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Contro la spirale dell’ansia serve un vero realismo

Fascicolo: giugno-luglio 2026

Quando si parla delle emozioni più diffuse a livello sociale, specialmente tra i più giovani, l’ansia ha assunto un indiscusso primato. L’ha messo efficacemente in rilievo papa Leone XIV, nella sua recente visita alla comunità accademica dell’Università “La Sapienza” di Roma: «Non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. […] Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia» (Discorso all’Università “Sapienza” di Roma, 14 maggio 2026).

Il Pontefice non fa che ribadire quanto le ultime ricerche sulla salute mentale delle giovani generazioni mostrano in modo sempre più evidente. Un recente rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in inglese Organization for Economic Co-operation and Development) mette in luce un peggioramento generale degli indicatori di salute mentale dei più giovani lungo l’ultimo decennio (cfr OECD, Child, Adolescent and Youth Mental Health in the 21st Century, OECD Publishing, Parigi 2026, in <www.oecd.org>). Fra i sintomi più diffusi si segnalano proprio ansia e depressione, che vengono correlate a fattori scatenanti complessi e molteplici, non solo individuali, ma legati a condizioni di sistema che tendono a presentarsi come un dato di fatto ineludibile: il mondo va così, bisogna adeguarsi. Così si pone l’imperativo, o meglio l’ideologia del There is no alternative, «non c’è alternativa» rispetto allo stato di fatto, generalmente associata alle politiche liberiste del primo ministro britannico Margaret Thatcher (1925-2013), che presentava il capitalismo come l’unico sistema economico in grado di reggere oggi. Tutto ciò che cerca di opporsi a questa visione viene presentato come irrealistico e ingenuo. Eppure, a ben vedere, la realtà può essere guardata da una prospettiva radicalmente diversa, che può contribuire a smontare la spirale dell’ansia.

 

L’insostenibile peso della società della performance

L’ansia è uno stato d’animo che spesso si usa associare alla paura, eppure tra le due c’è una fondamentale differenza: se la paura rappresenta l’ordinaria risposta emotiva a una minaccia imminente, reale o percepita, e in questo svolge anche una funzione fondamentale nella crescita e nella vita degli esseri umani, l’ansia rappresenta piuttosto l’anticipazione di una minaccia futura: porta alla paralisi e impedisce di affrontare la realtà (cfr. Rowlands A., «Il valore politico della speranza», in Aggiornamenti Sociali, 8-9 [2025] 465). La sua genesi non è riducibile a una sola spiegazione, tuttavia è indubbio che le dinamiche sociali contemporanee le offrano un humus formidabile. Viviamo infatti in una società sempre più complessa ed esigente, in cui la velocità dell’innovazione tecnologica, di cui ideologi vecchi e nuovi sostengono il necessario sviluppo senza limiti, si salda con logiche di mercato sempre più aggressive. In questo tempo,
la domanda che i più giovani, e non solo, sono spinti a porsi incessantemente è: «Sono sufficientemente all’altezza delle prestazioni che la società dell’efficienza mi richiede? Sono abbastanza?». Siamo in una situazione in cui «Le richieste ossessive di prestazioni adeguate – “produci sempre di più, sempre più in fretta, sempre meglio”, “realizzati!” – generano un’ansia cronica e generalizzata […]. L’ansia costante è quella di non farcela […]. E nessuno sa cosa voglia veramente dire “farcela”» (Mollisi M.A. - Zaccaro G., «Una regola minima per l’atleta stanco», in Bartolini P. – Benasayag M. – Mollisi M.A. – Zaccaro G., Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci, Jaca Book, Milano 2026, 29). La società dell’efficienza è plasmata dall’attuale architettura dei media digitali (che tendono a trattenere il più possibile gli utenti sulle piattaforme, a innescare dinamiche sempre più accentuate di confronto con artificiali e inarrivabili modelli di successo e a spingere verso un’esasperata polarizzazione), dall’accelerazione delle varie crisi globali (geopolitica, climatica, finanziaria, ecc.) e dalle pressioni legate al modello socioeconomico per ora vincente, che impone imperativi di prestazione percepiti come sempre più esigenti e insostenibili nella vita personale, professionale e sociale.

Questo diffuso malessere, che nei casi più gravi può sfociare in modo patologico in attacchi di panico, forme depressive, fobie, disturbi del comportamento alimentare, ecc., tende a essere trattato solo a livello individuale. Nel migliore dei casi, chi ne ha le possibilità può accedere a un’offerta di mercato sempre più ampia di cosiddetta cura di sé, volta a promuovere la crescita personale, il benessere fisico e psichico, alla quale si chiede spesso più che altro un sostegno per “restare in corsa”, per continuare a “funzionare”, o addirittura la ricetta per essere vincenti. Risposte di questo tipo, tuttavia, non vanno alla radice del problema: da una parte perpetuano la logica della performance illimitata, dall’altro sostengono l’illusione di poter gestire e controllare individualmente ogni aspetto che pare fuori posto, semplicemente attivando il giusto rimedio. A ben vedere, l’unico modo per scardinare davvero la spirale dell’ansia è riattivare una dinamica comunitaria, che aiuti a passare dalla sofferenza individuale a una presa di coscienza più ampia e “realistica” sulla realtà, che si può costruire solo insieme agli altri.

 

Per un realismo profetico

Giorgio La Pira (1904-1977), padre costituente e più volte sindaco di Firenze, in un’epoca profondamente diversa dalla nostra, eppure segnata da tensioni non meno gravi a livello internazionale, riteneva la possibilità di una terza guerra mondiale, e lo stesso «equilibrio del terrore» tra le superpotenze, «un non senso», e definì addirittura il disarmo, lo sviluppo e la pace come «inevitabili direttrici della storia moderna». Queste affermazioni, prese singolarmente, potrebbero sembrare ingenue e velleitarie, specie se messe a confronto con la deriva bellicista che si osserva in questi anni. Di certo La Pira non voleva negare la realtà delle guerre e delle ingiustizie del mondo, ma offrire una diversa chiave di lettura, secondo cui il disarmo «non può non avvenire! Ci vuole preghiera, speranza, pazienza, e azione perseverante e decisa a tutti i livelli: spes contra spem» (La Pira G., «Le nuove generazioni e la navigazione storica del mondo», 14-17 luglio 1968, in Id., Il sentiero di Isaia, Cultura Editrice, Firenze 1978, 380-382, facendo riferimento alla Lettera ai Romani 4,18: [Abramo] credette, saldo nella speranza contro ogni speranza). La sfida posta dal reale non viene negata, ma esiste un tipo di azione possibile per fronteggiarla, accompagnata da virtù quali pazienza, perseveranza e speranza, anche contro ogni evidenza. Si tratta di un’azione non individuale, ma collettiva («a tutti i livelli»), radicata nella scoperta che solo guardando la realtà insieme la si potrà veramente vedere tutta.

Questo sguardo può essere propriamente definito profetico. Come i profeti denunciavano apertamente e senza sconti le ingiustizie, l’idolatria, l’allontanamento del popolo d’Israele dall’alleanza con Dio, al tempo stesso non mancavano di indicare quei segni presenti nella stessa realtà che mostrano la possibilità concreta di uno sviluppo diverso. Così ad esempio Dio mostra al profeta Geremia un ramo di mandorlo ancora spoglio, facendogliene intendere la fioritura ormai prossima (Geremia 1,11), e rivela al profeta Isaia la venuta del Messia come un germoglio pronto a spuntare dal tronco di Iesse (Isaia 11,1). Come nel testo biblico tale sguardo sgorga dal dialogo talora serrato tra Dio e il profeta, così oggi questo può nascere dal lasciarsi toccare dalla realtà insieme ad altri: come sono le sofferenze e le sfide individuali e collettive di oggi viste insieme? Quali piccoli segni e timidi inizi già vediamo nella realtà, e possiamo aiutare insieme a far crescere?

Si parla dunque sempre di realismo, ma di segno diverso e più profondo di quello fatto proprio dalla prospettiva della cosiddetta Realpolitik, dove al reale si associa una forma di pragmatismo che però non esaurisce mai la complessità del mondo in cui viviamo, anzi ne rappresenta una facile (e brutale) semplificazione. Se si guarda davvero insieme e in profondità il mondo così com’è, si scorge sempre anche un’alternativa.

 

Dall’ansia all’azione comune

Quali sono dunque oggi i piccoli segni della possibilità di una visione (e di un’azione) alternativa? Non stupirà ritrovarli proprio in quelle giovani generazioni spesso presentate come più fragili e vulnerabili. Pur in un contesto di individualismo diffuso, molti giovani decidono di mettersi in gioco in diverse esperienze nel segno della condivisione: cammini, forme di vita comunitaria, impegno missionario, formazione tra pari, associazioni e gruppi che si prendono cura di un quartiere, di un territorio, ecc. I giovani impegnati in attività che li mettono in relazione con gli altri, come sport, associazionismo e volontariato, e che sviluppano fra loro relazioni di amicizia, hanno generalmente una visione molto più positiva del futuro (cfr Magatti M. - Pizzul D. [edd.], FRAGILE. Mappae mundi di una nuova generazione, Erickson, Trento 2026, 148, in <www.unhatefoundation.org>). Paure e inquietudini non vengono rimosse, ma quando sono affrontate insieme possono divenire momenti di crescita e occasione per aiutare altri a fare lo stesso passaggio.

Proprio la riscoperta e la cura di una dimensione più gratuita dei legami relazionali possono offrire un’alternativa vera e credibile all’apparentemente inevitabile caduta nella spirale dell’ansia. Riprendendo il discorso di papa Leone XIV citato in apertura, perché questi germogli crescano e si sviluppino serve, trasformare l’inquietudine in profezia, e farlo insieme, passando «dall’ermeneutica all’azione»: infatti, «proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia». Nel concreto, la società civile può fare molto per favorire e accompagnare le esperienze comunitarie che già nascono dal basso, e al tempo stesso spingere i decisori politici a fare altrettanto, abbandonando visioni, come quelle distorte sul “merito” (cfr Riggio G., «Il merito in questione: oltre una visione individualista», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2024] 219-222), che in ultima analisi sostengono la società della performance.

Solo guardando in faccia insieme agli altri la realtà nella sua interezza e ritrovando la forza dei legami personali e comunitari in una società che ha fatto dell’individualismo la sua cifra distintiva, si potrà recuperare uno sguardo profetico che sappia realizzare l’alternativa già seminata nei solchi del presente.

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