«Prima l’Egitto!». Un’alternativa al modello faraonico

Fascicolo: giugno-luglio 2026

«Il modello faraonico è quello che teorizza che il bene è il bene degli egiziani (e ultimamente del faraone stesso), in funzione del quale tutti gli altri devono prodigarsi. Il motto del faraone è: “Prima l’Egitto” (Esodo 1,8-11). E ciò vuol dire: prima e solo l’Egitto. Ma il Dio di Israele è promotore di un radicale mutamento di prospettiva, quando fa emergere il diritto primario degli stranieri, degli oppressi, degli sfruttati, degli ultimi, in favore dei quali il sistema dovrebbe operare (Isaia 11,4; Salmo 72,1-4), così da essere davvero la suprema manifestazione dello Spirito, perché promotore di giustizia e di misericordia.
Il “grande”, cioè il dotto, il ricco, il potente deve dunque diventare servitore, prodigarsi per il bene dei piccoli (Matteo 20,24-28). Prima gli altri, prima gli ultimi (Matteo 20,8.16): questo è il linguaggio evangelico dello Spirito» (Bovati 2020, 81). Il motto del faraone risuona anche oggi in molti modi e in molte parti del mondo, ispirando le scelte di chi ha responsabilità in ambito sociopolitico. Il primato della propria nazione viene sbandierato come via sicura per garantire un futuro di benessere e tranquillità. È un tragico inganno, che le Scritture ebraico-cristiane smascherano, mostrando come sia foriero di disgregazione a livello interpersonale e sociale.

 

La politica miope del faraone

All’inizio del libro dell’Esodo viene descritta la condizione degli israeliti in Egitto, curvi sotto il peso di estenuanti lavori forzati (Esodo 1,11). La loro vita è resa amara dalla politica oppressiva del faraone (Esodo 1,14). Ossessionato dal timore che la crescita di questi immigrati finisca per costituire una minaccia per l’Egitto, arriva al punto di mettere in atto una sorta di pulizia etnica. Impone l’eliminazione dei neonati ebrei maschi, dando ordine alle levatrici di non lasciarne in vita nessuno (Esodo 1,15).

Nella presentazione della vicenda compare un’annotazione a prima vista marginale: Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe (Esodo 1,8). Il riferimento è a Ramses II (1290-1224 circa), il potente faraone che attuerà un radicale cambiamento di politica rispetto al tempo di Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, che fu portato in Egitto dopo essere stato venduto dai fratelli a mercanti madianiti, ottenendo la carica di governatore (Genesi 37-50). Questi, infatti, grazie alla sua sapienza, aveva permesso a egiziani e israeliti di superare la crisi dovuta a una prolungata carestia.

L’affermazione secondo cui Ramses II non aveva conosciuto Giuseppe evidenzia un fattore che influirà in maniera decisiva sulle sue scelte di governo. Il nuovo re non conserva memoria alcuna della convivenza tra egiziani ed ebrei, seguita alla venuta di Giuseppe in Egitto. Non sa nulla di come i due popoli, almeno per un certo tempo e pur in condizioni differenti, fossero riusciti a trovare un modo di convivere pacificamente sullo stesso territorio e in modo vantaggioso per entrambi. Non essendo consapevole di questa esperienza passata, Ramses II pensa che la riduzione drastica della presenza degli israeliti in Egitto costituisca l’unica via per garantire sicurezza e benessere alla sua gente, oltre al proprio potere. Sono questi i valori che ai suoi occhi vengono prima di tutto, ma che trascineranno la nazione verso il disastro.

 

Un modello ricorrente

Il modello faraonico si ripresenta ogni volta che chi dispone di una qualche forma di potere pretende di assoggettare tutto e tutti ai propri sogni di grandezza. Emblematica è la vicenda di Babilonia che, sicura di essere regina per sempre, ripete: Io e nessun altro! (Isaia 47,8.10). Il che equivale a dire: «Prima di tutto io e solo io!». Molto tempo prima il profeta Sofonia aveva denunciato come tale presuntuosa affermazione fosse risuonata sulle labbra di Ninive, la capitale del temibile impero assiro: Questa è la città gaudente, che se ne stava sicura e pensava: “Io e nessun altro!” (Sofonia 2,15; cfr Siracide 36,12). Non si pensi che Israele sia stato esente dalla logica imperante a Ninive e a Babilonia. Già nell’VIII secolo il profeta Amos aveva preso di mira quanti in Israele «si credono i primi» (Bovati e Meynet 1995, 222-226). Nell’oracolo di Amos 6,1-7 il profeta si rivolge a coloro che risiedono a Samaria, la capitale del regno di Israele. Verosimilmente si tratta dei dirigenti del regno, i quali si sentono sicuri e protetti grazie alla forza economica e militare della nazione. Si vantano di essere l’élite della prima tra le nazioni (Amos 6,1b). Emerge qui con chiarezza come sia la ricerca spasmodica del primato a monopolizzare l’attenzione dei potenti. Al fine di garantire la loro condizione di privilegio – continua Amos – finiscono per imporre l’impero della violenza. In altre parole, la loro sicurezza è basata sull’oppressione della gente. Sono tutti intenti a godersi la vita, preoccupati unicamente del loro star bene, senza darsi minimamente pensiero della condizione miserevole di tanti (Amos 6,4-6). Il seguito degli eventi mostrerà l’inganno di tale stile di vita.

I testi profetici citati ci mettono di fronte a un potere arrogante, incapace di riconoscere il futuro rovinoso verso cui si sta avviando. Arriva il momento in cui Sofonia constata che Ninive è diventata un deserto. Di fronte a tale desolante spettacolo, chiunque le passa vicino fischia di scherno e agita la mano (Sofonia 2,15b), due gesti di oltraggioso disprezzo verso chi è stato travolto dalle proprie scelte dissennate (cfr Geremia 19,8; 49,17; Naum 3,19). Isaia, da parte sua, descrive la tragica sorte che attende Babilonia (Isaia 47,9-15): il suo impero cadrà e resterà senza speranza di futuro. A nulla serviranno i suoi numerosi maghi e astrologi, che non l’aiuteranno a riconoscere la catastrofe incombente. Quando gli eventi precipiteranno, ognuno penserà a se stesso, cercherà di mettersi in salvo abbandonando Babilonia al suo destino (Isaia 47,15). Anche Amos sgombra il terreno da ogni illusione. Afferma senza esitazione che i notabili di Samaria saranno i primi a provare l’umiliazione della deportazione (Amos 6,7).

 

Resistere al modello faraonico

Non siamo condannati a seguire ineluttabilmente il modello faraonico, nonostante si riproponga continuamente nella storia. Lo ricorda il testo dell’Esodo richiamato sopra, quando descrive la scelta delle levatrici di disobbedire al diktat dell’uomo più potente del tempo (cfr Bruni 2015, 23-29). Esse trovano la forza di resistere ai piani del faraone, che aveva loro ordinato di uccidere ogni figlio maschio degli ebrei, facendo leva sul timore di Dio (Esodo 1,17), cioè sul rispetto profondo verso l’origine della vita. Essendo in tal modo divenute benedizione per chi era esposto alla minaccia di morte, saranno esse stesse benedette (Esodo 1,20-21). Accanto alle levatrici compare sulla scena la madre di Mosè. Anch’ella non si piega a quanto ordinato dal potente di turno. Tiene con sé il figlio fino a quando, non potendo più continuare a nasconderlo, lo pone dentro un cestello di papiro e lo affida alle acque del Nilo (Esodo 2,2-3). Un’altra donna, la figlia del faraone, recatasi al fiume per fare il bagno, nota il cestello che scorre sulle acque. Fattolo trarre a riva, scopre che in esso si trova un bambino ebreo. Decide di adottarlo e chiede alla sorella di Mosè, che si era appostata vicino al fiume per sapere che cosa sarebbe successo al fratello, di trovare chi possa prendersene cura e allattarlo (Esodo 2,4-9).

I verbi usati per descrivere il comportamento della principessa egiziana nei confronti del piccolo Mosè richiamano quelli che caratterizzano il modo di agire di Dio nei confronti di Israele sottoposto a schiavitù. Della principessa si dice: scese al fiume, vide il cestello, mandò la sua schiava a prenderlo dalle acque, lo aprì, vide il bambino e ne ebbe compassione. Al capitolo successivo, parlando dal roveto ardente (Esodo 3,7-8), Dio si rivela a Mosè come colui che è sceso per liberare gli israeliti dalla schiavitù, ha visto la loro condizione miserevole e conosce le loro sofferenze, cioè è intimamente toccato dalla violenza a cui sono sottoposti.

È una costante: il progetto salvifico di Dio si fa strada dentro le oscurità della storia perché c’è qualcuno che accetta di coinvolgersi in esso. Non ci sarebbe stata la liberazione di Israele dal giogo egiziano senza la scelta coraggiosa di due levatrici, la tenacia di una madre, il soccorso di una principessa pagana: tutte figure femminili che hanno contestato il modello faraonico, dando la priorità alla difesa di una vita inerme.

 

Un modello alternativo

La Scrittura non presenta un’immagine generica del divino. Parla del Signore che rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito (Deuteronomio 10,18). La sua attenzione è rivolta innanzi tutto a chi, come le figure evocate nel testo del Deuteronomio, è senza mezzi di sostentamento e privo di garanzie giuridiche. Certo, il Signore non agisce come un Deus ex machina. Ribadiamolo: il modo normale con cui interviene a difesa di chi è sfavorito passa attraverso l’impegno fattivo di coloro che accolgono il suo appello: Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova (Isaia 1,17; cfr Deuteronomio 14,29; 27,19; Geremia 22,3; Ezechiele 22,7). Al credente è chiesto di prolungare l’opera di colui che è il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati (Giuditta 9,11).

Siamo al cuore della rivelazione biblica che Gesù, profondamente radicato nella fede del suo popolo, farà conoscere in maniera piena e definitiva. Nelle sue prese di posizione quotidiane, negli atteggiamenti assunti verso le tradizioni e le istituzioni, egli mostra che Dio non desidera altro che l’amore solidale, fatto di gratuita vicinanza a tutti, a cominciare dai più deboli e indifesi. In tal modo, propugna la promozione della vita e della libertà degli ultimi come causa di Dio stesso. Denuncia ogni forma di potere, a cominciare da quello religioso, che cerca di imporsi con ogni mezzo a scapito della liberazione delle persone nelle condizioni concrete in cui si trovano a vivere. In particolare, prende le distanze dagli scribi e dai farisei, presentati nei vangeli come figure emblematiche di una religiosità distorta, che può riproporsi sempre e dovunque. Di questi agguerriti avversari Gesù smaschera la pervicace tendenza a primeggiare. Dicono di amare Dio con tutti loro stessi, come prescrive la Torah (cfr Deuteronomio 6,5), ma di fatto amano i posti d’onore nei banchetti e i primi seggi nelle sinagoghe (Matteo 23,6); al di là della loro apparente giustizia, amano talmente il denaro (Luca 16,14-15) da giungere a depredare le case delle vedove (Luca 20,47).

A chi sceglie di seguirlo, Gesù propone una strada alternativa, che lui stesso ha percorso fino in fondo. A coloro che, invitati a nozze, scelgono i primi posti, raccomanda di mettersi all’ultimo posto, l’unica maniera per essere davvero esaltati (Luca 14,7-11). Anche per quanto riguarda il potere, propone una logica che è agli antipodi di quella faraonica, che lo intende come dominio a vantaggio proprio e del proprio gruppo. Ai suoi discepoli, indignati contro Giacomo e Giovanni che avevano chiesto di occupare un posto privilegiato, ricorda in modo inequivocabile: Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti (Marco 10,43-45; cfr 9,34-35). Siamo agli antipodi della logica del primato di uno su tutti o di una sola nazione sulle altre, con le conseguenze di dominio e di violenza che la storia e purtroppo anche la cronaca non cessano di mostrare, ma che finiscono per travolgere anche coloro che a quella logica si ispirano.

La via evangelica, invece, risuona con particolare forza nel contesto odierno come un invito a far proprio un diverso sguardo, come hanno fatto tanti uomini e donne in differenti tempi e luoghi. L’incontro con il Cristo ha riorientato la loro esistenza, indirizzando le loro energie verso traguardi inediti. Hanno maturato la convinzione che la trasformazione della condizione umana può essere unicamente il frutto di un paziente cammino nello spirito delle beatitudini (Martini 2006): un cammino fatto insieme come comunità alternativa sull’esempio della Chiesa degli apostoli, per aprire, in una storia segnata da tante brutture e sofferenze, un varco alla speranza in un futuro di benedizione, in cui gli ultimi saranno primi (Marco 10,31). Pur con tutti i limiti e le inevitabili fatiche, «la comunità alternativa rimane un ideale di fraternità in divenire, destinato a mostrare a una società frammentata e divisa che possono esistere legami gratuiti e sinceri, che non ci sono solo rapporti di convenienza o di interesse, che il primato di Dio significa anche l’emergere di ciò che di meglio c’è nel cuore dell’uomo e della società» (Martini 1995, 35).

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