È “pace” la parola chiave delle prime settimane del pontificato di Leone XIV. Già nel saluto dalla loggia della Basilica di San Pietro, subito dopo la sua elezione, l’8 maggio 2025, la parola pace ricorre dieci volte. Di quel breve discorso è rimasta profondamente impressa la prima frase pronunciata dal card. Robert Francis Prevost, il Papa venuto dalle Americhe (il plurale è d’obbligo, vista la sua storia di missionario statunitense nel Perù): «La pace sia con tutti voi!», il saluto che il Cristo risorto rivolge ai suoi discepoli. In questo tempo in cui sono numerose le guerre tra Stati e le violenze all’interno dei Paesi rendono insostenibile la vita per molte popolazioni, papa Leone ha indicato come centrale il compito per la Chiesa di «costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace», una pace che va cercata e realizzata insieme ad altri. Nei successivi appuntamenti pubblici, questo tema è stato ripreso e approfondito da Leone XIV, che ha così offerto la sua particolare lettura su che cosa sia la pace, su chi possa dare il suo contributo per realizzarla e sulle strade da percorrere perché ciò avvenga.
Una pace disarmata e disarmante
Negli anni in cui è stato priore generale dell’ordine di sant’Agostino, dal 2001 al 2013, papa Leone ha avuto una conoscenza diretta e un’informazione accurata su quanto accade in numerosi Paesi nel mondo. Questa esperienza si ritrova nel discorso tenuto durante l’incontro con il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, quando ha indicato un trittico di parole, di cui la prima è proprio pace (le altre due sono giustizia e verità), che sono alla base dell’azione missionaria della Chiesa e del suo lavoro diplomatico.
Ma l’esperienza maturata nel suo itinerario personale, che lo ha visto membro e responsabile di varie comunità e istituzioni (innanzi tutto l’ordine agostiniano, poi la diocesi di Chiclayo in Perù, infine il Dicastero per i vescovi di cui è stato prefetto dal 2023), emerge anche nel modo in cui papa Leone concepisce la pace: non può essere «una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti» (Discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 16 maggio 2025). In altre parole, la dimensione conflittuale costituisce un elemento fisiologico di ogni convivenza umana a qualsiasi livello, da quello più ristretto costituito dalla famiglia o dalla cerchia amicale fino a quello più ampio e istituzionalizzato dei rapporti fra Stati. Anzi, come aveva ricordato in più occasioni papa Francesco, «se c’è vita, se c’è una comunità attiva, se c’è un dinamismo positivo nella società, allora ci sono anche conflitti e tensioni. […] L’assenza di conflittualità non significa che vi sia la pace, ma che si è smesso di vivere, di pensare, di spendersi per ciò in cui si crede» (Intervento all’incontro “Arena di pace – Giustizia e pace si baceranno”, 18 maggio 2024).
Pertanto, papa Leone ripropone un’intuizione più volte formulata dai suoi predecessori: disarmarsi è uno dei modi fondamentali per spendersi per la pace. Si tratta di scegliere di abbandonare quelle armi che, se impugnate, tramutano l’esperienza ordinaria del conflitto, che scaturisce da una divergenza di visioni, interessi od opinioni, in una guerra, molte volte fratricida, in cui è sempre negata l’umanità altrui, in cui gli altri sono trasformati in nemici, sono considerati «cattivi da odiare» e non «persone con cui parlare» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Chiese orientali, 14 maggio 2025).
Le armi di cui disfarsi sono innanzi tutto gli armamenti bellici, che sono al centro di una vera e propria corsa all’acquisto visto che nel 2024 la spesa militare ha segnato un ulteriore record a livello mondiale, 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4% in termini reali rispetto all’anno precedente (Stockholm International Peace Research Institute-Sipri, <www.sipri.org>). Ma possono essere armi anche le parole e le immagini impiegate nella nostra comunicazione quotidiana e in quella professionale dei media, che possono veicolare violenza e aggressività, alterare la verità dei fatti e innescare divisioni e incomprensioni. Allo stesso modo possono essere armi i processi organizzativi e decisionali all’interno delle istituzioni, o l’organizzazione della produzione nel mondo del lavoro. In fondo, sono armi tutto ciò che si impiega per sopraffare l’altro, che sia vicino o meno, per imporre il proprio interesse e punto di vista, per rompere, almeno nella sostanza se non nella forma, il procedere insieme pur nella diversità che esiste e si sperimenta. Per questo l’invito a disarmarsi è rivolto a ciascuno di noi, come singole persone e membri di varie comunità, e ci sollecita a un percorso esigente.
Un cambio di atteggiamento
Il passo del disarmarsi implica prendere atto di quali sono le armi che imbracciamo e poi la scelta di non farvi più ricorso. Ci troviamo di fronte a una opzione controculturale rispetto al clima belligerante che respiriamo con forza in questo momento. Si tratta di un passo forse impossibile da compiere, se si resta solo su un piano “negativo”, qualcosa che viene dismesso, senza cogliere che questo movimento di abbandono si accompagna con quello, altrettanto essenziale ma “positivo”, di conversione dello sguardo, che permette di appropriarsi di altri strumenti.
Alcune indicazioni in tal senso si ricavano dal discorso di papa Leone alla Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, in cui si è soffermato sul contributo che la dottrina sociale della Chiesa può dare ai processi di pace. Si tratta, innanzi tutto, di un cambio di atteggiamento: «La dottrina sociale ci educa a riconoscere che più importante dei problemi, o delle risposte a essi, è il modo in cui li affrontiamo, con criteri di valutazione e principi etici e con l’apertura alla grazia di Dio» (Discorso ai membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, 17 maggio 2025).
Di fronte alla serietà, alla drammaticità in alcuni casi, che hanno le questioni politiche, sociali, economiche, ambientali in tutto il mondo, la strada suggerita è di abbandonare l’idea di possedere già le risposte. Non basta semplicemente replicare le prassi del passato o riaffermare le conclusioni a cui si è giunti in un altro frangente storico. Quando ciò accade, ci si irrigidisce in un’ideologia, si concretizza un’opera immorale di indottrinamento, che «impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà della propria coscienza – anche se erronea – e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi» (ivi). Tale è senza dubbio il paradigma bellico, quando non viene messo in discussione, così come altre narrazioni che veicolano la convinzione che i meccanismi che reggono la vita economica e sociale non siano modificabili anche se causano profonde disuguaglianze, perché sono i migliori di cui possiamo disporre o perché troppo radicati e potenti per essere sovvertiti.
Per liberarsi da queste visioni, che finiscono per perpetuare le situazioni di ingiustizia e preparano il terreno alla violenza e alla guerra, la via passa anche da una «riflessione seria, serena e rigorosa» che, attraverso la dottrina sociale, «intende insegnarci, in primo luogo, a saperci avvicinare alle situazioni e prima ancora alle persone» (ivi). Da un lato, vi è l’affermazione chiara di quanto sia importante potersi formare in modo approfondito e rigoroso, per sviluppare un senso critico capace di interrogare gli eventi e le decisioni prese da chi riveste un ruolo di responsabilità. Dall’altro, papa Leone ricorda che questo sapere non è sufficiente se non si lega alla prossimità con le persone, alla concretezza delle loro esperienze, all’ascolto dei loro bisogni, progetti, richieste, alla capacità di instaurare un dialogo autentico, in cui vi è un reciproco apprendimento, che si realizza passo dopo passo.
Si radica qui il riconoscimento che quanti sono nati e cresciuti nelle periferie del nostro mondo – «i testimoni di impegno sociale, i movimenti popolari e le diverse organizzazioni cattoliche dei lavoratori» (ivi) – sono continuatori e attualizzatori di questo impegno che la Chiesa porta avanti da sempre e che, a partire dal pontificato di Leone XIII (1878-1903), si è tradotto nel corpo della dottrina sociale. L’incontro di queste dimensioni permette di reperire le risorse umane e intellettuali necessarie per resistere a quelle forze che alimentano le divisioni, facendo leva anche su una conoscenza modesta o imprecisa della realtà.
Un necessario lavoro su se stessi
Nel discorso al Corpo diplomatico, papa Leone fa riferimento al lavoro su se stessi richiesto da un impegno sincero a favore della pace. Il punto di partenza è riconoscere che «nella prospettiva cristiana – come anche in quella di altre esperienze religiose – la pace è anzitutto un dono: il primo dono di Cristo»; ma si tratta di un dono che non lascia tranquilli e passivi coloro che lo ricevono, anzi, sollecita un coinvolgimento personale pieno, per sradicare l’orgoglio, le visioni miopi, le rivendicazioni. È un dono che tocca la singola persona, ma apre a un imprescindibile cammino comune, in cui l’apporto di ognuno è fondamentale, indipendentemente dalla provenienza nazionale, dall’appartenenza religiosa, dalla formazione culturale. Solo se ci muoviamo in questa duplice dimensione, personale e collettiva, sarà possibile compiere questo passo inaudito del disarmarsi, tanto nelle relazioni più ravvicinate, quelle che allo stesso tempo ci sostengono e ci mettono in discussione, quanto nei rapporti su cui si reggono le dinamiche sociali più ampie.
Per entrare in questa prospettiva ci può essere di aiuto richiamare le vicende vissute da chi si è speso per la pace, figure come i politici che hanno sognato un’Europa unita, il Mahatma Gandhi o Nelson Mandela. I loro esempi ci mostrano che la scelta compiuta da un singolo non nasce mai nel vuoto, si radica sempre in un terreno che la precede e la prepara: testimoni, parole di fiducia e incoraggiamento, domande che mettono in crisi lo status quo. Al contempo, anche le azioni che ne derivano non cadono mai nel vuoto, ma sono in grado di risvegliare forze sopite, di generare risposte inattese a livello sociale, alle volte subito, in altri casi in un tempo più lontano. E anche quando non vi è apparentemente alcun esito, gli sforzi compiuti non sono un fallimento, perché quando iniziamo a disarmarci, senza sapere bene in che modo o quando questo accade, diveniamo a nostra volta disarmanti.