ArticoloOsservatorio
Gli immigrati nell’agricoltura italiana: non solo forza lavoro
I prodotti alimentari che rappresentano un simbolo e un motivo di orgoglio
per l’Italia sono in larga parte coltivati, raccolti, trasformati e immessi
sul mercato grazie al contributo di lavoratori provenienti dall’estero,
che tuttavia sono spesso invisibili a livello sociale e costretti ad accettare condizioni
lavorative discriminatorie o ingiuste. Eppure sono importanti per il
nostro sistema agroindustriale: ad esempio, i picchi di domanda al momento
del raccolto richiedono un abbondante afflusso di lavoratori, per lo più immigrati
con vari statuti legali. Il loro regime d’impiego genera però problemi
di precarietà, irregolarità contrattuale, trattamenti inferiori agli standard.
Nell’articolo si intende inquadrarne la condizione e le prospettive ipotizzabili,
a partire da una ricerca del Centro Studi Confronti (2024), svolta per
conto della FAI-CISL e uscita con il significativo titolo Made in Immigritaly.
La presenza dei lavoratori immigrati nell’agricoltura italiana
Gli immigrati che lavorano regolarmente in Italia sono stimati dall’ISTAT
in circa 2,4 milioni, più del 10% degli occupati. In agricoltura il loro contributo raggiunge il 18% sul totale degli occupati ufficiali: in
cifre, erano quasi 362mila alla fine del 2022, con l’attribuzione del 31,7%
delle giornate di lavoro registrate (Magrini 2023). Di certo i dati istituzionali
sono distorti a causa sia del lavoro non registrato sia delle registrazioni
fittizie di lavoratori e lavoratrici italiani, finalizzate ad accedere ad alcuni
benefici sociali: sussidi di disoccupazione, contributi previdenziali, copertura
della maternità (Caruso 2022). [continua]
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