ArticoloOsservatorio

Famiglie, prima che cosche. Genitori e minori esposti alla vulnerabilità mafiosa

Intervista a Faustino Rizzo a cura di Cesare Sposetti SJ

Fascicolo: aprile 2026

Nella sua ricerca ha deciso di concentrarsi su una particolare categoria di vittime della mafia, di cui si parla molto poco: i bambini e gli adolescenti, figli di famiglie toccate in diversi modi dal fenomeno mafioso. Come è nata questa intuizione?

 

Ho avuto questa intuizione in seguito alla lettura di un articolo che raccontava l’esperienza del giudice Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria dal 2011 al 2020. Nella sua attività ebbe a che fare con molti imputati adolescenti, coinvolti in omicidi, traffico di droga, estorsioni ai danni di imprenditori locali, spesso su mandato dei genitori detenuti, affiliati o vicini alla ’ndrangheta. Ciò che lo colpì fu soprattutto il trovare cognomi già presenti nei fascicoli di procedimenti risalenti anche a decenni prima. Erano i padri, i nonni, i fratelli degli adolescenti che gli comparivano davanti come imputati. Di Bella si rese così conto dell’inefficacia delle azioni fino ad allora intraprese dal suo tribunale: non è sufficiente giudicare il singolo reato, ma bisogna interrogarsi sul significato educativo dell’intervento giudiziario nel suo complesso, sulla capacità delle istituzioni di individuare per tempo le traiettorie di devianza e di agire prima che si consolidino.

È nato così nel 2012 il progetto “Liberi di scegliere” come protocollo giudiziale attivo nel contesto reggino (cfr il riquadro a p. seguente). In seguito si è allargato all’intero Paese, coinvolgendo vari settori della società civile, fra cui in particolare “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, nel cui ambito si è sviluppato come «un’azione di raccordo delle componenti istituzionali e sociali che si occupano a vario titolo della tutela dei minori», con l’obiettivo di «assicurare una concreta alternativa di vita ai soggetti minorenni provenienti da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata o che siano vittime della violenza mafiosa e ai familiari che si dissociano dalle logiche criminali».

[continua]

 

 

 

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