Paura

Fascicolo: dicembre 2019

La paura – in tutte le sue sfaccettature – è una delle emozioni primarie, che appartengono all’essere umano in maniera originaria. Ci mette in guardia davanti a un potenziale pericolo e quindi presenta una funzione di difesa, ma può anche divenire un elemento che ci impedisce di proseguire nel nostro cammino, quando agisce come fattore paralizzante. Spesso essa si manifesta davanti alla novità, come paura verso ciò che apre a qualcosa che non è conosciuto, agendo in questo caso come una forza conservativa. È anche quel sentimento, prossimo all’angoscia, che sperimentiamo quando percepiamo la nostra condizione esistenziale di precarietà: in questa connotazione la paura è talmente radicata nell’essere umano, che si può presentare addirittura nei momenti di gioia come paura di perdere quanto si sta vivendo.

Se ci interroghiamo sulla dimensione acquisita dalla paura – individuale e collettiva – nella nostra società, una constatazione si impone: viviamo in un contesto così fortemente caratterizzato dalla contingenza e dall’impossibilità di controllare gli eventi, a dispetto di quanto vorremmo, da sperimentare di continuo la sensazione di essere esposti all’imponderabile. Così, le paure individuali emergono spesso in connessione con l’incognita nei confronti del futuro e la difficoltà a progettare la propria vita. Si vive tutto “a breve termine” – le relazioni, le situazioni lavorative, persino i passatempi e gli interessi – e questo rafforza quell’aspetto della paura, che definivamo come angoscia esistenziale, paura della perdita, insicurezza del quotidiano. Dall’altra parte, le paure collettive si concentrano soprattutto nella paura dell’altro, in particolare quando si tratta dello straniero, proveniente da un Paese geograficamente distante, con un orizzonte culturale e religioso diverso. Alimentate spesso da miopi interessi politici di parte, queste paure sono amplificate dalla scarsa conoscenza del lontano divenuto improvvisamente vicino e dalla fatica a riconoscere il suo desiderio – e nel caso di chi scappa da violenze e guerre il suo diritto – di esistere accanto a me.

Di fronte a tali paure l’antidoto migliore può sembrare la sicurezza, perché è questo il bisogno che istintivamente emerge: davanti alle incertezze e alle minacce vere e presunte che sperimentiamo, cerchiamo rifugio in ciò che ci trasmette una rassicurante sensazione di protezione a livello personale e collettivo. È vero che la sicurezza è fondamentale per il vivere civile, ma come va concepita e come conseguirla? La sicurezza può risultare ingannevole, quando lascia vincere la paura nelle sue dinamiche bloccanti, quando è il frutto della chiusura e del ripiegamento, che isolano il singolo e la collettività, frenandone la maturazione. Ben diversa è la sicurezza come approdo di un percorso segnato dall’apertura verso la novità e la creatività, dalla maturazione di una libertà piena, che si traduce nel saper stare nella propria storia – personale e collettiva – in modo adulto e responsabile.

 

Nella morsa della paura

Il tema della paura – così intrinsecamente correlato alla condizione esistenziale di fragilità dell’essere umano – attraversa i libri biblici dall’Antico al Nuovo Testamento. Andando oltre la semplice constatazione, per quanto confortante, che tutti gli uomini hanno paura, la Bibbia ci mostra come Dio si pone davanti alle paure della sua creatura, senza sottrarvela o proteggerla, ma standole accanto, aiutandola a cogliere l’orizzonte di senso della paura e a situarsi in modo sano e adulto di fronte ad essa. Dio interviene con la parola (l’invito Non temere è tra i più frequenti nelle pagine bibliche) e con l’azione, perché vuole accompagnare gli esseri umani e attraversare con loro le paure, perché crescano nella fiducia e nella libertà.

Ritroviamo questo modo di agire di Dio nel libro dell’Esodo, quando è narrato l’attraversamento del Mar Rosso da parte del popolo di Israele, dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto e dall’oppressione del faraone. Siamo di fronte a un racconto, non a una cronaca, per questo la chiave con cui leggere il testo è quella di riconoscere lo svolgersi della storia della salvezza attraverso gli eventi narrati. Il passaggio del Mar Rosso è un evento fondativo per l’identità di Israele, un passaggio educativo fondamentale per il cammino di consapevolezza e di libertà intrapreso dal popolo, importante anche per quanto riguarda l’elaborazione della paura.

La narrazione biblica si apre con la presentazione dei fatti drammatici delle piaghe, che spingono il faraone a lasciar partire il popolo (Esodo 13,17), e del rito della Pasqua (Esodo 13,17-22). Alla guida di Israele vi è il Signore, che sceglie di non condurre il popolo per la strada del territorio dei filistei, benché fosse più corta, perché pensava: Che il popolo non si penta alla vista della guerra e voglia tornare in Egitto! (Esodo 13,17). Per questo lo fa deviare per la strada del deserto, verso il Mar Rosso. Dio tutela il popolo, proteggendolo dal sopravvenire della paura, che avrebbe potuto bloccarlo e farlo retrocedere davanti ai filistei.

Tuttavia, poco dopo, la situazione cambia. All’inizio del capitolo 14, Dio dice a Mosè di comandare agli israeliti di tornare indietro, per indurre il faraone a pensare che siano disorientati e spingerlo così a riconsiderare la sua decisione di lasciarli partire, mettendosi al loro inseguimento. Il cambio di strategia inaspettato da parte di Dio ha la finalità di dimostrare la sua gloria contro il faraone e tutto il suo esercito (Esodo 14,4), ma comporta anche di rimettere il popolo di fronte alla minaccia rappresentata dagli egiziani (Esodo 14,9). Questa scelta sembra contraddire quella premura protettiva manifestata da Dio subito prima. Infatti, la vista degli egiziani genera il panico negli israeliti: Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani marciavano dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore (Esodo 14,10). Nella loro reazione cogliamo come si manifesta la dinamica della paura e quali effetti produce: la visione del pericolo diventa una realtà totalizzante, che oscura ogni altro aspetto presente e sequestra tutte le facoltà delle persone coinvolte: la ragione, la volontà, i sentimenti.

Stretti come in una trappola – tra il deserto e il mare da una parte e l’esercito egiziano dall’altra – gli israeliti si rivolgono al Signore con un grido spaventato e accorato, che nasce dal fatto che intorno vedono solo prospettive di morte. E contemporaneamente sorge il rimpianto per la condizione precedente (la parola Egitto ritorna cinque volte in appena due versetti, Esodo 14,11-12). Israele torna indietro: non solo fisicamente a seguito dell’ordine di Dio, ma anche interiormente in conseguenza della minaccia incombente e della paura sopravvenuta. In questa situazione di pericolo, il popolo guarda al passato in modo diverso: il dolore della schiavitù sbiadisce di fronte alla sicurezza della sopravvivenza rappresentata dal soggiorno in Egitto. Gli israeliti preferiscono essere privati della libertà, se questo assicura una vita al riparo da possibili minacce.

 

Il vero senso del “tornare indietro”: una conversione

Di fronte a questo sbandamento impaurito, Mosè interviene per tentare di calmare gli animi, opponendo alla paura uno sguardo di fiducia nell’intervento del Signore: Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! (Esodo 14,13). Mosè riconosce che il popolo è in preda alla paura e si sforza di aiutarlo a leggere in modo diverso quanto sta accadendo, orientandone lo sguardo verso il Signore, il cui intervento non tarda ad arrivare attraverso una serie di azioni successive. Inizialmente, Dio interpone tra Israele ed Egitto due protezioni, l’angelo e la colonna di nube, per evitare che i due popoli entrino in contatto tra loro (Esodo 14,19-20). In questo modo, Israele può prendere le distanze dal proprio rimpianto per l’Egitto e si impedisce che il desiderio di ritornare sui propri passi e quello del faraone di riconquistare il popolo si incontrino e si alleino. Il secondo momento riguarda il passaggio del mare, che gli israeliti possono compiere grazie all’azione di Dio mediata da Mosè. Seguendo le indicazioni dategli da Dio, Mosè stende la propria mano sul mare e le acque si dividono, manifestando in questo modo che Dio non si è dimenticato del suo popolo. La risposta di Israele a questi eventi è un cambio nel proprio atteggiamento, frutto delle parole di incoraggiamento pronunciate da Mosè: con fiducia gli israeliti entrarono nel mare sull’asciutto e iniziarono a compiere la traversata mentre le acque erano per loro un muro a destra e a sinistra (Esodo 14,22). L’atto conclusivo della salvezza degli israeliti coincide con l’annientamento degli egiziani: così si manifesta la gloria di Dio (come era stato già detto in Esodo, 14,4), che consiste nello sconfiggere le forze fautrici di morte, affinché chi ne è schiavo possa essere liberato.

Pertanto “far uscire” Israele dall’Egitto assume una valenza ben più ampia, perché significa “salvare” il popolo in un modo più pieno e autentico. Non si tratta solo di restituirgli la libertà, ma di istruirlo perché possa assumere fino in fondo la libertà ricevuta in dono. Si tratta di andare oltre i rimpianti del passato e le proprie paure, che possono generare complicità interiori con gli stessi oppressori (cfr Wénin A., Il miracolo del mare, EDB, Bologna 2019, 6). Far tornare indietro il popolo, rimettendolo davanti alla causa della propria paura dopo averlo inizialmente protetto, è un atto della pedagogia educativa divina. Percepire di essere senza vie di uscita di fronte alla rinnovata minaccia del faraone permette al popolo di guardarsi in verità, di prendere coscienza della propria debole consistenza interiore. Questa esperienza di fragilità lo porta istintivamente a cercare una sicurezza illusoria, rimpiangendo il tempo di schiavitù in Egitto, ed è solo grazie all’intervento di Mosè, che offre la possibilità di uno sguardo diverso, che il popolo non rimane paralizzato davanti alla minaccia ma si apre a Dio. In questo modo la grande paura diventa occasione di apertura a una fiducia più grande. Così, alla fine, l’intervento salvifico di Dio non è soltanto una liberazione fisica, ma provoca un cambiamento interiore del suo popolo, una conversione dalla paura alla fiducia: il popolo […] credette in lui e in Mosè suo servo (Esodo 14,31).

 

Oltre la paura

Il racconto dell’Esodo ci mette a confronto con la scelta che il popolo è chiamato a fare tra una falsa sicurezza associata alla schiavitù e l’assunzione piena del cammino di libertà. Il cardinale Martini, commentando questo brano, osservava che Israele ha «paura della libertà, soprattutto. Ecco perché ritorna sempre, col desiderio, a situazioni che erano sì di alienazione e fatica, ma che però erano, in fondo, meno faticose» e concludeva che l’esperienza vissuta dal popolo è innanzitutto «liberazione dalla paura di essere liberati» (Martini C.M., Giustizia, etica e politica nella città, Bompiani, Milano 2017, 17-18).

Ogni scelta della vita, a livello individuale o collettivo, è un piccolo o grande esodo, che deve mettere in conto anche l’esperienza molto umana della paura, che inevitabilmente sopravviene. D’altronde, dietro le paure sperimentate, è presente un desiderio di vita, che può essere fragile e rischiare di soccombere. Quando il cammino di una persona o di una comunità si arresta perché si è in preda alle paure, allora è molto forte il rischio di cedere alla potenza seduttiva suscitata dal volgersi indietro, dal rifugiarsi nel rassicurante “si è sempre fatto così”, anche se significa ricadere nelle proprie schiavitù. Per evitare tutto ciò, il Signore conduce il popolo a guardare fino in fondo la propria paura e a entrare nell’unico atteggiamento interiore che permetterà di superarla: aprirsi alla fiducia, che smaschera la percezione che non ci siano vie alternative da seguire come ha fatto Mosè con il popolo e ridà spazio a una scelta nel segno della libertà. Accedere a questa dimensione di fiducia, inoltre, scioglie il bisogno di sicurezza paralizzante e ogni residuo di complicità interiore con la situazione originaria di schiavitù.

Nella società contemporanea, impregnata di paure individuali e collettive – a volte motivate, a volte indotte, ma sempre di ostacolo a una piena fioritura personale e sociale –, il modo in cui Dio accompagna il popolo a maturare il proprio cammino di libertà, attraversando le paure più grandi, dice una direzione chiara in cui il dinamismo della vita e della libertà cresce e dà frutto. La centralità della fiducia – intesa come apertura di fondo alla relazione con Dio e con gli altri – fa sì che non ci troviamo di fronte a una vita guidata dalla paura. Questo atteggiamento è tanto più importante per i giovani, che sono chiamati ad aprirsi alla vita. Essi potranno guardare al futuro e impegnarsi a costruirlo in modo tanto più creativo e innovativo quanto più saranno aiutati a crescere in una libertà matura, che non resti vincolata a consuetudini rassicuranti o a compromessi paralizzanti, ma diventi in loro fondamento e slancio per riconoscersi nella propria identità più profonda. Camminare in questa prospettiva chiede l’impegno dei diversi soggetti che accompagnano i giovani nel loro percorso e della società civile ai suoi vari livelli, perché non vengano meno a questa responsabilità e a questo compito educativo, non lontano – nella sua essenza – dalla stessa pedagogia di Dio nei confronti del suo popolo.

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