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Privacy o sicurezza? La videosorveglianza nell’era degli algoritmi

I dispositivi di videosorveglianza offrono nuove opportunità in termini di sicurezza e prevenzione ma comportano anche dei rischi, legati a possibili violazioni della privacy. La ricerca tecnologica e la riflessione etica possono dialogare nella ricerca del giusto equilibrio.
Fascicolo: aprile 2020

Facciamo un piccolo esperimento: quante sono le telecamere che ogni giorno ci inquadrano? Probabilmente sono decine e decine le apparecchiature che, spesso senza che noi ne abbiamo piena consapevolezza, riprendono i nostri movimenti. Incontriamo telecamere nei negozi, sui mezzi di trasporto pubblico, in banca, agli incroci e su molti semafori, lungo i marciapiedi e le strade, all’ingresso delle zone a traffico limitato, ai caselli autostradali e ai distributori. Telecamere inquadrano i nostri volti allo stadio, nei luoghi di lavoro, negli aeroporti, nei grandi magazzini.

Il fenomeno è globale e si stima che quest’anno nel mondo si supererà il miliardo di telecamere installate. Appartiene ormai all’esperienza comune l’impressione di sentirsi osservati da questi occhi elettronici; ma in quale misura noi siamo realmente “visti” o “guardati”? Più precisamente: qual è la capacità dei dispositivi di sorveglianza di interpretare la realtà che registrano, ricavandone informazioni utili? Per fare questo, occorre che l’“occhio” sia collegato a un “cervello”: in tal caso, abbiamo a che fare con una intelligenza artificiale (AI), cioè un computer in grado di svolgere questa funzione di interpretazione (leggi tutti gli articoli del dossier di Aggiornamenti Sociali sull'impatto delle nuove tecnologie).

Di seguito, vedremo in che modo l’AI modifica la funzione e i termini di impiego della videosorveglianza e ne estende gli ambiti di applicazione. Questa disamina ci permetterà di evidenziare una prima serie di opportunità e di rischi connessi alle nuove tecnologie, che una analisi più approfondita dei singoli casi renderebbe molto più corposa.

 

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5 aprile 2020
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