“No deal is better than a bad deal” (meglio nessun accordo che uno cattivo) scandivano i rappresentanti delle organizzazioni della società civile davanti alle sale negoziali di Baku, facendo pressione perché i delegati del Sud globale rifiutassero un accordo così al ribasso, rispetto alle esigenze di miliardi di persone, da risultare non solo inefficace, ma anche umiliante. Siamo stati a un passo dal fallimento delle trattative, quando sabato i delegati dei Least Developed Countries (LDCs) e degli Small Island Developing States (SIDS) hanno lasciato la sala in segno di protesta denunciando il ricatto del “prendere o lasciare” un’offerta finanziaria da parte dei Paesi sviluppati e della presidenza azera, che giudicavano del tutto insufficiente (circa un quarto di quanto richiesto). Alla fine, un accordo c’è stato: non gli oltre mille miliardi all’anno, prevalentemente da finanza pubblica, richiesti dai Paesi in via di sviluppo, ma 300 miliardi all’anno entro il 2035 da parte dei Paesi sviluppati, e l’obiettivo di mobilitare 1300 miliardi all’anno, sempre entro il 2035, da varie fonti. La seconda parte dell’accordo è importante perché apre alla possibilità, fino a poco fa ritenuta improbabile, che anche la Cina partecipi agli sforzi finanziari per la mitigazione e l’adattamento nel Sud globale. Possiamo dirci soddisfatti? Procediamo con ordine.
Un clima politico tossico
Dal punto di vista del clima politico, quella di Baku è stata una COP triste in un mondo triste: la presidenza azera apre i lavori attaccando l’Unione Europea (immaginate un arbitro che fischia l’inizio e poi insulta una delle squadre); la Francia risponde non mandando la propria Ministra dell’Ambiente; il Governo argentino del negazionista climatico Milei ritira la propria delegazione, senza spiegazioni, il secondo giorno, compiendo un gesto di puro bullismo diplomatico; l’assenza dei capi di Stato di Australia, Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Russia, Stati Uniti, Sudafrica, e della Presidente della Commissione europea; l’Unione Europea umiliata pubblicamente dai delegati africani che accolgono con una risata la sua proposta sulla finanza climatica; la prospettiva molto concreta che gli Stati Uniti di Trump usciranno dall’Accordo di Parigi per la seconda volta in cinque anni; sullo sfondo, la guerra in Ucraina e l’escalation in Medio Oriente, e la politica internazionale polarizzata come non accadeva dai tempi della Guerra fredda. In questo quadro, dobbiamo rallegrarci del fatto che tutti i Paesi del mondo riescono comunque a stare allo stesso tavolo per due settimane, e a raggiungere un consenso minimo? Di sicuro, questo rimarca che gli organismi delle Nazioni Unite, per quanto zoppicanti e bisognosi di riforme, restano comunque l’unico luogo dove è possibile parlare con amici e nemici e sperare in una risoluzione pacifica delle controversie.
Le occasioni mancate
Il primo e più grave fallimento riguarda la mitigazione: tema urgentissimo, dal momento che l’ultimo rapporto del Programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) sul clima globale ha mostrato che, con gli impegni attuali di riduzione delle emissioni, stiamo andando verso uno scenario di +2,5°C entro la fine del secolo. Ma la discussione è stata bloccata per due settimane dall’opposizione della Cina, seguita dal gruppo dei Like Minded Developing Countries, dai Paesi arabi e dal gruppo africano, i quali non accettano obiettivi di riduzione delle emissioni in assenza di garanzie di sostegno finanziario. Il risultato è un testo deludente, che non menziona l’obiettivo di ridurre le emissioni né l’abbandono o almeno il decremento dell’uso di fonti fossili. Un passo indietro rispetto alla COP28, che prometteva un “allontanamento” (transitioning away) dai combustibili fossili.
Il secondo obiettivo mancato è il Global Stocktake (GST), cioè l’insieme di metodologie e procedure per verificare e tenere traccia di come i Paesi stanno mantenendo fede ai propri impegni climatici. La questione principale è come tradurre il primo inventario realizzato l’anno scorso in politiche e azioni concrete da parte degli Stati. La materia, che ha un’elevata complessità tecnica, è stata spacchettata in tre tavoli negoziali paralleli, ma tutti e tre si sono conclusi rimandando le decisioni ai prossimi negoziati intermedi di Bonn, nel giugno 2025.
Che cosa portiamo a casa
Contrariamente alle aspettative più pessimiste, è stato raggiunto un consenso sugli accordi bilaterali tra Stati (art. 6 dell’Accordo di Parigi) e il mercato dei crediti di carbonio. Le nuove regole includono anche meccanismi di vertenza per le popolazioni coinvolte nei progetti, clausole di responsabilità per gli sviluppatori nel caso di fallimento evitabile dei progetti, nuove metodologie per calcolare i contributi di mitigazione. Un compromesso è stato raggiunto circa i registri che raccolgono i dati sui progetti di mitigazione e sui relativi crediti scambiati. Lo scontro è stato tra l’Unione Europea, che proponeva un registro unico a livello ONU, e gli Stati Uniti che sostenevano un modello meno regolamentato. Il risultato è l’istituzione di un registro a livello ONU, ma privo di una metodologia propria, una semplice raccolta dei registri già esistenti. Queste decisioni hanno suscitato reazioni miste: soddisfazione perché i negoziati in materia si trascinavano da quasi un decennio, ma anche delusione da parte dei settori della società civile che auspicavano misure più stringenti per evitare la speculazione e l’erogazione di crediti più o meno fittizi, ai quali non corrispondono reali progetti di sviluppo.
I risultati di questa COP sono soprattutto a livello procedurale: la finanza climatica e il meccanismo per i crediti di carbonio erano due pacchetti negoziali che non potevano essere rimandati; ora gli accordi ci sono, perciò c’è anche lo spazio per migliorarli. Formalmente, queste decisioni completano l’Accordo di Parigi. Resta tuttavia molta delusione per la scarsa portata dei contenuti: la decisione sulla finanza è del tutto inadeguata ai bisogni ai quali il mondo sta andando incontro. Il peso degli interessi economici legati all’industria fossile, motivati a mantenere lo status quo, è ancora forte. È molto deludente anche che dal G20, tenuto a Rio de Janeiro il 18-19 novembre, non sia arrivato alcun input politico per la transizione.
Tornando alla domanda iniziale, è giusto accontentarsi di risultati, che sono molto al di sotto di quanto sarebbe giusto fare? Sì, ma solo a patto di mantenere un’elevata vigilanza e di aumentare notevolmente la pressione della società civile sui Governi.