È ancora possibile l’azione globale per il clima? Il sistema delle Conferenze delle Parti (COP) della Convezione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC) è ancora lo strumento per darle forma? Ripercorrendo la storia dei trent’anni trascorsi dalla prima COP (Berlino 1995), ci rendiamo conto di almeno due cose. Anzitutto le COP sono andate nella direzione giusta: hanno promosso piani di mitigazione, ossia principalmente di riduzione delle emissioni di gas serra, senza i quali andremmo incontro a scenari ancora peggiori di quelli oggi previsti, come attestano i rapporti dell’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC). In secondo luogo, questo percorso è stato troppo lento, certamente in ritardo rispetto a quanto veniva progressivamente accertato e richiesto dalla comunità scientifica. Il Programma UE Copernicus ha certificato che il 2024 è stato l’anno più caldo da quando esistono misurazioni su scala planetaria e che la temperatura globale media ha superato la soglia di 1,5 ºC di aumento rispetto all’era preindustriale, che l’Accordo di Parigi del 2015 aveva posto come limite da non oltrepassare. Questo equivale al fallimento degli obiettivi stabiliti a Parigi? No, perché sono molteplici e riguardano non solo l’indispensabile mitigazione, ma anche l’adattamento, il monitoraggio delle emissioni, la cooperazione finanziaria e altro. Ma significa certamente che la mitigazione procede a rilento.
Il margine tra 1,5 e 2 °C (la seconda soglia dell’Accordo di Parigi) è lo spazio dell’azione politica dove ogni frazione di grado evitata esprime la capacità degli Stati di cooperare a tutto campo sui temi menzionati. Un test della buona volontà collettiva a Belém, sede della COP 30 (10-21 novembre 2025), sarà la disponibilità delle parti coinvolte a parlare dell’elefante nella stanza: l’abbandono dei combustibili fossili. L’impegno ad allontanarsene (transitioning away) è comparso per la prima volta nella dichiarazione finale della COP28 di Dubai, ma la successiva COP29 di Baku non ha ripreso il tema. Belém è l’occasione per rimettere in moto il Mitigation Work Programme, proposto dall’Unione Europea alla COP27 e da allora rimasto inattuato.
I piani nazionali per il clima
Nell’Accordo di Parigi, lo strumento chiave della mitigazione sono i piani nazionali per il clima (Nationally Determined Contributions, NDC), che contengono gli impegni di ciascuno Stato fino al 2035. A fine settembre 2025, circa un terzo dei Paesi ha presentato il proprio NDC aggiornato al 2030, per un totale che equivale a circa la metà delle emissioni globali. Mancano grandi emettitori come Cina, Federazione Russia, Unione Europea. Gli Stati Uniti hanno presentato il proprio NDC nel 2024 con la presidenza Biden, ma di fatto si tratta di un impegno vuoto, dal momento che l’attuale Amministrazione non ha intenzione di attuarlo.
Tra le parti inottemperanti vi è anche l’UE; al recente Climate Summit del 24 settembre scorso durante l’Assemblea generale dell’ONU, tuttavia, la presidente von der Leyen ha annunciato una dichiarazione di intenti, con cui l’UE si impegna a ridurre le emissioni tra il 66,3% e il 72,5% sotto i livelli del 1990 entro il 2035. Questo obiettivo è tra due soglie già stabilite: 55% rispetto al 1990 entro il 2030 e neutralità climatica (net zero) entro il 2050.
Le posizioni che l’UE sta assumendo nelle sedi internazionali sono influenzate dal contesto politico interno. Il 2 luglio 2025, infatti, la Commissione europea ha proposto di modificare la Legge sul clima introducendo l’obiettivo di una riduzione del 90% entro il 2040, ma la proposta non è ancora stata approvata. Nel Parlamento europeo e negli Stati membri sono aumentate le resistenze al Green Deal e sono diminuite anche le ambizioni delle politiche di decarbonizzazione. La questione ha un peso politico anche esterno all’UE: qualsiasi scelta al ribasso rispetto all’obiettivo della riduzione del 90% comprometterebbe l’aspirazione a guidare il fronte globale dell’ambizione climatica che essa ha sempre nutrito.
Durante il Climate Summit a New York anche il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito l’obiettivo di ridurre le emissioni tra il 7% e il 10% «rispetto al livello di picco» (non specificato), ma «cercando di fare meglio». È un traguardo debole, ma è il segnale di un cambio di passo. Per la prima volta, la Cina passa da obiettivi che limitavano la crescita delle emissioni a un impegno a ridurle; lo aveva fatto già nel 2024 senza diminuire la produzione industriale, grazie all’installazione di un’ingente capacità di produzione di energie rinnovabili. Secondo alcuni commentatori, la Cina è solita promettere meno di quanto pensa di realizzare. Senza dubbio Pechino vuole sfruttare ogni opportunità per esibire la propria leadership climatica globale, grazie alla sua egemonia sulle filiere delle energie rinnovabili e allo spazio lasciato aperto dall’irresponsabile disimpegno americano.
Che cosa possiamo aspettarci dalla COP brasiliana?
A dieci anni dalla COP di Parigi, tutti i capitoli tecnici dell’Accordo sono stati formalmente realizzati, anche se non sempre in termini soddisfacenti o definitivi: sono state progressivamente adottate regole per il mercato dei crediti di carbonio; i meccanismi dell’inventario globale delle emissioni (Global Stocktake) sono stati approvati alla COP28 di Dubai; a Baku, l’anno scorso, è stato raggiunto un accordo, per quanto al ribasso, sull’assistenza finanziaria al Sud globale; il fondo di ristoro per le perdite e i danni (loss and damage) è stato dotato di risorse, sebbene in misura insufficiente. Ora è il momento che tutti questi capitoli tecnici siano tradotti in accordi esecutivi in maniera efficiente. Inoltre, è altamente auspicabile una decisione finale che affermi chiaramente l’obiettivo di abbandonare i combustibili fossili.
L’azione globale per contrastare i cambiamenti climatici e i loro effetti avversi è certamente ancora possibile. Il sistema delle COP, con i suoi alti e bassi, appare ancora imprescindibile, se non altro per il grande capitale politico e diplomatico che in quella sede si è accumulato nel corso di tre decenni. Da Belém attendiamo anche un segnale politico: in una fase di crisi del multilateralismo e di polarizzazione conflittuale, le diplomazie climatiche possono dare un esempio di responsabilità e contribuire a scrivere una narrazione alternativa dei rapporti tra le nazioni.