione è stata sospesa, c’è una bozza di testo, se ne riparlerà a Belém.

Transizione giusta: anche qui lo scenario è lo stesso delle ultime conferenze. Gli Stati più legati alle fonti fossili (soprattutto Russia e Paesi arabi) non vogliono che l’assemblea assuma impegni formali per abbandonarle. L’Unione Europea difende la propria carbon tax, che viene invece contestata dai Paesi in via di sviluppo. Il risultato è una nota informale, che non soddisfa nessuno.

Nel frattempo, all’Aja, i Paesi NATO si sono impegnati ad aumentare la spesa militare al 5% del PIL. Questa è una brutta notizia per il clima: significa spostare risorse su un settore altamente inquinante e per il quale non ci sono obblighi di reportistica per gli Stati. Infatti, solo pochi Stati forniscono dati parziali sulle emissioni dei propri apparati di sicurezza. Le guerre inquinano (questo sarebbe, già da solo, un motivo sufficiente per abolirle) ma non sappiamo quanto, né quale sia l’impatto climatico dei settori militari anche in tempo di pace. È molto probabile che questo renderà i Paesi NATO ancora meno disponibili ad allocare risorse per la finanza climatica. I membri della NATO sono 32; 28 di essi rientrano nella lista dei Paesi industrializzati che, secondo le Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, sono tenuti a sostenere gli oneri finanziari della transizione. Ci sono voluti oltre venti anni per trovare globalmente 300 miliardi di dollari per la transizione del Sud globale (un importo del tutto insufficiente), ma sono bastati due giorni per convincere i Governi a duplicare o triplicare la propria spesa militare, mentre lo scenario della “terza guerra mondiale a pezzi” del quale parlava papa Francesco diventa sempre più concreto.

Concludiamo con una nota sul budget della Segreteria della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, cioè i soldi necessari a organizzare la macchina negoziale. Il bilancio biennale 2026-2027 approvato a Bonn è del 10% superiore al precedente. Gli Stati Uniti hanno ridotto i propri contributi e la Cina li ha aumentati, diventando così il primo contributore globale. È un altro segno di come il disimpegno trumpiano apra la strada alle ambizioni di Pechino ad estendere la propria influenza per guidare il processo politico della lotta ai cambiamenti climatici.

30 giugno 2025
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