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Green economy

Green job. Alcune buone pratiche. Miti da sfatare
Fascicolo: luglio-agosto 2011

Un'economia capace di usare con efficienza l'energia e le materie prime, di intervenire sugli ecosistemi senza danneggiarli, di ridurre le emissioni inquinanti, di pensare ai rifiuti non come a un elemento da espellere dal ciclo produttivo: queste possono considerarsi le principali declinazioni della green economy (GE, lett. «economia verde»). Ma c'è di più. Secondo la definizione fornita dall'ONU, che dal 2008 vi sta dedicando una grande attenzione, la GE ha come obiettivo quello di «migliorare il benessere umano e la giustizia sociale, riducendo in modo significativo i rischi ambientali e la scarsità di beni ecologici» (UNITED NATIONS ENVIRONMENT PROGRAMME, Green economy. Developing Countries Success Stories, UNEP, St.-Martin-Bellevue [Francia] 2010, 3, in <www.unep.org/greeneconomy>). È per questo che dall'UNEP, l'organizzazione dell'ONU che si occupa di ambiente, la GE è stata più volte indicata come uno degli strumenti utili per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio, concordati dai leader mondiali nel 2000.
Comprendere le opportunità offerte dalla GE vuol dire porre attenzione alla giustizia, almeno in due delle sue accezioni: quella orizzontale, nei confronti dei membri più poveri delle società, e quella verticale, rispetto alle generazioni future. Si viene quindi a coniugare la lotta alla povertà con lo sviluppo sostenibile, che permette di colmare i bisogni presenti senza impedire alle generazioni future di soddisfare i loro; non a caso, nel prossimo vertice sulla Terra che si terrà a Rio de Janeiro nel giugno del 2012 (per celebrare i vent'anni del primo summit tenutosi nella stessa città nel 1992), uno degli argomenti in agenda è «Green economy nel contesto dello sviluppo sostenibile e dello sradicamento della povertà».
Negli ultimi anni, complice anche la crisi economico-finanziaria, climatica e alimentare, a livello globale è cresciuto l'interesse per la GE e stiamo assistendo a una transizione verso un'economia sempre più «verde». Questa fase di passaggio richiede di modificare il modello accentrato di presa di decisioni; sarà un sistema decentrato, «a rete», basato sulla diffusione capillare delle decisioni e del potere di intervento ciò che caratterizzerà la democrazia nell'era della GE, specie se si vuole che questa possa costituire una chance per quella parte di popolazione mondiale che non è ancora pienamente sviluppata. Ecco allora che ramificazione, diffusione sul territorio, coinvolgimento della popolazione locale costituiscono i cardini dello sviluppo della GE, che non può prescindere dall'innovazione tecnologica.

Green job
Un elemento di forza della GE è la possibilità di creare nuova occupazione. Si parla così di green job (lett. «lavoro verde»), cioè di tutti quei lavori che contribuiscono in modo significativo alla tutela dell'ambiente e a ridurre l'impronta ecologica. Vengono così gradualmente a svilupparsi nuove professionalità, che coinvolgono, ad esempio, chi si interessa di tecnologie che permettono di sfruttare le energie rinnovabili e la loro conseguente installazione e manutenzione; gli esperti di efficienza energetica; gli addetti alla messa in sicurezza del territorio, per bonificarlo o prevenire frane e alluvioni. Oltre a questi nuovi settori occupazionali, anche i comparti più tradizionali - come l'agricoltura, l'edilizia, i trasporti, l'industria siderurgica - possono convertirsi alla GE, puntando alla sostenibilità ambientale e dunque a un uso più efficiente delle risorse, alla riduzione dell'uso di energia, a minimizzare o addirittura evitare qualunque forma di rifiuti e inquinamento.
I dati sull'occupazione nel campo della GE sono confortanti: un rapporto presentato nel settembre 2008 dall'UNEP e dall'Organizzazione mondiale del lavoro (ILO, International Labour Organization), Green jobs: towards decent work in a sustainable, low-carbon world (in <www.ilo.org> e in <www.unep.org/labour_environment/fea tures/greenjobs.asp>) ha censito, al 2008, 2,3 milioni di posti di green job nel mondo solo nel campo delle fonti rinnovabili e nel relativo indotto, con un potenziale di crescita tale da raggiungere i 20 milioni nel 2030.
Anche in Italia, dove la disoccupazione raggiunge un tasso dell'8,5%, la GE potrebbe realmente costituire la nuova frontiera della crescita occupazionale. Infatti, secondo una ricerca condotta dall'ISFOL (Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori, <www.isfol.it>), i dati sul mercato del «lavoro verde» hanno registrato una crescita degli occupati pari al 41% dal 1993 al 2008, con un incremento notevole della componente femminile (dal 12,7% del 1993 al 25,5% del 2008). Non solo: le donne impegnate in questo settore sono giovani (solo il 25% ha più di 45 anni, contro il 49% degli uomini) e qualificate (l'87% delle occupate ha livelli di scolarità medio-alti, contro il 54,6% degli uomini). Affinché i green job continuino a essere un'opportunità anche per il nostro Paese, occorre quindi garantire percorsi di formazione e riqualificazione professionale volti a costruire nuovi profili lavorativi chiamati a operare all'interno dei settori più promettenti della GE.
Anche se la GE mira a offrire sviluppo ai Paesi più poveri, non sempre gli impieghi in tale settore sono di per sé lavori più dignitosi, cioè svolti in condizioni di libertà, equità, sicurezza e nel rispetto della dignità umana; molti di essi, come ad esempio quelli legati alla gestione e al riciclo dei rifiuti, sono indecenti e pericolosi. Se quindi i «lavori verdi» debbono costituire il ponte per un futuro realmente sostenibile e l'occasione di riscatto per i più poveri, l'attenzione per l'ambiente non può prescindere da quella per il lavoratore.

Alcune buone pratiche
Vivendo in tempi in cui si parla molto di ecologia e di ambiente e in cui spesso ci si limita alle parole, senza andare oltre una vaga sfumatura «verde», (basti pensare alle pubblicità delle automobili o delle compagnie petrolifere; cfr PRATESI C. A., «Greenwashing», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2011] 63-66), è opportuno segnalare l'esistenza di un vasto panorama di risposte concrete alle sempre più pressanti sfide ambientali attraverso il nuovo paradigma del progresso economico sostenibile: pratiche, esperienze e azioni più o meno locali di GE. Dalle abitudini dei cittadini che cambiano (car sharing, orti urbani, ecc.) alle grandi multinazionali che tentano la riconversione; dalle industrie che investono in innovazione alle città che sperimentano uno stile a basse emissioni di anidride carbonica (Stoccolma, Friburgo, Masdar, ecc.); dal fotovoltaico che porta la luce a milioni di persone nel Sud del mondo al modo di viaggiare e abitare più sostenibile.
Nessuna di queste pratiche è perfetta, nessuna è esportabile ovunque, ma tutte rappresentano una parte di soluzione verso un'economia sempre più «verde». Grazie alla definizione di regole comuni - a partire da un quadro legislativo stabile -, priorità e obiettivi in grado di moltiplicare le esperienze positive, le buone pratiche potranno propagarsi.
Anche in Italia, a livello locale, soprattutto nei Comuni, il contributo delle energie rinnovabili (solare termico e fotovoltaico, eolico, mini idroelettrico, biomassa e geo-termia) ha fatto registrare un aumento molto significativo. L'ultimo rapporto di Legambiente sui Comuni rinnovabili 2011 (<www.legambiente.it>) mostra infatti che i municipi con almeno un impianto da fonte rinnovabile nel 2011 sono 7.661, pari al 94% dei Comuni italiani, a fronte dei 356 del 2006.
Vi sono anche esempi di pratiche di GE adottate a livello di una intera nazione: è il caso delle recenti svolte «verdi» compiute dalla Cina e, negli USA, dall'amministrazione Obama. Dal 2005 la Cina si adopera in modo significativo per aumentare l'efficienza energetica dell'intero sistema economico nazionale. Nel Piano di sviluppo 2011-2015, il Governo cinese conferma l'impegno ad aumentare il ricorso alle fonti non fossili (raggiungendo nel 2015 l'11,4% sul consumo totale di energia, fino a portarlo al 15% del fabbisogno energetico nel 2020). Tra le fonti rinnovabili, un ruolo centrale è riservato all'idroelettrico e, soprattutto, all'eolico: la Cina presenta oggi il più alto tasso mondiale di crescita in quest'ultimo settore, nel quale per il 2015 intende raggiungere l'obiettivo di produrre 70mila MW (megawatt, 1 MW=1 milione di watt). Nel solo 2008, grazie all'introduzione di una tariffa incentivante specifica per l'energia eolica immessa in rete, la Cina ha installato impianti eolici per 6,3 GW (gigawatt, 1 GW = 1000 MW) di energia eolica, con una capacità totale che raggiunge i 12,2 GW. Oltre a ciò, la Cina è leader mondiale nella tecnologia solare termica, sia nelle installazioni domestiche sia nelle esportazioni.
Negli USA, fin dal suo insediamento nel gennaio 2009, Barack Obama per uscire dalla crisi finanziaria esplosa nel 2008 ha inaugurato il green new deal (lett. «il nuovo corso verde»), incentrato sulle politiche per lo sviluppo delle energie pulite, prevedendo un articolato programma di obiettivi e interventi finanziari per sostenere la transizione energetica degli USA verso un'economia più «verde». Tra i punti principali del programma statunitense rientrano l'uso nei consumi energetici finali del 10% di fonti rinnovabili nel 2012 e del 25% nel 2025; la costruzione di una nuova rete elettrica dedicata al trasporto dell'elettricità da fonti rinnovabili; lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie per la cattura e il sequestro del carbonio (un metodo artificiale per immettere nel sottosuolo l'anidride carbonica, al fine di contrastarne l'innalzamento di concentrazione nell'atmosfera); il potenziamento dell'efficienza energetica nel settore edilizio.

Miti da sfatare
Dinnanzi al potenziale innovativo della GE permangono diverse resistenze, dei veri e propri miti da sfatare.
Il primo e più diffuso è che ci sia incompatibilità tra sostenibilità ambientale e progresso economico: rendere le produzioni più compatibili con l'ambiente non è solo ed esclusivamente un costo, ma un'occasione di crescita economica. Il secondo mito è considerare la GE come un lusso che possono permettersi solo i Paesi più ricchi o, peggio ancora, uno stratagemma per frenare la crescita e perpetuare la povertà dei Paesi in via di sviluppo. Al contrario, come anche alcune buone pratiche dimostrano - nei settori energetici, dell'agricoltura, della pesca e delle foreste - la GE può potenzialmente essere il motore della crescita per molti Paesi, se non addirittura la strategia vitale per sradicare definitivamente la povertà in alcuni contesti. Dal punto di vista macroeconomico, i più recenti rapporti curati dall'UNEP mostrano che investimenti nella GE non solo producono effetti positivi sulla crescita economica (dal lato della domanda e dell'offerta), ma contribuiscono anche a ridurre il rischio di catastrofi dipendenti dai cambiamenti climatici, dagli shock energetici o dalla scarsità di risorse idriche.
Per sfatare tali miti occorre che il dibattito culturale in materia vada oltre le ideologie e che gli attori politici creino le condizioni, in termini di riforme strutturali chiare e durature, affinché possano essere promossi investimenti più cospicui verso la transizione a un'economia sempre più «verde».

Per saperne di più
CIANCIULLO A. - SILVESTRINI G., La corsa della green economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo, Edizioni Ambiente, Milano 2010.
GUANDALINI M. - UCKMAR V., Green economy, Italia. Idee, energia e dintorni, Mondadori Università, Milano 2009.
ILO - UNEP, Green jobs: towards decent work in a sustainable, low-carbon world, settembre 2008 (disponibile in <www.ilo.org> e in <www.unep.org/labour_environment/features/greenjobs.asp>).
KENNET M. - GALE DE OLIVEIRA M. S. - HEINEMANN V., «Strumenti e obiettivi dell'economia ecologica», voce «Green Economy», in Treccani. Il libro dell'anno 2010, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 2010, 275-290.
OECD, Green Growth Strategy interim report: implementing our commitment for a sustainable future, C/MIN (2010) 5, Parigi 2010.
<www.unep.org/greeneconomy/>
<www.uncsd2012.org/greeneconomy>.

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