Quale finanza per la lotta ai cambiamenti climatici?

La transizione verso una economia sostenibile richiede massicce risorse finanziarie. Attraverso opportuni strumenti di regolamentazione le autorità pubbliche possono spingere il sistema bancario in questa direzione, ma serve la volontà di usarli.
Fascicolo: giugno-luglio 2020
La transizione verso una economia a basse emissioni si scontra con il problema del reperimento delle risorse necessarie al suo finanziamento. In una fase in cui gli Stati devono fare i conti con la gestione del proprio debito, anche il settore privato si dimostra restio a intervenire massicciamente, mentre le principali banche ereditano dal passato un pesante coinvolgimento nel settore delle energie fossili di cui non possono liberarsi con facilità. Come è possibile uscire dall’impasse? Le autorità pubbliche devono recuperare il coraggio di dare regole per indirizzare il mondo della finanza a servizio della decarbonizzazione. Di quali strumenti dispongono? Sapranno usarli anche se questo comporta infrangere i dogmi del libero mercato? Nel numero di giugno-luglio Aggiornamenti Sociali ospita l'analisi di Gaël Giraud SJ, economista, direttore di ricerca presso il CNRS (Centre national de la recherche scientifique) di Parigi. Di seguito la parte introduttiva, qui l'articolo integrale. 


Riscaldamento globale, sesta estinzione di massa degli organismi viventi, acidificazione degli oceani, sesto continente di rifiuti nel Pacifico settentrionale, aumento del livello degli oceani e devastazione delle coste, erosione del suolo, piogge acide, scioglimento dei ghiacciai, prosciugamento di fiumi e falde, sconvolgimento del ciclo dell’acqua, relativa scarsità di alcune risorse minerali non rinnovabili: la litania dei disastri in corso, sostanzialmente prodotti dall’attività umana, dovrebbe essere ben nota.

Eppure la COP25 (l’annuale vertice sui cambiamenti climatici svoltosi dal 2 al 13 dicembre 2019 a Madrid) si è conclusa con un fallimento, mentre un Governo come quello australiano continua a rinchiudersi nella negazione del problema anche di fronte agli incendi boschivi che, alla fine dell’estate più calda e secca mai registrata nel Paese, hanno distrutto un’area grande come metà della Germania, sterminato miliardi di animali e ucciso una trentina di persone. Oltre alle perdite colossali di biodiversità, la tragedia è che questi incendi distruggono gli alberi, pozzi di assorbimento naturale di carbonio, accelerando così il riscaldamento globale.

Secondo uno scenario ancora peggiore, se lo scioglimento del permafrost siberiano e degli idrati di metano congelati sul fondo del Mar Glaciale Artico accelera, è probabile che nei prossimi anni saranno liberate grandi quantità di metano. Una volta liberato nell’atmosfera, questo gas spingerebbe il pianeta verso un riscaldamento di 6 o 7 gradi, o ancora di più (Knoblauch C. et al., «Methane Production as Key to the Greenhouse Gas Budget of Thawing Permafrost», in Nature Climate Change, n. 8/2018; Shakhova N. et al., «Extensive Methane Venting to the Atmosphere from Sediments of the East Siberian Arctic Shelf», in Science, n. 327/2010). Prima o dopo il 2100? Non importa: probabilmente sarebbe in gioco la sopravvivenza della specie umana.

Dato ciò che sappiamo oggi e l’inerzia dell’umanità, è impossibile escludere che queste catastrofi si verifichino nei prossimi decenni. Per fortuna resta un relativo margine di incertezza su queste terribili prospettive. D’altra parte, è già più o meno certo che, a meno di una svolta tanto decisa quanto auspicabile da parte delle nostre società, ampie porzioni del pianeta diventeranno inabitabili a causa di una combinazione letale di calore e umidità prima della fine di questo secolo: i bacini dell’Amazzonia e del Congo, l’America centrale, il golfo di Guinea, le coste indiane, l’Indonesia, ecc. Quasi tutto il delta del Mekong, oltre la metà del Bangladesh, Mumbai, Shanghai, Venezia saranno sott’acqua. La Banca mondiale stima che 5,2 miliardi di persone saranno infettate dalla malaria nel 2050 e che nella seconda metà di questo secolo i rifugiati climatici saranno più di due miliardi e mezzo.

Perché non facciamo qualcosa? Ognuno di noi è invitato a farsi un esame di coscienza: sono vegetariano? Consumo prodotti a chilometro zero? Composto i miei rifiuti? Prendo (spesso) l’aereo? Che tipo di riscaldamento uso? Certo, sul piano individuale molti di noi si sentono tragicamente impotenti: in Francia, l’austerità ecologica più rigorosa consentirebbe a un singolo di ridurre le sue emissioni di gas serra al massimo del 30%. È già molto, e non dobbiamo sottovalutare i piccoli gesti capaci di produrre grandi effetti, tanto più che danno il buon esempio e si propagano attraverso dinamiche di mimetismo sociale. Ma il restante 70% delle emissioni dipende da decisioni che coinvolgono la collettività e la politica: gestione del territorio, trasporti, modalità di produzione e distribuzione dell’energia e dei beni di consumo quotidiano. Perché la politica, le istituzioni internazionali e i grandi attori privati fanno così poco per combattere questa tragedia, abbondantemente documentata dalla comunità scientifica da oltre vent’anni?


1. La “patata bollente” del finanziamento della riconversione


Il mistero della nostra inerzia si chiarisce un poco quando si comprende che sostanzialmente disponiamo delle tecnologie necessarie per riconvertire rapidamente industria e agricoltura in direzione di un mondo a basse emissioni, fondato su low tech, filiere corte, agroecologia e riciclaggio: dunque il principale ostacolo contro cui andiamo a sbattere non è tecnico, ma finanziario e, quindi, politico. In effetti, le (autentiche) “riforme strutturali” che dobbiamo attuare per trasformare le nostre società hanno un costo. Chi se ne farà carico?

a) Il nodo del debito pubblico
È quando si arriva al momento di prendere questa decisione che tutti gli attori del dibattito pubblico europeo preferiscono guardare da un’altra parte. Gli alti funzionari pubblici e i politici ritengono per lo più che gli Stati siano troppo indebitati per sostenere i costi di una riconversione ecologica a base volontaria. Tuttavia, la litania dell’eccessivo indebitamento pubblico ripetuta alla nausea non riesce a occultare una verità assai semplice: in un’epoca di deflazione, come quella che l’Europa attraversa da diversi anni dopo il crac del 2007-2009, la spesa pubblica resta il modo migliore per salvare l’economia dalla trappola della liquidità.

L’esempio del Giappone è eloquente: la sua economia lotta contro la deflazione da venticinque anni. A dispetto della sua ambivalenza politica, possiamo dare credito all’attuale primo ministro Shinzo Abe di aver capito che, nonostante un debito pubblico equivalente al 250% del Prodotto interno lordo (PIL), l’austerità fiscale avrebbe ucciso il paziente. Non così molti alti funzionari europei, i quali, ritenendo che gli Stati non possano indebitarsi per finanziare gli investimenti verdi peraltro indispensabili, si stanno rivolgendo al settore privato in cerca di salvezza. È il caso, in particolare, del Green Deal lanciato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Secondo l’esegesi dei documenti che lo delineano, questo piano prevede tra i 1.000 e i 2.600 miliardi di euro di spesa pubblica in dieci anni, una cifra da dieci a cinque volte inferiore a quella necessaria per il decennio appena iniziato secondo i calcoli della Corte dei conti europea, che difficilmente può essere sospettata di sovrastimare il costo della decarbonizzazione. Inoltre, il dettaglio delle fonti di finanziamento pubblico previste dalla Commissione europea rivela che nel quadro del Green Deal non sono previsti più di 30 miliardi di euro di spesa all’anno. Da dove possono provenire quelli che mancano, cioè tra 70 e 230 miliardi all’anno? Visti i vincoli e le difficoltà in cui versano le finanze pubbliche degli Stati, certamente non dalle casse degli Stati membri. Non resta quindi che il settore privato, che però si mostra ancora piuttosto riluttante.

b) I tentennamenti del settore privato
Ma il settore privato la sta ancora tirando per le lunghe. Questo non è molto sorprendente per il settore dell’industria petrolifera, il cui core business si basa sulla nostra dipendenza dai combustibili fossili. Patrick Pouyanné, amministratore delegato della multinazionale petrolifera francese Total, ha dichiarato di ritenere il dibattito sui cambiamenti climatici «troppo manicheo». È difficile capire che cosa ci sia di così manicheo nel fare pressione perché il settore privato, in particolare le cento aziende più inquinanti (tra cui proprio Total), che da sole sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni, accetti i cambiamenti necessari per evitare milioni di morti umane, sofferenze indescrivibili per miliardi di altri e, per inciso, salvaguardare la propria attività nel medio termine. Infatti, è assai probabile che in uno scenario di aumento della temperatura media di 2 ºC – soglia che potremmo raggiungere già a metà di questo secolo se continuiamo sulla traiettoria attuale – e di prosecuzione della distruzione della biodiversità attualmente in corso, la domanda di energia fossile si prosciugherà in seguito al crollo di interi settori delle nostre economie.

La razionalità strategica a medio termine del settore energetico richiede di sbarazzarsi dei combustibili fossili il più rapidamente possibile. Il vero motivo della resistenza di questo settore, almeno per quanto riguarda le società quotate, è la pressione degli azionisti perché siano garantiti elevati rendimenti a breve termine, che la lenta crescita delle nostre economie non può sostenere e che stanno costringendo alcune società a indebitarsi per gonfiare i dividendi, in contrasto con i più elementari principi di buona gestione. Ecco perché tanti capitani d’industria deplorano in pectore la mancanza di una regolamentazione vincolante e uniforme, capace di obbligare tutti, azionisti compresi, alla virtù. Questo rammarico è solo in parte in buona fede: ogni volta che si è parlato di regolamentare il settore bancario la Fédération Française des Banques, l’associazione di settore, ha sostenuto che qualsiasi regolamentazione penalizzerebbe i nostri campioni nazionali rispetto ai concorrenti nordamericani. La concorrenza è un ostacolo invocato da alcuni a ogni piè sospinto: proibirebbe qualsiasi azione volontaria da parte delle imprese, che non avrebbero altra risorsa se non pregare per l’imposizione di regole uniformi per tutti, ma proibirebbe anche l’introduzione di qualsiasi regolamentazione, perché questa costituirebbe uno svantaggio competitivo mortale. Questo implicito rinvio a un coordinamento internazionale, che tutti sappiamo essere molto difficile da realizzare per le idiosincrasie di ogni continente in materia di regolamentazione, ci condanna a una situazione di stallo.

c) Il vincolo degli azionisti
L’obiezione secondo cui la pressione degli azionisti impedisce oggi alle società quotate di adottare spontaneamente comportamenti virtuosi è giustificata, salvo che quegli azionisti non costituiscono un’entità omogenea. Ne esistono almeno due tipi: da una parte i piccoli azionisti, la cui influenza sui consigli di amministrazione è trascurabile, a meno che si organizzino per dare vita a forme di attivismo, e dall’altra gli investitori istituzionali (società di assicurazione e riassicurazione, fondi pensione, ecc.) e le società di gestione, che hanno un reale potere negoziale. I primi ritengono che l’impotenza li esoneri da ogni responsabilità etica: isolati in mezzo a migliaia di altri azionisti senza voce in capitolo nelle decisioni dei grandi gruppi industriali, non vedono perché, a livello personale, dovrebbero privarsi dei dividendi che queste società sono disposte a pagare loro. Per quanto riguarda gli investitori istituzionali e le società di gestione, le dichiarazioni pubbliche e i codici etici non devono illudere: con poche eccezioni, la maggior parte non ha una gestione del patrimonio ispirata all’idea di ritirarsi dalle attività inquinanti. Il gigante BlackRock, per bocca del suo amministratore delegato, Larry Fink, negli ultimi anni ha moltiplicato le dichiarazioni che prevedono un imminente sconvolgimento “verde” della finanza, ma la profezia tarda a realizzarsi. Inoltre, quando 631 investitori, a cui fanno capo attività per oltre 37mila miliardi di dollari, in occasione della COP25 sottoscrivono una dichiarazione (Global Investor Statement to Governments on Climate Change) per spingere i Governi ad agire contro i cambiamenti climatici, riportano il problema al punto di partenza: il ruolo dello Stato. Quindi siamo collettivamente alle prese con un classico problema di “patata bollente” che sta facendo perdere alla comunità internazionale anni preziosi. Come se ne esce?


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18 giugno 2020
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