Grazie ai Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano Cortina
2026, ormai alle porte, faremo una scorpacciata di montagna. Ma
la sovraesposizione mediatica non ci restituirà le peculiarità di una
porzione rilevante del territorio del Paese, che è ben di più di uno sfondo dialoghi
innevato per le competizioni sciistiche. Due immagini ci aiutano a mettere
a fuoco la complessità dei territori montani e la varietà di dinamiche in cui
sono coinvolti.
La prima viene dall’Appennino reggiano, un’area inclusa nella Strategia
nazionale aree interne (SNAI), dove sette Comuni hanno dato vita alla
Green community Montagna del latte, un progetto che prevede la gestione
delle risorse forestali, la produzione di energia da fonti rinnovabili locali,
lo sviluppo di modelli agricoli e zootecnici sostenibili e la promozione del
turismo lento.
La seconda immagine viene dal monte Bondone, nel Comune di Trento: all’inizio di dicembre 2025, mentre un’ondata di caldo anomalo por
tava la soglia dello zero termico a 3.500 metri d’altitudine, un elicottero
effettuava quaranta trasporti di neve sulle piste da sci, per salvaguardare gli
accordi con i tour operator e garantire l’attività sportiva nel fine settimana
lungo dell’Immacolata.
Sono due immagini che raccontano la montagna in modo diverso: la
prima parla di rigenerazione di territori basata sulla ricerca scientifica ap
plicata e sul principio di sussidiarietà; la seconda testimonia il tentativo
disperato di mantenere in vita un settore turistico importante, ma ormai
condannato alla scomparsa dall’inarrestabile cambiamento climatico, una
questione di grande attualità alla luce delle Olimpiadi del 2026.
La montagna è sempre stata ed è ancora oggetto di narrazioni plu
rali e contrastanti: intesa come tempio della wilderness, della natura in
contaminata, una sorta di santuario postmoderno nel quale l’abitante delle
città si reca in pellegrinaggio per recuperare il rapporto con una natura
largamente idealizzata; trasformata nel parco giochi della classe abbiente
della pianura, colonizzata da infrastrutture turistiche per rendere possi
bile ogni genere di svago; condannata allo spopolamento, segnata dalla
disoccupazione e dall’arretratezza sociale, simbolo per eccellenza delle aree
interne, dimenticate dalle politiche di sviluppo.
Tutte queste narrazioni esprimono qualcosa di vero, ma nessuna
appare adeguata, soprattutto perché si tratta di ricostruzioni fatte da
osservatori esterni, che proiettano modelli culturali esogeni sulle terre
di montagna e sulle comunità che le abitano. Da gran parte dell’opinione
pubblica la montagna è ancora percepita attraverso il filtro del turismo.
Nell’immaginario collettivo, i territori montani sono indissolubilmente ca
ratterizzati da un reticolo di sentieri, rifugi, piste da sci, impianti di risalita;
non tutti sono consapevoli che questo tipo di paesaggio riguarda soltanto
alcune aree ed è il prodotto di uno sviluppo relativamente recente.
Qual è oggi lo stato della montagna italiana? Una lettura del Rapporto
Montagne Italia 2025. Istituzioni movimenti innovazioni. Le Green Commu
nity e le sfide dei territori, a cura dell’Unione nazionale Comuni, Comunità
ed Enti montani (UNCEM; Rubbettino, Soveria Mannelli [CZ] 2025), fornisce ragguagli statistici che smentiscono alcuni stereotipi, in primo
luogo quello che i territori montani siano destinati allo spopolamento. Per
proseguire nella destrutturazione degli stereotipi, abbiamo chiesto ad al
cuni esperti di offrirci il contributo del loro punto di vista e delle loro
competenze. Nelle pagine che seguono trovano spazio diverse voci: Enrico
Camanni, scrittore, e Marta Villa, antropologa, riflettono sull’immagina
rio della montagna e sulla cultura delle comunità montane come risorsa per
promuovere cura del territorio e vie alternative di sviluppo; Marco Busso
ne, presidente dell’UNCEM, si sofferma sulle politiche di sviluppo delle
aree montane; Mauro Bossi SJ e Filippo Miorini, della nostra Redazione,
illustrano con un’infografica la situazione degli impianti sciistici dismessi
in Italia e di come in alcuni territori si siano attuate soluzioni alternative
in mancanza di neve; Federica Serra, dottoranda di ricerca presso il Poli
tecnico di Torino, esplora diverse esperienze di rigenerazione dei territori
montani. Il dialogo proseguirà e si amplierà nelle prossime settimane con
alcuni contributi che saranno disponibili sul nostro sito.
Oltre il ristretto cono di luce che i riflettori olimpici accendono per un
tempo limitato e solo su alcuni territori, il dialogo tra queste prospettive ci
restituisce un profilo delle aree montane italiane pluriforme e in conti
nua evoluzione, segnato da fragilità e diseguaglianze, ma soprattutto
impegnato nella ricerca di nuove soluzioni. [Continua]
Ti interessa continuare a leggere questo articolo? Se sei abbonato inserisci le tue credenziali oppure
abbonati per sostenere Aggiornamenti Sociali