Dovete tirare fuori i soldi!

Al via la COP29 di Baku

Che cosa ci possiamo aspettare dalla COP29, che inizia oggi a Baku, capitale dell’Azerbaigian? Restiamo sul tema principale, al centro dei negoziati negli ultimi dodici mesi, che ruota intorno all’impronunciabile sigla NCQG, cioè New Collective Quantified Goal for Climate Finance. Si tratta della dotazione finanziaria per la transizione energetica e l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo, stimata intorno ai mille miliardi di dollari all’anno (se ne è discusso ai negoziati intermedi di Bonn, di cui abbiamo parlato nel nostro articolo); può sembrare una cifra enorme, ma è meno dell’1% del PIL mondiale, è inferiore alla spesa militare annua del G7 ed equivale a un settimo dei sussidi globalmente erogati alle fonti fossili. Per valutare l’efficacia della Conferenza, avremo due valori di riferimento. Uno è tecnico: la capacità di progettare un quadro finanziario che renda possibile alle nazioni del Sud globale di impostare uno sviluppo senza ricorrere alle fonti fossili, senza indebitarsi ulteriormente, e divenendo più resilienti agli effetti ormai inevitabili dei cambiamenti climatici. L’altro è prettamente politico: quanti Paesi vorranno impegnarsi nel trovare una soluzione equa, superando le divisioni geopolitiche che hanno rallentato i negoziati negli ultimi anni? Un impulso in questo senso è atteso dal G20 che si terrà a Rio de Janeiro il 18 e 19 novembre.


Chi sostiene lo sforzo finanziario?

  

La questione della finanza climatica – l’insieme degli investimenti per la mitigazione e l’adattamento – richiede però una precisazione. In senso esteso, infatti, essa include diversi tipi di flussi, anche quelli all’interno di uno stesso Stato o tra due Paesi in via di sviluppo. Ma i flussi che ricadono nell’ambito di applicazione dell’articolo 9 dell’Accordo di Parigi (COP21, 2015) sono solo quelli diretti dai Paesi industrializzati ai Paesi in via di sviluppo. L’Accordo di Parigi si basa, a sua volta, sulla distinzione introdotta nel 1992 dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che divideva i Paesi in tre categorie: Paesi sviluppati responsabili di ridurre le proprie emissioni (Annex-1, membri dell’OCSE più ex blocco sovietico, 43 Stati), Paesi più ricchi responsabili anche di erogare gli aiuti finanziari (Annex-2, un sottogruppo del primo, 23 Stati tra i quali l’Italia), e il resto del mondo (Non Annex-1). Tre decenni dopo, la classificazione non rispecchia più la realtà: ne segue la richiesta, da parte dei Paesi più ricchi, di allargare la base dei contributori, includendovi anzitutto la Cina.

 

La Cina, dal canto suo, risponde che sta già contribuendo alla finanza climatica tramite accordi bilaterali (secondo questo studio, si tratterebbe di circa 45 milioni di dollari dal 2013 al 2022, equivalenti al 6% dei flussi erogati dai Paesi sviluppati nello stesso periodo). Inoltre, lo UNFCCC non prevede regole per “promuovere” un Paese da una categoria all’altra. Una recente proposta avanzata da Svizzera e Canada per introdurre criteri vincolanti, basati sulle quote di emissioni e sul PIL pro capite, per riclassificare gli Stati, è stata respinta in blocco dai Paesi del Sud globale. I parametri proposti avrebbero incluso i petro-Stati del Golfo, alcuni Paesi dell’Est europeo, la Corea del Sud, Israele, ma non la Cina (per maggiori dettagli, leggi qui). Che cosa motiva questa opposizione? Il problema sembra più politico e derivante da una sfiducia storica, per cui il Sud globale vede in questi tentativi una manovra dell’Occidente per sottrarsi alle proprie responsabilità, sottolineando come i Paesi più ricchi abbiano finora contribuito in misura inferiore alle loro possibilità, per lo più tramite prestiti a tasso di mercato e includendo clausole per acquistare materiali dai Paesi donatori e appaltare incarichi alle loro imprese (vedi questo articolo).


Notizie poco incoraggianti

 

Nel frattempo il Programma ambientale dell’ONU (United Nations Environment Programme, UNEP) ha pubblicato il rapporto annuale sulle emissioni di gas serra; il titolo stavolta suona come un’invocazione: No more hot air... please! I numeri parlano da sé: le emissioni mondiali sono cresciute dell’1,3% nell’ultimo anno (57,1 gigatonnellate di CO2 equivalenti). Per mantenere fede all’obiettivo di limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C, come stabilito dall’Accordo di Parigi, dovrebbero scendere del 42% nei prossimi sei anni, o almeno del 28% per restare al di sotto dei 2 °C. Ma con gli attuali impegni volontari nazionali (NDCs), le emissioni verranno ridotte solo del 10% e lo scenario più probabile è un aumento di 2,6 °C nel corso del secolo. Per avere un termine di confronto, la situazione che in questo momento stiamo vivendo è di solo +1 °C. Gli NDCs dovranno essere aggiornati in vista della COP30 del 2025, come previsto dagli accordi internazionali. Poiché la loro attuazione dipende anche dalla dotazione finanziaria che sarà messa a disposizione (perciò si parla di NDCs “condizionati”), i negoziati di Baku saranno decisivi. 

Infine, non si può ignorare che sul processo negoziale peseranno le conseguenze della nuova elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. I motivi di preoccupazione sono molti, considerato che la precedente amministrazione Trump fu disastrosa per le politiche climatiche, segnando l’uscita dall’Accordo di Parigi degli Stati Uniti, che il nuovo Presidente ha dichiarato più volte di non credere alla realtà dei cambiamenti climatici e che durante la campagna elettorale ha cercato l’alleanza delle lobby del petrolio (per i dettagli vedi questa inchiesta del Washington Post). Sempre sperando che la razionalità prevalga sulla demagogia e sugli interessi di parte, bisogna prepararsi a un possibile disimpegno climatico da parte del Paese che ha le emissioni pro capite dei gas serra più elevate al mondo. Se questo scenario si verificasse, sarà fondamentale stabilire un buon dialogo tra Unione Europea e Cina, superare la divisione Nord-Sud e avviare programmi multilaterali di sviluppo ambiziosi.

 

Immagine: IRENA 

11 novembre 2024
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