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Essere uomini e donne è una cosa meravigliosa

Un primo sguardo all’enciclica Magnifica humanitas

Questo contributo propone alcune sottolineature all’interno della grande ricchezza di stimoli offerta dall’enciclica Magnifica humanitas, proponendo alcune chiavi per un primo approccio. Per una presentazione sintetica della struttura e dei contenuti si rimanda alla guida alla lettura del nostro direttore Giuseppe Riggio «Dall'IA alla custodia della persona: l'itinerario di Magnifica humanitas di Leone XIV» e alla Sintesi predisposta dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, disponibile in www.humandevelopment.va. Ulteriori approfondimenti sui temi trattati dall’enciclica saranno pubblicati sul sito e sulle pagine della Rivista.

 

Fin dalle parole iniziali, l’enciclica Magnifica humanitas (in breve, MH), la prima di papa Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026 e resa nota il successivo 25 maggio, prende una posizione molto decisa: “essere uomini e donne è una cosa meravigliosa” (così potremmo tradurre, in linguaggio corrente, il suo titolo latino). A prima vista potrebbe sembrare una banalità autoconsolatoria a buon mercato. Smette di esserlo quando ci rendiamo conto che questa affermazione vale per tutti, anzi per “tutti, tutti, tutti”, come avrebbe detto papa Francesco, nel solco del cui insegnamento l’enciclica chiaramente si pone, come già l’esortazione apostolica Dilexi te, pubblicata da Leone XIV il 9 ottobre 2025. 

Nel nostro mondo, infatti, ammirazione e meraviglia sono riservati a una ristretta cerchia di uomini e donne, capaci di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica per i risultati raggiunti, o, più spesso, per la ricchezza e il potere accumulato. I loro volti riempiono giornali e Internet e le loro parole inondano media vecchi e nuovi. Ben altro destino è riservato ai miliardi di persone comuni, la cui esistenza non è affatto considerata magnifica. Anzi, per la mentalità tecnocratica dominante, sono considerate manipolabili a piacere e sacrificabili sull’altare della massimizzazione del profitto. Addirittura, denuncia con forza l’enciclica, «Alcune correnti postumaniste arrivano persino a ipotizzare esseri umani “di seconda classe”, funzionali agli interessi di élite che si percepiscono superiori: una prospettiva inquietante, tanto più grave se si combina con strumenti tecnologici che ampliano in modo esponenziale il potere di controllo e di selezione» (MH, n. 172). Nel nostro mondo, poi, oggetto di una meraviglia ancora più grande sono le nuove tecnologie, in particolare quelle legate all’intelligenza artificiale (IA): alcuni dei suoi sostenitori ne preconizzano progressi crescenti, fino a rappresentare un nuovo stadio evolutivo che renderà obsoleta la specie umana. Al discernimento delle trasformazioni prodotte dall’avvento dell’IA l’enciclica dedica l’intero capitolo III e vari passaggi negli altri: è l’IA la prima delle res novae del nostro tempo (cfr MH, n. 4), che «impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse» (MH, n. 6): desideriamo un futuro di crescente disumanizzazione o vogliamo edificare insieme un mondo in cui ci sia spazio per tutti, «trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (MH, n. 10)? 

 

La dignità della persona come misura del progresso

È in questo contesto che Leone XIV avverte l’urgenza di ribadire il tradizionalissimo insegnamento della Chiesa sulla dignità inalienabile e infinita di ogni essere umano, creato a immagine somiglianza di Dio: essa «non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno» (MH, n. 50). In particolare, l’enciclica approfondisce la rilevanza decisiva della dignità di ogni essere umano come criterio per il discernimento delle trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali in atto, a partire da quella ideologia «particolarmente insidiosa» (MH, n. 51) che attribuisce maggior valore a coloro che sono più efficienti e performanti. È la dignità di ogni essere umano la misura autentica della bontà di qualunque sviluppo tecnologico.

In questo modo MH prosegue l’attuazione, nelle circostanze del nostro tempo, di quella “svolta antropologica” che il concilio Vaticano II, e in particolare la costituzione pastorale Gaudium et spes, di cui a dicembre 2025 è stato celebrato il sessantesimo anniversario2, hanno impresso al rapporto della Chiesa con il mondo e in particolare alla dottrina sociale: «la persona umana rimane sempre “la via della Chiesa” e il cuore di ogni autentico cammino di sviluppo umano integrale» (MH, n. 50). Di questa svolta MH esprime con forza il fondamento cristologico: l’umanità magnifica, assunta da Gesù Cristo attraverso l’Incarnazione, diventa in Lui «la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza» (MH, n. 1). 

 

Dal Vaticano II, e in particolare dal n. 3 di Gaudium et spes, MH riprende una concezione integrale della persona umana: corpo e anima, intelletto e volontà, ragione ed emozione. Paragonando l’umano a un ecosistema, MH sottolinea l’importanza di salvaguardare l’armonia tra queste dimensioni, evitando l’enfasi unilaterale su una sola: nel nostro tempo il rischio è l’assolutizzazione dell’intelligenza, finendo per «oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione» (MH, n. 112). Si radica qui la differenza irriducibile tra le persone e le intelligenze artificiali, che «non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità» (MH, n. 99). 

 

Magnifica e ferita

L’enfasi sulla dignità infinita dell’essere umano va di pari passo con la consapevolezza dei suoi limiti, che i progetti di transumanesimo (che immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie) e postumanesimo (che prospetta forme di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente) vorrebbero invece superare grazie al ricorso alla tecnica, in particolare all’IA. Per queste ideologie che, sulla spinta di alcuni centri di potere, colonizzano l’immaginario collettivo, «Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere» (MH, n. 118). Per l’antropologia cristiana, invece, «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. […] È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio» (MH, n. 118-119), che sono riconosciuti come tratti irrinunciabili dell’umano.

Ma soprattutto l’esperienza della finitudine è motore di autentico sviluppo, in quanto «non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro» (MH, n. 122) e apre la possibilità «di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo» (ivi). In altre parole apre uno spazio di responsabilità e di azione collettiva. Per questo la storia umana non è solo un catalogo di violenze, ma anche il racconto dell’impegno e della lotta per la tutela della dignità umana; di conquiste ottenute grazie a un cammino lungo e faticoso, ma che restano fragili; della costruzione di «istituzioni capaci di proteggere la vita comune» (MH, n. 123). In ogni tempo, e quindi anche nel nostro, lo spazio della finitudine coincide con quello dell’impegno a rendere più umana la storia e dell’incarnazione della speranza del Vangelo, che interpella ogni persona e di cui alcuni diventano testimoni fino al martirio: «Proprio questo intreccio di istituzioni giuste, testimonianze credibili e fedeltà quotidiane tiene desta la speranza e indica una direzione: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore» (MH, n. 126).

La concentrazione del potere

All’ideologia del superamento di ogni limite corrisponde la brama di assicurarsi un potere crescente che contraddistingue oggi molti politici, così come grandi aziende o portatori di interessi economici e interi Stati. La riflessione sul potere, e in particolare sulla sua concentrazione, è un asse portante che attraversa l’intera enciclica, che riprende e approfondisce l’analisi del paradigma tecnocratico svolta nell’enciclica Laudato si’. 

In particolare, il punto chiave della riflessione sull’IA risiede proprio nel potere, sempre più smisurato, che essa conferisce a coloro che la controllano. Infatti le «tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo» (MH, n. 4). Un punto particolarmente critico è la concentrazione di questo potere in mani private: «in molti casi nel contesto digitale, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un potere di tale portata si concentra in poche mani, tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico, e cresce il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze». Per questo, Leone XIV invoca una estensione del principio di sussidiarietà a «ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune» (MH, n. 71), in modo da garantirne l’orientamento al bene comune mediante pratiche di trasparenza, accountability e autentica partecipazione. 

Le relazioni internazionali sono l’altro ambito in cui si consolida una cultura della potenza che «penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (MH, n. 188). L’IA è profondamente intrecciata con questa cultura. Gli algoritmi sono potenti strumenti di diffusione di narrazioni polarizzate che costituiscono una preparazione culturale alla guerra. Ma soprattutto i sistemi di IA sono la base per lo sviluppo di sistemi d’arma sempre più sofisticati e letali, che rendono «la guerra più “praticabile” e meno soggetta al controllo umano» (MH, n. 197). Tuttavia, «L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati» (MH, n. 198). 

La dottrina sociale della Chiesa come discernimento in comune

Come in ogni epoca, anche nella nostra la Chiesa è consapevole che «la sua missione ha una portata storica e comporta una responsabilità nei confronti del modo in cui si tessono le relazioni sociali. Per questo non può considerarsi estranea ai dinamismi che configurano il volto della società» (MH, n. 19). Per contribuire alla loro umanizzazione, dispone di uno strumento ad hoc, la dottrina sociale, intesa «non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario» (MH, n. 27). Esso parte da una domanda fondamentale, rivolta a tutte le trasformazioni attualmente in atto nell’ambito della tecnologia, delle comunicazioni, del mondo del lavoro o delle relazioni internazionali: «contribuiscono davvero a far crescere persone e popoli in umanità e fraternità, nel rispetto della Casa comune e delle generazioni future?» (MH, n. 87). La dottrina sociale offre poi alcuni criteri per elaborare una risposta – «la dignità inalienabile della persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale» (MH, n. 96) – ancorata alla concretezza delle dinamiche in atto. Richiede dunque di andare a misurare i cambiamenti concreti che le innovazioni producono rispetto alle possibilità di partecipazione effettiva, alla riduzione o all’aumento delle disuguaglianze, alla concentrazione del potere.   

Il cammino di discernimento punta infine a identificare e ingaggiare gli attori del cambiamento, proponendo una responsabilità condivisa tra istituzioni pubbliche, imprese, corpi intermedi e istanze della società civile e singoli cittadini. «Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna» (MH, n. 181). 

25 maggio 2026
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