ArticoloEditoriali

Alternative possibili al disordine mondiale

All’inizio del 2024, rivolgendosi ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede per il tradizionale appuntamento degli auguri di inizio anno, papa Francesco osservava che «il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito “terza guerra mondiale a pezzi” in un vero e proprio conflitto globale». A distanza di due anni, gli eventi accaduti sulla scena politica internazionale hanno offerto ulteriori motivi per ritenere questa affermazione realistica e fondata. Ne sono una riprova gli eventi recenti – l’ultimo in ordine temporale è l’attacco militare di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran – e le voci che circolano con insistenza su altri fronti che si potrebbero aprire, come nel caso di Cuba.

Da cittadini guardiamo preoccupati al fatto che sempre più spesso gli Stati ricorrono alla forza o alle minacce per trovare soluzioni a contrasti politici o economici, invece di usare gli strumenti del diritto e della diplomazia. Così nel mondo i focolai di guerra si moltiplicano e si protraggono nel tempo: per milioni di persone la violenza della guerra è divenuta una drammatica normalità, che quasi non fa più notizia (pensiamo a Gaza o all’Ucraina) o non ha mai fatto notizia, perché riguarda Paesi, come il Sudan o il Myanmar, ritenuti marginali dai mezzi di informazione mainstream.

Per spiegare perché «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» (Leone XIV, Discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026) possono essere evocate ragioni di natura politica o economica, alcune legate al contesto locale, altre di portata globale, ma è anche possibile individuare una chiave di lettura più di fondo. Gli eventi degli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda l’affermarsi in Occidente di posizioni che voltano le spalle al lascito delle istituzioni e del diritto internazionale maturati dopo la Seconda guerra mondiale, possono essere compresi come una risposta agli interrogativi e ai timori sollevati dal cambiamento di epoca in corso, più volte richiamato da papa Francesco.
Il punto da esplorare, allora, staccandoci dalla cronaca delle vicende di attualità, è quanto sia adeguata questa scelta di ritorno alla forza e a chi giovi, soprattutto in una prospettiva a medio e lungo termine, chiedendosi anche come costruire alternative possibili.

 

Una guerra che ci tocca da vicino

L’attacco militare di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran, ancora in corso nel momento in cui andiamo in stampa, offre diversi spunti per individuare ed esaminare alcuni motivi ricorrenti nelle vicende di politica internazionale più attuali, che di fatto segnano una vera e propria rottura rispetto alle prassi precedenti. Prima di soffermarsi sull’analisi di questi aspetti è, però, necessario richiamare alla memoria quanto sta accadendo.

Dalla notte del 28 febbraio 2026, quando sono iniziate le ostilità in Iran, si contano già migliaia di morti e feriti tra militari e civili; milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case per mettersi al sicuro o hanno visto la loro quotidianità stravolta dal ricorso alle armi da entrambe le parti. Si tratta di cifre elevate, perché il conflitto ha coinvolto anche altri Stati del Medio Oriente, in particolare il Libano, trasformandosi in una vera e propria guerra regionale. A questo si aggiungono le ripercussioni immediate da un punto di vista economico, la cui ricaduta travalica le aree di conflitto e ha un impatto globale. Pensiamo al rincaro del petrolio, che ha inciso immediatamente sul costo del carburante, alla necessità di trovare rotte commerciali inevitabilmente più lunghe e onerose alternative a quelle che passano per le zone di guerra, in particolare dallo stretto di Hormuz, che è stato chiuso al transito delle navi dall’Iran, o all’incertezza che pesa sull’andamento delle borse mondiali e frena gli investimenti e gli scambi internazionali. Inoltre, pur nella difficoltà di fare previsioni accurate, si teme che la portata dello choc causato da questo conflitto armato condizionerà a lungo l’economia mondiale. Intanto, per cercare di contenere gli aumenti del costo dell’energia, Donald Trump ha sospeso le sanzioni contro la Russia adottate nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina, permettendole di vendere il suo petrolio che si trova già caricato sulle navi. Questa decisione di fatto ridà fiato alla Russia e condiziona gli equilibri della guerra in Ucraina, a cui contemporaneamente gli Stati Uniti stanno chiedendo aiuto tecnologico per neutralizzare i droni iraniani.

Pur nella sua essenzialità, questa ricostruzione mostra con chiarezza che le conseguenze innescate dall’attacco contro l’Iran sono globali, a riprova di quanto siano ormai forti le interconnessioni che esistono tra i vari Paesi e di come sia impossibile ritenersi al riparo rispetto a quanto accade al di fuori dei propri confini, anche quando si è una media o grande potenza, al di là delle retoriche nazionaliste che hanno larga presa in questo momento.

 

Una storia esemplare

Vi sono altri aspetti da considerare, che rendono la guerra iniziata a fine febbraio in Medio Oriente la cartina al tornasole di tendenze politiche che di recente si stanno consolidando. Innanzitutto, l’insufficiente risposta della comunità internazionale di fronte a un regime come quello iraniano che nel corso degli anni non ha esitato a reprimere nel sangue le proteste interne di quanti chiedevano un cambiamento e ha sostenuto economicamente e militarmente forze terroristiche all’estero. In questi casi, gli strumenti a disposizione delle Nazioni Unite, che hanno dato buona prova di sé quando vi è stato un largo accordo internazionale (cfr Howard L.M., «Peacekeeping, un bilancio inaspettato», in Aggiornamenti Sociali, 12 [2022] 687-693), sono spesso inefficaci o restano sulla carta, a causa principalmente delle divergenze di vedute e interessi tra gli Stati. È significativo in tal senso che, nel caso dell’Iran, alcuni passi concreti sul tema spinoso del nucleare siano stati compromessi con la decisione presa nel 2018 dalla prima Amministrazione Trump di uscire dall’accordo internazionale siglato solo tre anni prima, depotenziando il lungo lavoro diplomatico precedente. Può essere il ricorso alle armi un’alternativa realistica per assicurare che i diritti umani non siano calpestati da uno Stato? Ancor di più, quale valore può avere se condotto senza un concerto internazionale?

Infatti la decisione di attaccare l’Iran è stata presa dagli Stati Uniti e da Israele al di fuori del diritto internazionale, senza coinvolgere le Nazioni Unite o cercare una parvenza di giustificazione giuridica, così come non è stata data una comunicazione chiara e coerente sulle ragioni di questa azione e sulle tempistiche scelte per realizzarla né ai cittadini dei rispettivi Paesi né agli Stati alleati. Paradossalmente persino Vladimir Putin aveva invocato la tutela dei diritti umani delle minoranze russe nelle regioni del Donetsk e di Lugansk come spiegazione dell’aggressione militare contro l’Ucraina. A pochi anni di distanza sembra che il diritto internazionale, anche quello umanitario, non sia più percepito come un obbligo da rispettare, nemmeno di facciata.

D’altronde, proprio indagando le ragioni di questa guerra si coglie quanto sia forte l’intreccio tra ragioni politiche ed economiche (cfr l’articolo di Barbieri alle pp. 224-231), a cui si aggiunge il peso non certo secondario delle personalità e degli interessi privati di Trump e Netanyahu: il primo ha una visione del potere autoreferenziale e del tutto staccata dalla realtà (cfr Riggio G., «La politica non abita più alla Casa Bianca», in Aggiornamenti Sociali, 2 [2026] 75-78); il secondo ha bisogno di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle sue vicende personali e dal modo in cui ha portato avanti la guerra contro Hamas a Gaza per assicurarsi la sopravvivenza politica (cfr Zonszein M., «A war for one man», in The New York Times, 13 marzo 2026). Infine, pur con alcune differenze, sia Trump sia Netanyahu alimentano la retorica nazionalistica di un passato glorioso a cui ritornare e hanno bisogno di avere nemici da combattere per assicurarsi il potere. In questo senso, le conseguenze inevitabili di questa guerra potranno danneggiarli nell’immediato, ma rafforzeranno i timori e le chiusure dell’opinione pubblica, perché crescerà ad esempio il numero di sfollati e di migranti, tema capace di evocare potenti timori presso i cittadini che spesso hanno una percezione distorta del fenomeno, così come aumenterà la rabbia e la preoccupazione di quanti nei Paesi occidentali dovranno fare i conti con un peggioramento della propria situazione economica, scivolando sempre di più verso nuove forme di povertà.

 

La costruzione di alternative possibili

Il cambiamento di epoca in atto – caratterizzato, ad esempio, dall’emergere di nuovi attori politici ed economici globali, alcuni di essi addirittura non statali, come le multinazionali del settore digitale, o dalle trasformazioni portate dal progresso tecnologico – richiede necessariamente un supplemento di pensiero sul piano sociale e antropologico, oltre a una ridefinizione delle regole scritte e delle prassi informali che hanno retto le relazioni tra gli Stati e, al loro interno, tra le autorità nazionali, i mondi produttivi, i corpi intermedi, i singoli cittadini.

Di fronte al senso di smarrimento e all’incertezza palpabili in questo tempo, la risposta politica che si sta imponendo in Paesi che sono in grado di condizionare gli assetti globali per la loro influenza, come nel caso degli Stati Uniti, si traduce nel ripiegamento in una logica nazionalista, nel fomentare discorsi di esclusione e discriminazione, nel rifiuto della cooperazione e nel rispetto del diritto solo quando è a proprio vantaggio. Questa posizione prende le mosse dalle paure dei cittadini ai quali propone risposte che a breve termine suonano rassicuranti, ma che in una prospettiva temporale più ampia non solo non sono risolutive, ma finiranno, come in una spirale viziosa, col rendere la situazione generale peggiore per tutti. Soprattutto, in questa risposta non vengono soltanto ridefinite le regole, ma sono rigettati i valori che finora hanno costituito la base della nostra vita insieme. Questo slittamento non è secondario né per la sua portata né per le sue conseguenze.

Non è la prima volta che ci troviamo ad attraversare fasi di profondo cambiamento sul piano sociale o tecnologico: ogni tappa ha messo in crisi l’esistente e ha fatto emergere nuove possibilità e consapevolezze, soprattutto ha permesso di mettere meglio a fuoco la nostra comprensione di ciò che ci rende umani e che ci tiene uniti come società, che costituisce il patrimonio da custodire e riattualizzare continuamente e che la generazione precedente trasmette a quella successiva. In modo efficace e prendendo le distanze dalla retorica trumpiana, in un discorso tenuto al Forum economico mondiale di Davos a gennaio 2026, il primo ministro canadese Mark Carney pone la distinzione tra la necessità di costruire un nuovo ordine mondiale, prendendo implicitamente atto che quello nato dopo la Seconda guerra mondiale non corrisponde più alla realtà (cfr Sposetti C. [ed.], «L’alternativa alla legge del più forte», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2025] 223-242), e la menzione dei valori che vanno tenuti fermi, «come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati». Per questo è capitale riuscire a individuare i valori che sono fondativi e vanno salvaguardati, per poi articolarli con i principi che guidano le decisioni da prendere, affinché come collettività possiamo dare risposte all’altezza del cambiamento in atto, senza lasciarci sopraffare dagli eventi, perdere la bussola o lasciare qualcuno indietro.

Questo modo di procedere non vale solo per le questioni di politica internazionale, ma per tutti gli ambiti rilevanti della vita insieme. La costruzione di alternative a uno stato di fatto insoddisfacente non costituisce d’altronde un’esigenza recente. Già negli anni 2000 veniva percepita l’urgenza di ripensare la globalizzazione per ridurre le diseguaglianze e assicurare uno sviluppo più sostenibile per le comunità e più rispettoso per l’ambiente; così la società civile mondiale si era ritrovata a dialogare insieme a politici ed esponenti del mondo accademico intorno allo slogan «Un altro mondo è possibile» nelle varie edizioni del Forum sociale mondiale, che furono organizzate in America latina e Africa. Nella stessa linea si colloca l’attenzione rivolta da papa Francesco prima e da Leone XIV poi alla realtà plurale dei movimenti popolari, definiti poeti sociali, in grado di far emergere «le cose nuove viste dalla periferia» e il cui impegno «non si limita alla protesta, ma cerca soluzioni» (Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’incontro mondiale dei movimenti popolari, 23 ottobre 2025). Accanto a questi due esempi ve ne sono molti altri, accomunati dalla consapevolezza che si può orientare il cambiamento affinché sia più giusto, equo, inclusivo e convinti che sia possibile farlo solo lavorando insieme ad altri attori sociali e politici.

Di fronte al possibile senso di frustrazione per gli sforzi compiuti che sembrano non portare alcun risultato, è importante ricordarsi che nei corsi e ricorsi della storia ci sono dei tempi più favorevoli di altri per cogliere le opportunità che si presentano. Tuttavia, non è facile rendersene conto mentre si è occupati a pensare a che cosa si può fare, a dialogare con altri e a portare avanti le decisioni prese con creatività e generosità: spendersi in questo impegno senza riuscire a vedere con chiarezza l’orizzonte è allora un atto di fiducia e di speranza, di fatto il primo passo reale che rende possibile la costruzione di un’alternativa in cui si crede.

Ultimo numero
Leggi anche...

Rivista

Visualizza

Annate

Sito

Visualizza