ArticoloOsservatorio

Gli immigrati nell’agricoltura italiana: non solo forza lavoro

Fascicolo: dicembre 2024

I prodotti alimentari che rappresentano un simbolo e un motivo di orgoglio per l’Italia sono in larga parte coltivati, raccolti, trasformati e immessi sul mercato grazie al contributo di lavoratori provenienti dall’estero, che tuttavia sono spesso invisibili a livello sociale e costretti ad accettare condizioni lavorative discriminatorie o ingiuste. Eppure sono importanti per il nostro sistema agroindustriale: ad esempio, i picchi di domanda al momento del raccolto richiedono un abbondante afflusso di lavoratori, per lo più immigrati con vari statuti legali. Il loro regime d’impiego genera però problemi di precarietà, irregolarità contrattuale, trattamenti inferiori agli standard. Nell’articolo si intende inquadrarne la condizione e le prospettive ipotizzabili, a partire da una ricerca del Centro Studi Confronti (2024), svolta per conto della FAI-CISL e uscita con il significativo titolo Made in Immigritaly.

La presenza dei lavoratori immigrati nell’agricoltura italiana

Gli immigrati che lavorano regolarmente in Italia sono stimati dall’ISTAT in circa 2,4 milioni, più del 10% degli occupati. In agricoltura il loro contributo raggiunge il 18% sul totale degli occupati ufficiali: in cifre, erano quasi 362mila alla fine del 2022, con l’attribuzione del 31,7% delle giornate di lavoro registrate (Magrini 2023). Di certo i dati istituzionali sono distorti a causa sia del lavoro non registrato sia delle registrazioni fittizie di lavoratori e lavoratrici italiani, finalizzate ad accedere ad alcuni benefici sociali: sussidi di disoccupazione, contributi previdenziali, copertura della maternità (Caruso 2022). [continua]

 

 

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