Come custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale? Possiamo limitarci a essere spettatori, sperando che le transizioni in atto siano per il meglio, oppure alla nostra coscienza si impongono alcune domande: «Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?» (Magnifica humanitas [MH], n. 6). Sono questi alcuni degli interrogativi che hanno guidato papa Leone XIV nella stesura dell’enciclica Magnifica humanitas, la prima del suo magistero, pubblicata nel 135º anniversario della Rerum novarum di Leone XIII.
Al centro dell’enciclica vi è la riflessione sulle res novae, cioè le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica, e le loro conseguenze sul piano politico, sociale, economico e culturale. Per Leone XIV, l'umanità si trova di fronte «a una scelta decisiva» rispetto al rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Per esprimerla fa ricorso a due icone bibliche: innalzare una nuova torre di Babele (Genesi 11,1-9), simbolo di una civiltà costruita «sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa», che «sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza» (MH, n. 7); oppure ricostruire insieme le mura di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese (Neemia 2-6; cfr Teani M., «Ricostruire la comunità», in Aggiornamenti Sociali, 2 (2024) 125-130). Attraverso questi due riferimenti biblici si comprende che il bivio in cui ci troviamo non ha per oggetto la scelta se far ricorso o meno alla tecnologia, visto che in ogni caso si tratta di costruire, ma il modo in cui la utilizziamo, se per custodire l’umano o per dividere la comunione e accrescere le diseguaglianze. Un’alternativa che nella Magnifica humanitas è immediatamente risolta nella scelta di seguire «la via di Neemia» (MH, n. 10), che privilegia il lavoro condiviso e l’attenzione alla dignità di tutte le persone, ma che è tutt’altro che scontata nel contesto odierno.
Il riferimento centrale alla dottrina sociale della Chiesa
Per svolgere in modo adeguato «un discernimento morale e sociale che custodisca il primato della persona, affinché sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a stabilirne con responsabilità l’uso e i limiti» (MH, n. 97), Leone XIV individua nella dignità della persona il criterio fondamentale per orientare il progresso tecnico e richiama nel primo capitolo di Magnifica humanitas il patrimonio di saggezza della dottrina sociale della Chiesa, di cui sottolinea il carattere dinamico, il confronto costante con le domande poste dalla storia, per cui anche «l’intelligenza artificiale va compresa non come un’appendice tematica, o come un’emergenza da gestire, ma come una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della dottrina sociale e ne domanda un ulteriore sviluppo, nella fedeltà al Vangelo» (MH, n. 17).
A questo approfondimento è dedicato il secondo capitolo dell’enciclica. Qui il fondamento della dignità di tutti gli esseri umani «semplicemente per il fatto di esistere» (MH, n. 52), su cui si fonda l’altissimo valore dei diritti umani, e i principi della dottrina sociale della Chiesa (bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale) sono indicati come i criteri fondamentali per leggere e interpretare la trasformazione in atto. Alla base vi è una comprensione ben precisa della dottrina sociale: «Non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi; si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane» (MH, n. 27).
Disarmare la tecnologia perché sia a servizio della persona e dei popoli
Nel terzo capitolo, intitolato significativamente «Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA», la riflessione di Leone XIV entra nel vivo della questione. Di fronte all’accelerazione impressa dalle nuove tecnologie e ai rapidi cambiamenti che ne derivano in tutti gli ambiti della vita, «noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono» (MH, n. 90). Tutto questo perché «il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue. Se lo sviluppo tecnologico procede senza un’adeguata maturazione etica e sociale, può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si “ha di più” ma non si “è di più”, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce» (MH, n. 94).
Il richiamo al paradigma tecnocratico descritto da papa Francesco nella
Laudato si’ permette di situare le considerazioni di questo capitolo nell’orizzonte odierno, dove prevale la tendenza a ridurre la realtà a ciò che è misurabile, controllabile, efficiente e fonte di profitto. Viene anche affrontata la dimensione culturale legata alla rivoluzione digitale in atto, che prende corpo nelle narrazioni del transumanesimo e postumanesimo, che pur nelle loro differenze sono accomunati da alcuni presupposti: «la centralità della tecnica e il sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana» (MH, n. 116). In modi diversi e complementari, l’approccio tecnico e la riflessione di fondo mostrano quanto sia cruciale riuscire a chiarire la profonda differenza che intercorrere tra l’intelligenza umana, radicata in un’esperienza relazionale e corporea, e quelle artificiali, che possono realizzare numerose attività meglio degli esseri umani per velocità e ampiezza di calcolo, ma la cui «potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati. […] Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (MH, n. 99).
Dalla presa d’atto di questa fondamentale distinzione nasce l’urgente invito a essere cauti nell’impiego dei sistemi di intelligenza artificiale, perché «quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà» (MH, n. 102), potendo divenire una giustificazione inoltre per lo scarto dei deboli, «ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare» (MH, n. 103). Nel quarto capitolo, queste riflessioni sono sviluppate in riferimento a tre ambiti cruciali per la custodia dell’umano: verità, che rinvia al funzionamento e alla vitalità della democrazia, al ruolo svolto dai mezzi di informazione e alla centralità della fiducia; lavoro, riconosciuto già dalla Rerum novarum come dimensione costitutiva della dignità della persona, che oggi può divenire un luogo di spersonalizzazione e di precarizzazione; infine, libertà, minacciata sia dalle dipendenze digitali sia dalle nuove forme di controllo sociale basate sulla raccolta massiva dei dati.
La civiltà dell’amore come alternativa possibile
Magnifica humanitas non si limita a registrare questi rischi, ma afferma che esiste uno spazio di scelta nel modo di concepire il rapporto con le nuove tecnologie. Ciò è possibile in primo luogo riconoscendo che non ci troviamo di fronte strumenti neutri, anche dal punto di vista morale, da cui deriva la necessaria assunzione di responsabilità di «chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete» (MH, n. 105). Il primo passo da compiere riguarda proprio lo statuto che viene riconosciuto alla tecnica: «I diversi ambiti considerati – la ricerca della verità nella vita pubblica, l’educazione nell’ambiente digitale, le trasformazioni del lavoro, la fragilità delle famiglie e le nuove forme di schiavitù – non sono fenomeni separati. Essi manifestano una medesima posta in gioco: se la tecnica diventa criterio assoluto, la persona rischia di essere trattata come dato, ingranaggio o merce; se invece la tecnica è assunta dentro un orizzonte di sapienza, può diventare occasione di crescita, di giustizia e di fraternità» (MH, n. 180).
Queste considerazioni valgono ancor di più se riferite al tema della pace, che è divenuto estremamente urgente negli ultimi anni ed è «condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli» (MH, n. 182). Il ricorso al conflitto armato, sempre più legittimato, esprime un atteggiamento violento e foriero di sofferenze rispetto all’interdipendenza tra i popoli, che si traduce oggi nel rifiuto del multilateralismo, nella spinta bellicistica, in un falso realismo politico. Prendendo le distanze da questa impostazione, Leone XIV propone un progetto alternativo, una civiltà dell’amore, per riprendere l’espressione già coniata da Paolo VI, che fa proprio «il compito decisivo di trasformare questa interdipendenza subita in una solidarietà voluta e scelta» (MH, n. 187). Ciò lo si realizza mettendosi dalla parte delle vittime, grazie a un impegno corale che si forma attraverso «una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione» (MH, n. 213), perché «ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (MH, n. 212). Tutto questo è possibile se accompagnato e sostenuto da una profondità spirituale e teologica, che porta «a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA», riconoscendo che pure «quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato» (MH, n. 233).