I corridoi umanitari, una risposta costruttiva alle migrazioni

I corridoi umanitari avviati dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese evangeliche e dalla Tavola valdese rappresentano una risposta propositiva della società civile alle migrazioni verso il nostro Paese e l’Europa.
Fascicolo: dicembre 2019
 I “corridoi umanitari” sono una buona pratica avviata in Italia dal 2016 per garantire vie d’accesso sicure e legali a profughi in condizioni di vulnerabilità, provenienti dai Paesi dell’area mediterranea, dal Medio Oriente e dall’Africa subsahariana. Il primo programma – concepito sull’onda di sconcerto suscitata dalla strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui morirono 368 profughi e da decine di analoghi eventi – è stato definito, promosso e realizzato dalla Federazione delle Chiese evangeliche (FCEI), dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Tavola valdese.

All’origine di questa iniziativa umanitaria vi è perciò un’azione congiunta di cattolici e protestanti, che si inserisce nel quadro del dialogo ecumenico. I primi passi risalgono al convegno «Religioni e culture in dialogo» della Comunità di Sant’Egidio del 2014, ad Anversa, come più volte ribadito da Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, rispettivamente fondatore e attuale presidente della Comunità di Sant’Egidio, e dal pastore Eugenio Bernardini, ex moderatore della Tavola valdese («La via italiana dei “corridoi umanitari”», in Libertà Civili, gennaio-febbraio, 45-50). Appena avviata, l’iniziativa dei corridoi umanitari fu subito apprezzata anche da papa Francesco che ne parlò per la prima volta all’Angelus del 6 marzo 2016, per poi menzionarla in altre occasioni, tra le quali la visita del 12 giugno 2018 al Consiglio ecumenico delle Chiese con sede a Ginevra.

Pur essendo realizzata da un tempo relativamente breve, l’esperienza fin qui maturata offre alcuni spunti per ripensare la politica dei Paesi occidentali rispetto alla questione migratoria in termini capaci di tenere insieme «la solidarietà e la sicurezza».

Tra la violenza dei trafficanti e la lentezza dei reinsediamenti


La base giuridica dei corridoi umanitari è data dall’art. 25 del Regolamento n. 810 del 2009 dell’Unione Europea in materia di visti, secondo cui ogni Stato membro può rilasciare un visto con validità limitata al proprio territorio in specifiche circostanze, come l’esistenza di «motivi umanitari e di interesse nazionale». Il perno dell’intero progetto è quindi il rilascio di un “visto umanitario” che consente al profugo di entrare in Italia legalmente e poi presentare, contestualmente all’ingresso, la domanda d’asilo.

In un’Europa che ha chiuso altri canali di accesso al punto da suggerire l’immagine della “fortezza”, le uniche due alternative realistiche a questo procedimento erano e restano i reinsediamenti (resettlement) operati dall’UNHCR o il ricorso ai trafficanti. L’agenzia dell’ONU ha la possibilità di trasferire i rifugiati che riconosce in Paesi sicuri. Il numero di rifugiati che beneficiano dei reinsediamenti dipende però dalla disponibilità numerica data dai singoli Paesi. Nel 2018, ad esempio, 397 rifugiati sono giunti in Italia con questa procedura: un’inezia a fronte delle 95mila richieste di asilo registrate nello stesso anno (dati della Commissione nazionale per il diritto di asilo). L’altra via è quella illegale e rischiosa dell’affidarsi ai trafficanti.

Sempre nel 2018, l’UNHCR ha denunciato più di 2mila morti in mare. 

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10 dicembre 2019
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