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Upcycling: un approccio innovativo per la moda

Ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di capi di abbigliamento e 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili finiscono nelle discariche. Di fronte a questa enorme quantità di scarti, sembra logico pensare che l’unica via possibile sia quella della decrescita del settore della moda. Ma moda e decrescita possono coesistere?

La decrescita è definita come la riduzione pianificata della produzione e del consumo, in modo da garantire condizioni di vita eque. I principi della decrescita, come quantità sufficiente, cooperazione e cura, si scontrano con quelli della crescita, basati su massimizzazione, mercificazione ed efficienza. Per l’industria della moda, responsabile di un enorme sfruttamento delle risorse e della produzione di rifiuti, ridurre il consumo di risorse e assicurare una distribuzione equa del valore rappresenta una sfida importante.

Sebbene alcuni Governi e aziende incoraggino i consumatori ad acquistare in modo responsabile e a ridurre gli sprechi, è necessaria un’assunzione collettiva di responsabilità per facilitare una transizione verso la decrescita, che implica un cambiamento radicale nel modo in cui stilisti, produttori e marchi affrontano il problema dei rifiuti nel settore della moda. Le pratiche circolari contribuiranno a creare un’industria giusta ed equa? È possibile produrre abbigliamento localmente e in modo diverso rispetto alla filiera del fast fashion?1

 

L’upcycling: un modo nuovo di pensare ai rifiuti

Uno studio recente ha analizzato come la pratica della moda circolare dell’upcycling, cioè la trasformazione creativa e attenta di materiali di scarto dell’industria dell’abbigliamento in qualcosa di maggior valore, spinga gli attori del settore a ripensare il proprio rapporto con i rifiuti della moda, attribuendo loro valore come risorsa compatibile con i principi della decrescita2. Lo studio esamina come l’upcycling venga praticato da diversi tipi di operatori (marchi, produttori, designer e ONG) in Turchia, uno dei maggiori produttori tessili d’Europa.

È importante sottolineare che, sebbene nel mondo della moda si parli spesso di riciclo (la scomposizione dei rifiuti tessili in materie prime tramite processi meccanici o chimici), solo l’1% degli abiti viene effettivamente riciclato. Questo significa che la maggior parte dei rifiuti della moda è destinata a rimanere tale. Con l’upcycling, al contrario, il rifiuto viene trattato come una risorsa: invece di considerare i vestiti come oggetti usa e getta, esso ci permette di comprendere tutti gli elementi della filiera (abiti, persone ed ecosistemi) e di prendercene cura. Trasformare scarti alimentari in coloranti naturali per tingere tessuti o utilizzare vele da barca per realizzare borse genera valore attraverso la creatività, i materiali, la condivisione delle competenze e la cura che vi sono implicati.

Questo approccio si differenzia da quello delle strategie di “crescita verde”, seguendo il quale alcuni attori della moda circolare trattano i rifiuti come materie prime e cercano di massimizzare la crescita attraverso una riduzione efficiente degli scarti3. Questo è incompatibile con la decrescita. Infatti, la svolta consiste nel ridurre la produzione di tessuti e valorizzare i rifiuti tessili esistenti, non in uno smaltimento più efficiente.

 

Un paradigma relazionale

Le pratiche industriali di upcycling mettono in evidenza il valore socioecologico dei rifiuti, che si genera attraverso reti sociali solidali organizzate intorno alla filiera dei rifiuti, che comprendono designer, produttori e marchi specializzati in upcycling, e coinvolgono anche la natura e la tecnologia.

L’interesse per il contesto di origine dei materiali di scarto sta crescendo: gli stilisti che si dedicano all’upcycling valorizzano il patrimonio locale e materiale nella produzione di abiti rigenerati, elemento fondamentale per promuovere quella consapevolezza ecologica e materiale necessaria a una transizione verso la decrescita. Si richiamano all’idea che “la natura non spreca nulla” e dichiarano di trarre ispirazione dai cicli naturali, che cercano di imitare nei loro processi creativi.

Questo implica anche un ripensamento del ruolo delle tecnologie. Le pratiche degli stilisti e dei piccoli marchi che si occupano di upcycling evidenziano il valore della creazione di piattaforme di condivisione dei rifiuti tra gli attori dell’industria, che funzionano come vere e proprie “biblioteche dei rifiuti” e offrono opportunità per acquistare diversi tipi di scarti tessili da riutilizzare.

 

Rifiuti di valore

Gli imprenditori che fanno upcycling non sono cacciatori di tendenze che inseguono il profitto, ma cercano modalità alternative per collaborare e per entrare in relazione con la natura, i rifiuti e la tecnologia. Ad esempio, alcuni stilisti hanno collaborato con donne delle aree rurali delle province di Erzurum, Mugla e Kilis (Turchia) per rigenerare tessuti scartati trasformandoli in capi tessuti a mano, contribuendo così a preservare il patrimonio culturale artigianale. Un marchio ha raccolto scarti alimentari per creare tinture naturali per tessuti, collaborando con amici e bar di Istanbul. Durante la pandemia da COVID-19 sono emerse reti di solidarietà tra ospedali, produttori tessili e stilisti per realizzare divise upcycled per medici e infermieri. Abbiamo osservato che anche i produttori riutilizzano gli scarti per realizzare doni destinati a dipendenti, bambini e altre persone. Queste pratiche mirano a ridurre i rifiuti, a ristabilire un legame tra le persone e i materiali di scarto e a promuovere la condivisione di conoscenze e competenze locali.

La scarsa familiarità con le pratiche circolari da parte degli attori del settore rappresenta ancora un limite. Attualmente, la possibilità di sviluppare conoscenze e competenze sull’upcycling e di reperire i materiali di scarto dipende dalla possibilità di accedere a poli della conoscenza (knowledge hub) e piattaforme di condivisione dei rifiuti. L’upcycling è ancora una pratica circolare di nicchia; il non facile accesso alle risorse di scarto e la mancanza di finanziamenti pubblici e di sostegno politico ai progetti rimangono fonti di preoccupazioni rilevanti. Tuttavia, quando è radicato nelle comunità locali, in una diversa comprensione del rapporto con i materiali e in un atteggiamento di cura, l’upcycling è in grado di promuovere i valori della decrescita nel mondo della moda.

 

 

1 Cfr Maiti R., «The Environmental Impact of Fast Fashion, Explained», 20 gennaio 2025, <https://earth.org/fast-fashions-detrimental-effect-on-the-environment/>.

2 Vicdan H. – Ertekin Z.O. – Atik D., «Convivial circularities for degrowth. The case of upcycling», in Marketing Theory, 8 gennaio 2025.

3 Saint M., «Fashion brands face EU pressure to cut textiles waste», in Financial Times, 22 maggio 2025.

 

Titolo originale: «Degrowth and fashion: how upcycling innovators show us how to rethink and reuse waste», in The Conversation, 19 giugno 2025, <https://theconversation.com/degrowth-and-fashion-how-upcycling-innovators-show-us-how-to-rethink-and-reuse-waste-258869>. Traduzione, neretti e riquadri a cura della nostra Redazione.

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