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Venti di guerra e arene di pace

Immagine di copertina: Arena di pace

Fascicolo: maggio 2024

In Europa il vento sembra cambiato: la guerra non è più un’eventualità remota, una tragedia che riguarda popoli in terre lontane, di cui siamo spettatori più o meno coinvolti, a seconda dei nostri interessi nazionali o di quelli delle nostre imprese. Soprattutto, il riferimento alla guerra come scenario possibile, come opzione politica a disposizione, non costituisce più un tabù cosciente e voluto nel discorso pubblico della classe dirigente europea. Suonano chiare in tal senso le parole pronunciate da Donald Tusk, da poco a capo del Governo polacco dopo essere stato Presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019, in un’intervista del 29 marzo scorso pubblicata su numerosi quotidiani europei: «È la prima volta dal 1945 che ci troviamo in una situazione del genere. So che sembra devastante, soprattutto per i più giovani, ma dobbiamo abituarci mentalmente all’arrivo di una nuova era. È l’era prebellica» (cfr Mastrobuoni T., in <www.repubblica.it>).

L’evidente spartiacque è stata l’invasione russa in Ucraina, iniziata nella notte del 24 febbraio 2022: nelle intenzioni di chi aveva sferrato l’attacco doveva essere una guerra lampo, invece il conflitto è entrato in una fase di stallo che perdura ancora a oltre due anni dall’inizio delle ostilità. In un recente articolo, il belga Charles Michel, l’attuale Presidente del Consiglio europeo, ha scritto: «Ho capito in quel momento che l’intero accordo di sicurezza del secondo dopoguerra era cambiato per sempre. Anche l’Unione Europea doveva cambiare rapidamente con esso» («Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra», 18 marzo 2024, in <www.euractiv.it>). Per Michel questo cambio si traduce nell’«essere pronti a difenderci e passare a una modalità di “economia di guerra”», nell’assumerci la responsabilità della nostra sicurezza, senza dipendere da altri Paesi, inclusi gli Stati Uniti. Di fronte a questa accelerazione improvvisa, in cui cambiano le parole utilizzate e le prospettive prese in considerazione, è necessario fermarsi e affermare con forza e convinzione che ci sono alternative al modo in cui concepiamo la difesa dei nostri Paesi.

 

La pace europea

Un punto di partenza lo ritroviamo nella motivazione che accompagna l’assegnazione all’UE del premio Nobel per la pace nel 2012. Nel breve testo si menziona il ruolo che le istituzioni europee hanno avuto nel promuovere la pace, la riconciliazione, la democrazia e i diritti umani nel continente. Per dare concretezza a queste affermazioni si ricordano la relazione amichevole tra la Francia e la Germania, dopo decenni di rivalità e tre guerre, ma anche il rafforzamento della democrazia in Grecia, Portogallo e Spagna dopo l’esperienza delle dittature e l’ingresso di numerosi Paesi dell’Europa centrorientale dopo la caduta del muro di Berlino. Soprattutto, si afferma che «in un’epoca di grandi difficoltà economiche e disordini sociali, l’Unione ha svolto un ruolo di stabilizzazione. In precedenza, crisi di questo tipo avevano scatenato conflitti politici e militari in Europa. Ora questo è praticamente inconcepibile, soprattutto grazie all’UE» (cfr l’editoriale di Costa G., «Miseria e nobiltà: il Nobel che svela l’Europa», in Aggiornamenti Sociali, 11 [2012] 733-740).

L’idea di Europa premiata con il Nobel ha le sue radici in un contesto storico preciso, diverso dall’attuale. Nasce dopo l’esperienza sanguinosa e drammatica della Seconda guerra mondiale, tra le macerie delle città bombardate e quelle dello spirito dei cittadini europei, quando le conseguenze di un conflitto bellico erano evidenti a tutti perché erano state vissute in prima persona. È stata resa possibile dalle decisioni prese dalla classe dirigente del tempo, accompagnata dalle posizioni di intellettuali ed esponenti della società civile e sostenuta dal desiderio dei cittadini di provare a neutralizzare definitivamente i fattori scatenanti delle rivalità tra gli Stati, che avevano condotto allo scoppio della violenza, per scommettere sul binomio pace e benessere per il futuro dell’Europa. Si è realizzata, infine, in un contesto geopolitico che vede la contrapposizione tra due superpotenze, il mondo diviso in due blocchi. Gli Stati europei, anche quelli che avevano avuto nel passato una potenza militare indiscussa, progressivamente si rendono conto di avere margini molto stretti per proiettarsi sulla scena internazionale come attori di primo piano. Non è un caso che negli anni ’50 i politici europei si siano confrontati su un progetto di difesa comune, che resterà tale per l’opposizione francese, senza parlare di strategie di influenza militare nello scacchiere mondiale.

Lo scenario odierno è diverso: il mondo è globalizzato e più instabile, chiamato a misurarsi con le novità della rivoluzione digitale e a rispondere ai cambiamenti climatici, emergono nuovi protagonisti della scena internazionale, innanzi tutto la Cina e l’India, insieme a multinazionali in grado di esercitare un’enorme influenza economica e politica. In che modo vogliamo essere fedeli all’intuizione originaria dell’Europa, quella che le ha fatto vincere il Nobel? È possibile recuperare uno statuto di rilievo sul piano militare in chiave globale dopo che per decenni le priorità sono state di altro tipo (cfr Barbieri G., «Settantacinque anni di NATO: un’alleanza in trasformazione», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2024] 241-249)? Divenire un’economia di guerra, come evocato dalle parole di Michel, non rischia di trasformarci anche in una società di guerra? Oppure si può realizzare la difesa europea attraverso quegli strumenti che nel passato hanno permesso all’Unione di esercitare una funzione di stabilizzazione nel continente, mettendo al centro la costruzione della pace e della democrazia, la salvaguardia dei diritti e la promozione di un modello sociale europeo?

 

Vi sono alternative alla guerra

Se si considera la storia europea di questi decenni per quanto riguarda il discorso e le azioni sulla pace, due tratti si impongono sugli altri. Innanzi tutto, il nesso subito evidente tra il favorire le occasioni di conoscenza reciproca e il miglioramento delle condizioni economiche per giungere a reale pacificazione. In secondo luogo, a livello di principi, e anche in numerosi casi concreti, la chiara e ferma consapevolezza che la priorità va accordata alla capacità di dialogare e di negoziare con quanti hanno posizioni e interessi diversi o addirittura opposti. Si può riformulare questa affermazione in altri termini: come europei abbiamo capito che i conflitti fanno parte naturale della storia dell’umanità, ma che la via per la loro risoluzione non necessariamente coincide con la guerra. Anzi, «la guerra è la patologia del conflitto, la sua degenerazione violenta. Questo accade quando nessuno se ne fa carico, se ne prende cura o, peggio, quando lo si alimenta. La guerra non è ineluttabile, è piuttosto il risultato di precise scelte politiche e non può mai essere strumento per raggiungere la pace» (Bartolucci V., «Costruire la pace», 11 giugno 2022, in <www.rivistailmulino.it>).

Questa prospettiva, per quanto iscritta in profondità nel cammino che abbiamo fatto come popoli europei, sembra oggi vacillare, essere messa in dubbio o dimenticata. Eppure anche oggi, facendo memoria dell’opera di riconciliazione collettiva che sta alla radice dell’intuizione europea, è possibile operare per la pace. Per questo, insieme a centinaia di realtà italiane, con storie e riferimenti tra loro anche molto distanti, stiamo partecipando al percorso di Arena di pace 2024 (cfr il riquadro alle pagine precedenti), che muove dall’affermazione di papa Francesco dell’esistenza di una terza guerra mondiale a pezzi, e che oggi, come ribadito dal Pontefice nel Discorso di inizio anno al Corpo diplomatico l’8 gennaio scorso, si sta sempre più avvicinando a diventare un conflitto globale. Questo percorso culminerà nell’incontro del prossimo 18 maggio a Verona, a cui parteciperà anche il Papa, per dialogare con i delegati presenti. Di fronte a questa realtà, si sente l’urgenza di cercare nuove vie per ridare pregnanza alla parola della pace, sapendo coniugare i tanti aspetti che sono in gioco (diritti e democrazia, economia e lavoro, ambiente), seguendo la prospettiva del paradigma dell’ecologia integrale, e in un confronto che per essere propositivo ne accetta i tempi lunghi e si costruisce lontano dai riflettori. Ma soprattutto sarà un’occasione per riaffermare con decisione la convinzione che esiste uno spazio reale per immaginare la pace, sottraendosi all’idea che sia la mera “assenza di guerra”. Questo compito è vitale e ci tocca tutti, perché la pace è una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani solo di alcuni.

La città di Verona sarà per due giorni, il 17 e 18 maggio 2024, il luogo in cui si svolgerà “Arena di pace 2024. Giustizia e pace si baceranno” (cfr <www.arenadipace.it>), momento di incontro e dialogo su una domanda che è quanto mai attuale: come può essere intesa la pace nel contesto odierno e quali processi si possono intraprendere per costruirla? L’appuntamento veronese, che si riallaccia all’esperienza delle Arene di pace degli anni ’80 e ’90, è una tappa importante di un ampio percorso, iniziato nel giugno 2023 su iniziativa di alcune testate cattoliche (Aggiornamenti Sociali insieme a Nigrizia, Missione oggi, Mosaico di pace e Avvenire) e della Diocesi di Verona, a cui hanno aderito oltre 400 delegati in rappresentanza di 140 realtà della società civile e dei movimenti popolari italiani. Questa ampia partecipazione, che testimonia quanto sia sentito il tema affrontato, ha reso particolarmente ricchi e approfonditi i cinque tavoli di lavoro tematici che sono stati organizzati (ambiente; democrazia e diritti; lavoro, economia e finanza; migrazioni; pace e disarmo), corrispondenti ad ambiti essenziali perché vi sia una comprensione più profonda e adeguata di quanto va oggi fatto per promuovere una pace autentica.

Il programma di Arena di pace 2024 prevede un primo momento di incontro tra i delegati venerdì 17 maggio alla Fiera di Verona, a cui parteciperanno anche alcune personalità italiane e internazionali, tra cui lo storico Andrea Riccardi, l’attivista ugandese Vanessa Nakate, la giornalista afghana Mahmouba Seraj, il regista inglese Ken Loach, l’economista e attivista brasiliano João Pedro Stédile. Sabato 18 maggio, all’interno dell’Arena, si svolgerà invece l’incontro tra papa Francesco e i delegati, che sarà l’occasione per un confronto a partire del cammino fatto e per mettere meglio a fuoco gli sviluppi futuri.

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