ArticoloOsservatorio
Famiglie, prima che cosche. Genitori e minori esposti alla vulnerabilità mafiosa
Intervista a Faustino Rizzo a cura di Cesare Sposetti SJ
Nella sua ricerca ha deciso di concentrarsi su una particolare categoria di
vittime della mafia, di cui si parla molto poco: i bambini e gli adolescenti,
figli di famiglie toccate in diversi modi dal fenomeno mafioso. Come è
nata questa intuizione?
Ho avuto questa intuizione in seguito alla lettura di un articolo che raccontava
l’esperienza del giudice Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i
minorenni di Reggio Calabria dal 2011 al 2020. Nella sua attività ebbe a che
fare con molti imputati adolescenti, coinvolti in omicidi, traffico di droga,
estorsioni ai danni di imprenditori locali, spesso su mandato dei genitori
detenuti, affiliati o vicini alla ’ndrangheta. Ciò che lo colpì fu soprattutto
il trovare cognomi già presenti nei fascicoli di procedimenti risalenti anche
a decenni prima. Erano i padri, i nonni, i fratelli degli adolescenti che gli
comparivano davanti come imputati. Di Bella si rese così conto dell’inefficacia
delle azioni fino ad allora intraprese dal suo tribunale: non è sufficiente giudicare il singolo reato, ma bisogna
interrogarsi sul significato educativo
dell’intervento giudiziario nel
suo complesso, sulla capacità delle
istituzioni di individuare per tempo
le traiettorie di devianza e di agire
prima che si consolidino.
È nato così nel 2012 il progetto
“Liberi di scegliere” come protocollo
giudiziale attivo nel contesto reggino
(cfr il riquadro a p. seguente).
In seguito si è allargato all’intero
Paese, coinvolgendo vari settori
della società civile, fra cui in particolare
“Libera. Associazioni, nomi
e numeri contro le mafie”, nel cui
ambito si è sviluppato come «un’azione
di raccordo delle componenti
istituzionali e sociali che si occupano
a vario titolo della tutela dei
minori», con l’obiettivo di «assicurare
una concreta alternativa di vita ai soggetti minorenni provenienti
da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata o che
siano vittime della violenza mafiosa e ai familiari che si dissociano
dalle logiche criminali».
[continua]
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