Comunicare

Nel referendum del 1988 l’opposizione al regime di Pinochet riuscì a ottenere la maggioranza dei consensi, ponendo fine a quindici anni di dittatura militare in Cile. La chiave del successo fu la scelta di impostare la campagna referendaria non su giuste e pesanti accuse al Governo per i suoi crimini, ma sulla prospettiva di un futuro felice dischiuso dal cambiamento, affidata a un messaggio gioioso e leggero, di stampo pubblicitario più che politico: Chile, la alegría ya viene. Il regista Pablo Larraín ha raccontato la vicenda nel film No, i giorni dell’arcobaleno.

Per altro verso, l’analisi delle tendenze elettorali in Italia e all’estero mostra che il cosiddetto hate speech, il linguaggio sprezzante verso il diverso e l’avversario, carico di odio e risentimento, utilizzato sui media da alcuni politici e dai loro sostenitori, è efficace nei confronti di quanti – soprattutto nella classe media – si sentono deprivati dei loro diritti e dimenticati dalle politiche di sviluppo.

I due esempi mostrano, da un lato, quanto sia importante per chi comunica saper intercettare gli stati d’animo dei propri destinatari; dall’altro, il fatto che lo stile comunicativo non è mai eticamente neutrale e che la scelta di determinati messaggi veicola anche un mondo di valori. Per la Chiesa la questione è ancor più vitale, perché esiste per trasmettere il Vangelo: per farlo si può usare qualunque mezzo, qualunque linguaggio o il messaggio evangelico ha una forma espressiva propria?

 

Lo stile comunicativo di Gesù

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa (Marco 4,33-34). Così commenta l’evangelista Marco il discorso parabolico sulla figura del seminatore (cfr Marco 4,1-34). In effetti gli insegnamenti pubblici di Gesù hanno quasi sempre questa forma, tipica – ma non esclusiva – del suo stile comunicativo. Ne abbiamo conferma anche dagli altri due vangeli sinottici.

Le parabole intese come racconti costruiti ad hoc per comunicare un messaggio rientrano in un genere più ampio, detto in ebraico māšāl. Si tratta del linguaggio sapienziale proprio del profeta e del rabbì, il maestro, costituito dal detto arguto o proverbiale, talvolta sotto forma di enigma da risolvere. Un intero libro biblico – i Proverbi – raccoglie simili insegnamenti attribuiti al re Salomone: Il saggio ascolti e accrescerà il sapere, chi è avveduto acquisterà destrezza per comprendere proverbi e allegorie, le massime dei saggi e i loro enigmi (Proverbi 1,5-6).

Anche Gesù adotta questo modo di esprimersi. Ad esempio, parlando nella sinagoga a Nazareth cita questo proverbio: Medico, cura te stesso (Luca 4,23). O, ancora, nel discorso che fa seguito alle beatitudini, pone le domande retoriche: Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? (Luca 6,39). In entrambi i casi l’evangelista Luca definisce “parabola” le parole di Gesù.

L’espressione parabolica implica una domanda sul bene e sul male, con l’intenzione di indicare l’azione giusta da compiere, ma senza definirla. La cornice narrativa in cui spesso colloca il suo insegnamento etico lascia l’applicazione aperta alle diverse circostanze, conferendole una forma analogica, ossia fondata sulla capacità umana di fare confronti e mettere in relazione situazioni in parte uguali, in parte differenti, secondo la logica del “come …, così …”. La parabola mette in scena per l’ascoltatore forme di scelte possibili per orientare la sua vita all’interno di un certo mondo valoriale. Chi vuole entrarvi deve accogliere l’insegnamento adattandolo alle circostanze della sua realtà attuale, rappresentata nel discorso parabolico, e mettendo così in gioco la propria libertà (cfr Ricoeur P., Tempo e racconto, I, Jaca Book, Milano 1986).

Da parte sua, chi adopera un simile linguaggio deve essere dotato di credibilità e autorevolezza, se vuole che il suo messaggio venga recepito e accolto. Le sue parole devono essere accompagnate da una condotta di vita coerente con quanto afferma. Inoltre deve possedere lucidità e chiarezza interiore nel saper distinguere il bene dal male e affermarlo senza tentennamenti. Gesù compendia tutti questi aspetti nel Discorso della montagna, quando prescrive ai suoi discepoli uno stile di vita che renda superfluo il ricorso ai giuramenti per avvalorare le proprie parole: Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno (Matteo 5,37).

Se, da una parte, il discorso parabolico non impone a chi ascolta di compiere un’azione precisa, dall’altra non lascia indeterminata la questione, ma pone una distinzione chiara tra più possibilità rispetto alle quali l’ascoltatore è chiamato a prendere posizione.

Un classico esempio è quanto avviene in casa del fariseo Simone, che invita Gesù a mangiare da lui, ritenendolo un profeta, ma si scandalizza quando una donna, nota peccatrice in quella città (Luca 7,37), comincia a cospargere di lacrime i piedi di Gesù, li asciuga con i suoi capelli e li unge con profumo, mentre lui la lascia fare. Secondo la tradizione giudaica il contatto con una persona del genere rendeva impuri, indegni agli occhi di Dio come qualunque peccatore. Ogni buon fariseo l’avrebbe scrupolosamente evitato e così ci si aspettava che si comportasse un profeta. Che cosa poteva fare Gesù per aiutare Simone a cambiare punto di vista? Non poteva certo far leva sul piano dottrinale: il fariseo avrebbe avuto argomenti per giustificarsi e mantenere la distanza dalla donna, non vista nella sua personalità, ma trasformata in un casus belli e nascosta dietro questioni di principio. Invece il punto è proprio arrivare a coinvolgersi affettivamente nella vicenda di peccato, dolore e pentimento della donna. Ecco perché Gesù racconta la parabola dei due debitori e attraverso una domanda sposta l’attenzione di Simone verso l’aspetto davvero essenziale: chi ama di più?.


Luca 7,40-47

40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». 41 «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. 47 Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».


Una volta data la risposta giusta, ancorché scontata nella prospettiva del racconto, spetta a Simone decidere se assumerla, rivedendo i suoi criteri di valutazione e quindi cambiando il suo approccio nei confronti della donna e delle persone impure come lei, oppure continuare a seguire le norme tradizionali, ma a scapito della coerenza con quanto da lui stesso affermato e soprattutto dell’amore.

 

Comunicare il cambiamento

L’evangelista lascia il racconto in sospeso, non dice che cosa abbia fatto in seguito quel fariseo, ma ci presenta il conflitto crescente tra i farisei e Gesù nel suo dirigersi verso Gerusalemme. Il capitolo 12 si apre proprio con un avvertimento ai discepoli di guardarsi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia (Luca 12,1); da qui prende l’avvio una sezione particolarmente ricca di parabole, tra cui le più note sono quelle “della misericordia” (Luca 15). Tuttavia, a ben vedere, bisognerebbe piuttosto definirle “della gioia”, perché questa è la situazione finale su cui sono focalizzate: quella del pastore in cerca della pecora perduta, quella della donna che ritrova la dracma smarrita e quella del padre in festa per il ritorno a casa del figlio considerato perso.

La cornice narrativa in cui esse si collocano è il malcontento di scribi e farisei nel vedere Gesù che accoglie i peccatori (cfr Luca 15,2). Pertanto bisognerebbe leggere insieme a queste anche le altre due parabole narrate nel capitolo successivo, quella dell’amministratore disonesto e quella del ricco e Lazzaro, per osservare il modo in cui l’evangelista contrappone due atteggiamenti; mentre Gesù invita i suoi ascoltatori a passare dalla tristezza alla gioia, i farisei passano dal malcontento alla derisione: ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui (Luca 16,14).

I testi sono costruiti su un percorso di cambiamento a partire dalla mormorazione con cui si apre il racconto, un’espressione di malumore per qualcosa di atteso e non ricevuto, di cui si avverte la mancanza. A volte questo stato d’animo spinge a una giusta rivendicazione, come nel caso della disparità di trattamento dei discepoli nella distribuzione degli aiuti quotidiani alle vedove (cfr Atti degli Apostoli 6,1). Nella maggioranza dei casi però è un atteggiamento ingiusto, indice di mancanza di fede e riconoscenza per i doni ricevuti, soprattutto se rivolto contro gli inviati di Dio, come Mosè, quando il popolo appena liberato dalla schiavitù in Egitto mormora per la mancanza di acqua e cibo: è chiaro che il bersaglio delle critiche è il Signore stesso (cfr Esodo 15,24; 16,2). Qui il mormorare di scribi e farisei ne esterna il disappunto nel vedersi trascurati da Gesù e messi in secondo piano rispetto a persone considerate meno degne di loro.

Cogliendo lo stato d’animo dei farisei, colmo di frustrazione e tristezza, Gesù costruisce tre parabole in cui rappresenta l’analoga situazione di due uomini e una donna che, invece di chiudersi in se stessi per una perdita subita, si mettono in cerca, reagiscono con la forza della speranza. Il loro atteggiamento è premiato dal ritrovamento e dalla gioia conseguente, riflesso di quella del Regno di Dio inaugurato da Gesù sulla terra. Questa trasformazione è accessibile a tutti, ma per viverla è necessario cambiare l’oggetto cercato, origine del senso di perdita: non il proprio diritto al riconoscimento, che non viene negato, ma l’esclusione di altri uomini e donne che hanno la stessa dignità di membri del popolo eletto, nonostante la loro situazione di vita.

L’invito a passare dalla tristezza alla gioia è esplicito nel dialogo tra il padre e il figlio maggiore della terza parabola: bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (Luca 15,32). La parabola si conclude così, ma il lettore non sa se questo invito verrà accettato.

Luca 16 mostra qual è il vero impedimento: l’attaccamento ai beni posseduti. Perciò Gesù mette in guardia i suoi discepoli dall’avidità, raccontando la parabola dell’amministratore disonesto, lodato non per la sua malizia colpevole, ma per la scaltrezza nel saper rinunciare, al momento opportuno, al proprio tornaconto, in vista di un bene maggiore. Lo sconto che fa ai creditori del suo padrone quando viene licenziato, infatti, consiste nella rinuncia al rincaro imposto ai debiti dei clienti e da lui illecitamente ritenuto (cfr Luca 16,1-8).

Colpiti nei loro interessi, i farisei passano dal disappunto della mormorazione alla derisione: punti sul vivo, la loro tristezza diventa rancore. Il termine usato dall’evangelista, deridere, farsi beffe, ha in sé una connotazione di disprezzo che di solito è attribuita all’empio che si chiude in sé in modo irragionevole e presuntuoso. La situazione a questo punto è prossima alla rottura: fallito il tentativo di persuadere gli scribi e i farisei in modo mite, a Gesù non resta altro da fare che scuotere duramente le coscienze, al modo dei profeti. Così racconta un’ultima parabola in cui la gravità della loro condotta di vita – e quindi la necessità urgente anche per loro di conversione – è rappresentata crudamente dalle conseguenze senza rimedio: l’inferno (cfr Luca 16,19-31).

 

Comunicare in modo creativo

Lo stile comunicativo di Gesù ha alcuni aspetti estremamente attuali.

In primo luogo l’uso di espressioni brevi ed efficaci: con poche parole si va al cuore della questione, presentandone con chiarezza i vari aspetti. L’ascoltatore è posto di fronte a una scelta etica e soprattutto invitato a valutare le proprie motivazioni, sviluppando il suo senso critico, oggi sempre più attenuato dalla ricerca e offerta non di un vero confronto, ma della condivisione e conferma di quanto già si sente e si crede (cfr Nussbaum M.C., Non per profitto, il Mulino, Bologna 2011). Allo stesso modo la scelta di Gesù di comunicare attraverso dei racconti, basati su esperienze comuni, ha la capacità di suscitare un immaginario diverso, migliore, desiderabile, rispetto al quale l’azione giusta, eticamente corretta, non s’impone per dovere verso un’autorità esterna, ma per il piacere di compiere liberamente il bene.

Per questo Gesù non insiste sul registro “buonista”, presentando un’umanità sofferente verso cui avere misericordia, come nel caso di Lazzaro, ma preferisce portare l’attenzione alla trasformazione possibile: i protagonisti delle sue parabole, inizialmente esclusi e perdenti, alla fine si ritrovano sani e salvi. Non mancano gli sconfitti, ma sono quelli che non hanno impiegato bene le proprie risorse, come il ricco, o l’uomo che riceve un talento e non lo fa fruttare (cfr Luca 19,12-27).

Sono le caratteristiche di uno stile di comunicazione creativo, attento alla condizione degli interlocutori, non manipolatorio, rispettoso della libertà di chi ascolta, credibile in virtù della coerenza della vita di Gesù e altrettanto chiaro nel proporre la visione evangelica della vita. 

 

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