La Compagnia di Gesù, attraverso il Segretariato per la giustizia sociale e l’ecologia della sua Curia generalizia, ha lanciato la campagna Faith in Action, un’iniziativa globale di mobilitazione in vista della trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30, Belém, Brasile, 10-21 novembre 2025).
L’ordine dei gesuiti, che definisce la propria missione come servizio della fede e promozione della giustizia del Vangelo, dal 1995 ha individuato nell’impegno per l’equilibrio ecologico e l’equa gestione delle risorse naturali un modo essenziale di concretizzare tale missione, mobilitando in tal senso anche le risorse della propria tradizione pedagogica e spirituale. Dal 2019, la cura della casa comune è stata integrata tra le quattro preferenze apostoliche universali, cioè gli ambiti di impegno ai quali tutte le opere apostoliche della Compagnia e tutti i gesuiti sono tenuti a dare priorità, indipendentemente dal settore nel quale operano.
La campagna Faith in Action concretizza questo impegno mediante una mobilitazione globale a più livelli: inviando una delegazione nella sede negoziale, promuovendo la sottoscrizione sul web di un appello e attivando localmente le opere apostoliche della Compagnia di Gesù (anche Aggiornamenti Sociali vi aderisce, cfr il riquadro), attraverso incontri pubblici, seminari, celebrazioni liturgiche, percorsi formativi e altre attività che promuovano la consapevolezza circa la posta in gioco dei negoziati.
Campagna Faith in Action
La presentazione della campagna Faith in Action e i documenti finora pubblicati sono disponibili sul sito <www.ecojesuit.com/cop30/>. Aggiornamenti Sociali ha dedicato a questa inziativa una pagina speciale del proprio sito, nella sezione Dossier, dove si possono leggere aggiornamenti e articoli di approfondimento pubblicati negli ultimi anni sulla Rivista.
In un momento di crisi del dialogo multilaterale, in cui la lotta ai cambiamenti climatici rischia di scomparire dalle agende politiche assorbite dai venti di guerra, la rete globale dei gesuiti per l’ecologia (Global Ignatian Advocacy Network – GIAN Ecojesuit), che ogni anno invia una delegazione ai negoziati, porta avanti tre richieste: cancellare il debito estero dei Paesi in via di sviluppo e rafforzare il Fondo di ristoro per le perdite e i danni, accelerare gli accordi per una giusta transizione e l’azzeramento delle emissioni di gas serra, stabilire obiettivi per costruire un sistema globale sostenibile di sovranità alimentare basato su pratiche agroecologiche. Attraverso la campagna vi possono aderire realtà della società civile e singoli cittadini.
Cancellare il debito e rafforzare il Fondo per perdite e danni
La crisi debitoria dei Paesi in via di sviluppo ha radici storiche profonde (Moro 2025). La situazione può essere così riassunta: in passato, numerosi Paesi a basso reddito hanno fatto ricorso all’indebitamento per finanziare la spesa pubblica; tuttavia, nel corso del tempo, per vari motivi che non dipendono necessariamente dalla loro responsabilità, il carico debitorio si è aggravato e questi Paesi devono destinare quote ingenti del proprio bilancio al pagamento di rate e interessi, sottraendo risorse alla spesa sociale e al mantenimento delle infrastrutture essenziali. Così, il meccanismo del debito, concepito in origine come un motore per lo sviluppo, finisce per condannare i Paesi debitori a un destino di povertà. È un problema che riguarda il bene pubblico mondiale, in quanto rappresenta un ostacolo allo sviluppo integrale di ampi settori della popolazione del pianeta.
Lo scenario dei cambiamenti climatici esaspera le disuguaglianze prodotte dall’indebitamento dei Paesi a basso reddito, che subiscono in misura sproporzionata le conseguenze della crisi climatica, senza avere contribuito a provocarla. L’adattamento alle conseguenze inevitabili dei cambiamenti climatici richiede ingenti investimenti per aumentare la resilienza dei territori e delle popolazioni esposte a eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, come siccità e inondazioni. La conseguenza è che i Paesi con il più elevato debito estero devono indebitarsi ulteriormente per fare fronte ai cambiamenti climatici.
Nel frattempo, si è fatto strada un altro modo di pensare. Poiché, nel corso della storia, lo sviluppo dei Paesi industrializzati è stato favorito dal colonialismo e dallo sfruttamento delle risorse dei Paesi più poveri, e poiché la crisi climatica è stata causata principalmente dai primi e viene subita più gravemente dai secondi, si può affermare che esista un “debito ecologico” del Nord globale nei confronti del Sud. Lo ha affermato chiaramente papa Francesco nell’enciclica Laudato si’: «C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi» (LS, n. 51). Si tratta di una prospettiva molto diversa per affrontare la questione e fa emergere come la cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo sia un atto dovuto: «La richiesta di condono del debito dei Paesi più poveri è stata presentata dalla Chiesa non come un atto di sola generosità e solidarietà, ma come una rivendicazione di giustizia, fondata sulla consapevolezza di squilibri sistemici e di rapporti economici profondamente asimmetrici» (Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale 2025).
Per molto tempo questo problema ha ricevuto scarsa attenzione nel contesto delle Conferenze ONU sul clima, ma lo scorso anno, alla COP29 di Baku, è stato rilanciato dal Presidente della Nigeria, che ha sottolineato l’interconnessione tra le sfide poste dai cambiamenti climatici e il problema debitorio. La tematica può trovare una collocazione appropriata nell’ambito del negoziato circa il New Collective Quantified Goal (NCQG), ossia il volume finanziario che deve essere trasferito dal Nord al Sud globale per sostenere la transizione e l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo. Ma anche questo obiettivo è oggetto di controversie. Durante la COP29, i negoziati si sono a lungo arenati davanti alla richiesta di portare il NCQG a 1.300 miliardi all’anno. Il risultato è stato un accordo al ribasso, che ha definito la somma di soli 300 miliardi di dollari, cosa che è parsa a molti come un’imposizione del Nord globale, alla quale i Paesi in via di sviluppo hanno dovuto piegarsi per non perdere tutto.
«L’equilibrio ecologico e un impiego ragionevole ed equo delle risorse del mondo sono elementi importanti di giustizia a favore di tutte le comunità del nostro “villaggio globale” odierno e concernono anche le generazioni future, che erediteranno quanto abbiamo loro lasciato. Lo sfruttamento senza scrupoli delle risorse naturali e dell’ambiente naturale degrada la qualità della vita, distrugge le culture e sprofonda i poveri nella miseria. È necessario, da parte nostra, promuovere atteggiamenti e linee di condotta che generino relazioni responsabili con l’ambiente naturale in cui viviamo e del quale non siamo che gli amministratori».
Congregazione generale 34ª della Compagnia di Gesù (1995),
decreto 3, n. 58
L’obiettivo della campagna è istituire un meccanismo finanziario all’interno del sistema ONU, alternativo alle banche multilaterali di sviluppo e al settore privato, per attivare flussi in forma di dono e non di prestito, destinati prioritariamente all’adattamento e al risarcimento delle perdite e dei danni. Per questo è necessario anzitutto adottare una dichiarazione che affermi il legame tra vulnerabilità climatica e crisi debitoria e la necessità di prevenire l’indebitamento causato dalle spese per l’adattamento e dalla gestione delle emergenze.
Un obiettivo strettamente connesso riguarda il risarcimento dei danni causati dai cambiamenti climatici, nelle circostanze in cui anche le misure di adattamento si rivelino insufficienti. Durante la COP27 di Sharm el-Sheik (2022) è stato finalmente approvato il Fondo di ristoro per le perdite e i danni (Loss and damage, cfr Chiti 2022), la cui gestione è stata affidata ad interim alla Banca mondiale, scelta che ha suscitato molte riserve da parte dei Paesi a basso reddito, in quanto si tratta di un’istituzione fortemente influenzata dagli Stati Uniti. Il Fondo è stato dotato finora con 750 milioni di dollari, una misura largamente insufficiente: per avere un termine di confronto, il Governo italiano ha stanziato circa 3,8 miliardi di euro solo per risarcire i danni provocati dalle alluvioni del 2023 in Emilia-Romagna e Toscana. È pertanto necessario aumentarne in modo significativo la dotazione, integrando anche questo obiettivo nel negoziato sui flussi finanziari (NCQG). Inoltre, occorre riaprire il dibattito circa il gestore del Fondo, le modalità di erogazione e l’assistenza tecnica.
Accelerare gli accordi sulla mitigazione
L’Accordo di Parigi (2015) ha posto l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto all’era preindustriale, tramite la riduzione progressiva, fino all’azzeramento, delle emissioni di gas serra, principalmente dovute all’impiego di combustibili fossili. Nel 2023, dopo quasi tre decenni di negoziati, la COP28 di Dubai si è conclusa con la dichiarazione che impegna gli Stati ad allontanarsi dalle risorse fossili (transitioning away from fossil fuels). Perché questo impegno non resti lettera morta, servono obiettivi chiari e con scadenze definite per porre termine all’uso di carbone, petrolio e gas.
Alcune buone e recenti notizie confermano che l’obiettivo della decarbonizzazione è possibile. Lo scorso anno, per la prima volta la Cina ha abbassato le proprie emissioni senza ridurre la produzione industriale (Myllyvirta 2025). Inoltre, la valutazione dei Piani climatici nazionali degli Stati membri dell’Unione Europea, recentemente pubblicata (Commissione europea 2025), ha confermato che siamo sulla traiettoria giusta per ridurre le emissioni europee del 55% entro il 2030 rispetto al livello del 1990, come tappa intermedia per azzerare le emissioni nette entro il 2050, secondo quanto previsto dal piano Fit for 55. La conferenza di Belém è la scadenza per tutti i Paesi per presentare i propri Piani nazionali (Nationally Determined Contributions, NDCs): è un momento cruciale per tradurre gli impegni a lungo termine in azioni appropriate a breve termine.
Ma gli impegni nazionali richiedono un coordinamento e una visione comune; questo è lo scopo del Programma di lavoro sulla mitigazione (Mitigation Work Programme, MWP), istituito alla COP26 di Glasgow nel 2021 per incrementare globalmente gli sforzi di riduzione delle emissioni. Purtroppo, finora i negoziati sul MWP non hanno prodotto decisioni rilevanti. A Baku, il dibattito è stato bloccato da un fronte di opposizione che include Cina, Paesi arabi e africani. Perché si incontra tanta resistenza anche da parte di Paesi, come quelli subsahariani, consapevoli di essere minacciati in modo sproporzionato dal riscaldamento globale? Il motivo rimanda alla questione finanziaria: essi non accettano di ridurre le proprie emissioni in assenza di impegni da parte occidentale che garantiscano loro la possibilità di una strada di sviluppo alternativa. Perché la Tanzania e l’Uganda dovrebbero rinunciare agli ingenti proventi derivanti dall’esportazione di petrolio tramite l’East Africa Crude Oil Pipeline in fase di realizzazione, se la comunità internazionale non offre loro le risorse per investire in alternative sostenibili?
Da questo si comprende come l’obiettivo della mitigazione sia inscindibile dalla questione del diritto allo sviluppo del Sud globale e dei mezzi per realizzarlo. La Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e l’Accordo di Parigi affermano l’esistenza di responsabilità comuni ma differenziate e individuano 28 Paesi industrializzati, tra i quali l’Italia, responsabili di sostenere il principale sforzo finanziario della transizione.
Inoltre, l’assunzione di impegni ambiziosi per mitigare i cambiamenti climatici deve includere l’attenzione agli impatti e all’equa distribuzione di costi e benefici. Secondo le stime attuali, infatti, circa la metà delle risorse minerarie necessarie alla transizione energetica si trova in territori di popolazioni rurali e indigene (Owen et al. 2023). Tutti i progetti di sfruttamento di queste risorse devono includere la consultazione delle popolazioni locali, come è sancito dall’art. 32 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni.
Infine, un passo indispensabile consiste nello stabilire obiettivi per porre fine ai sussidi pubblici destinati alle fonti fossili, che permetterebbe di liberare risorse per le fonti rinnovabili.
Obiettivi per un sistema globale di sovranità alimentare
Gli attuali sistemi di produzione agroalimentare sono responsabili di circa un terzo delle emissioni di gas serra, provocano deforestazione, perdita di biodiversità e consumano grandi quantità di acqua. Al tempo stesso, si stanno rivelando inefficaci nel garantire la sicurezza alimentare su scala globale, secondo quanto previsto dal secondo obiettivo dell’Agenda 2030: «Porre fine alla fame, garantire la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile». Rendere più sostenibili ed efficienti i sistemi di produzione alimentare richiede investimenti, tuttavia solo una piccola quota, circa il 5% dei flussi finanziari destinati a progetti climatici, è indirizzato a questo scopo (CPI – FAO 2025).
Il concetto di sovranità alimentare rappresenta un approfondimento di quello di sicurezza alimentare. Secondo la FAO, esiste sicurezza alimentare quando «tutte le persone, in qualunque momento, hanno accesso, sul piano fisico ed economico, a cibo sufficiente, sano e nutriente, che corrisponda alle necessità dietetiche e alle preferenze di ciascuno, per poter svolgere una vita attiva e sana» (FAO 1996). Gli elementi costitutivi della sicurezza alimentare sono quindi la disponibilità di cibo sul mercato, l’accessibilità economica degli alimenti, le loro qualità nutritive e la stabilità di queste condizioni nel tempo. È una definizione di tipo tecnico.
La nozione di sovranità alimentare, invece, è più politica ed è stata introdotta nel 1996 da Via Campesina, un’organizzazione internazionale di produttori agricoli; essa, pur mantenendo gli elementi precedenti, sposta l’attenzione ai sistemi produttivi. La sovranità alimentare include il controllo locale sulla produzione agricola, la sostenibilità ecologica delle pratiche, la tutela delle comunità locali e indigene e del loro rapporto con l’ambiente, la promozione dell’uguaglianza sociale (Via Campesina 1996).
La campagna Faith in Action ha scelto di adottare la prospettiva della sovranità alimentare, soprattutto per l’attenzione che essa dedica ai processi di trasformazione sociale e all’inclusione delle popolazioni nei progetti di sviluppo che le riguardano.
In sede negoziale, anche questa tematica trova la sua collocazione nella definizione dei Piani nazionali (NDCs) e include misure specifiche per progettare sistemi agroalimentari sostenibili, attuarli ed estenderne la portata. Parallelamente, i negoziati sul NCQG offrono l’opportunità per indirizzare i flussi finanziari in questa direzione. Un altro campo di azione è rappresentato dalle Strategie nazionali per la biodiversità (National Biodiversity Strategies and Action Plans, NBSAPs). I negoziati relativi a questi Piani sono il luogo privilegiato per affrontare anche l’obiettivo dei sistemi alimentari sostenibili; infatti, possono includere misure per sviluppare sistemi agricoli compatibili con la conservazione degli habitat naturali, anche tramite una pianificazione attenta dei sussidi al comparto agricolo.
Una voce globale
Portando queste richieste alla COP30, la campagna Faith in Action assume una prospettiva che interpreta l’attuale crisi sociale e climatica come la conseguenza di disequilibri economici e di rapporti di potere iniqui tra Paesi e nelle società e individua nel sistema ONU un luogo dove le disuguaglianze si possono affrontare e i conflitti ricomporre. Lo scorso 1° luglio, anche le conferenze episcopali di Africa, America latina e Asia hanno preso posizione, rivolgendosi alla COP30 con un documento che sottolinea l’importanza di modificare gli equilibri internazionali e di dare priorità ai diritti del Sud globale (SECAM, CELAM e FABC 2025): è un’ulteriore conferma della visione comune che la Chiesa sta sviluppando globalmente.
La fiducia nel sistema delle COP è stata messa alla prova dai modesti risultati conseguiti dalla diplomazia climatica nell’arco di trent’anni. Tuttavia, il quadro delle Nazioni Unite, per quanto imperfetto, resta l’unico a disposizione per prenderci cura di quel bene comune globale che è il clima. Scegliere la COP significa scommettere sull’efficacia del dialogo multilaterale, proprio nel momento della sua massima crisi. Raccogliendo voci da ogni angolo del mondo, la campagna lancia anche il messaggio che esiste ancora un’umanità che crede nel dialogo e nella collaborazione tra le nazioni, all’interno di istituzioni riconosciute da tutti.
Risorse
Chiti L. (2022), «Chi inquina paga. La crisi climatica è (anche) una questione di giustizia», in Aggiornamenti Sociali, 12, 680-686.
Commissione europea (2025), EU-wide assessment of the final updated national energy and climate plans. Delivering the Union’s 2030 energy and climate objectives, Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions, COM(2025) 274 final, in <eur.lex.europa.eu>.
CPI – FAO (2025), The Triple Gap in Finance for Agrifood Systems, Revised, Roma, in <www.climatepolicyinitiative.org>.
Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale (2025), Giubileo 2025: remissione del debito ecologico, in <www.humandevelopment.va>.
FAO (1996), Rome Declaration on World Food Security, in <www.fao.org>.
Moro R. (2025), «Una questione di speranza. L’impegno per la cancellazione del debito estero», in Aggiornamenti Sociali, 3, 177-185.
Myllyvirta L. (2025), «Analisys: Clean energy just put China’s CO2 emissions into reverse for the first time», in <www.carbonbrief.org>.
Owen J.R. et al. (2023), «Energy transition minerals and their intersection with land-connected peoples», in Nature Sustainability, 2, 203-211.
Pontifical Academy of Social Sciences (2025), The Jubilee Report. A Blueprint for Tackling the Debt and Development Crises and Creating the Financial Foundations for a Sustainable People-Centered Global Economy, in <www.pass.va>.
SECAM – CELAM – FABC (2025), A Call for Climate Justice and the Common Home: Ecological Conversion, Transformation and Resistance to False Solutions, in <https://celam.org/>.
Via Campesina (1996), The right to produce and access to land.