Si è conclusa mercoledì 23 luglio quella che è stata chiamata “la causa del secolo”, iniziata sei anni fa da 27 studenti di legge delle Isole Salomone, decisi a chiedere alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, un parere circa i doveri degli Stati in materia di azione climatica. Il parere della Corte (scaricabile qui) sottolinea con forza la responsabilità degli Stati nella protezione dei sistemi climatici nell’interesse delle generazioni future.
Per quanto riguarda gli obblighi previsti dall’Accordo di Parigi, la Corte porta l’attenzione ai Contributi determinati a livello nazionale (Nationally Determined Contributions, NDCs), cioè i piani nazionali per eliminare le emissioni di gas serra, affermando che essi devono rispecchiare la massima ambizione possibile, e che collettivamente gli NDCs devono essere in grado di rispettare l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C rispetto all’era preindustriale.
È importante sottolineare che gli obblighi legali degli Stati non derivano solo dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dal Protocollo di Kyoto e dall'Accordo di Parigi. Nel loro parere consultivo, i giudici considerano varie altre fonti del diritto internazionale, tra cui la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la legislazione sui diritti umani e il diritto internazionale consuetudinario. I giudici precisano, inoltre, che gli obblighi ai sensi del diritto internazionale consuetudinario sono gli stessi per tutti gli Stati ed esistono indipendentemente dal fatto che uno Stato sia parte dei trattati sui cambiamenti climatici: non basta quindi recedere dall’Accordo di Parigi, come recentemente hanno fatto gli Stati Uniti, per essere esentati da ogni responsabilità di fronte alla comunità internazionale.
La Corte sottolinea che l'omissione di uno Stato nell'adottare misure appropriate per proteggere il sistema climatico può costituire un atto illecito a livello internazionale: ciò può avvenire; rientrano nelle condotte omissive il mancato controllo delle emissioni rilasciate sotto la propria giurisdizione, la produzione di combustibili fossili, il rilascio di licenze di esplorazione per tali combustibili e la fornitura di sussidi al settore. Gli Stati che violeranno i propri obblighi potranno essere chiamati a risarcire i danni causati dai cambiamenti climatici.
Infine, i giudici rivolgono l'attenzione alla drammatica situazione degli Stati insulari che rischiano di essere inghiottiti dall’innalzamento dei livelli marini. Affermano infatti che l’eventuale perdita da parte di uno Stato di uno dei suoi elementi costitutivi (si intende il territorio) non comporta la perdita della sua statualità.
Il parere della Corte non è vincolante, ma è estremamente importante per due motivi: anzitutto stabilisce una base autorevole per successive cause giudiziarie relative al clima; inoltre, rafforza la posizione della società civile che da anni sostiene le posizioni finalmente espresse dalla Corte.
Sembrava impossibile che un gruppo di studenti di un’isola dell’Oceania potessero arrivare a mobilitare il tribunale dell’Aja. Precedentemente, un simile tentativo da parte dei Governi di Palau e delle Isole Marshall era stato respinto. È stato possibile perché il Ministro degli Esteri di Vanuatu, altro Stato insulare a rischio di scomparire, ha portato la loro causa all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha creato una coalizione di 132 Stati che ha portato il caso alla Corte. È stato possibile anche perché il 2019, l’anno degli scioperi per il clima, ha segnato uno spartiacque nell’attenzione pubblica alla crisi climatica. La società civile e le istituzioni internazionali possono cambiare il corso della storia. Se 27 studenti hanno saputo fare questo, che cosa possono fare milioni di persone organizzate e determinate a proteggere la vita sulla Terra?