ArticoloOsservatorio

Valigie mai riposte. Viaggio nell’identità mobile degli italiani

Fascicolo: ottobre 2025

La storia dell’Italia e degli italiani è segnata dai movimenti migratori. Ripartire dalla mobilità come caratteristica determinante della nostra nazione e del nostro popolo significa fare i conti con il passato, superando il disagio culturale che considera l’emigrazione una parentesi negativa della nostra identità, come se raccontasse solo di un’Italia estremamente povera e incolta, costretta a prestare servizio altrove per ricostruirsi come Paese e come società.

Contrariamente a quanto spesso si afferma, tuttavia, l’Italia non ha mai completato la trasformazione da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Infatti, sebbene siano cambiati i numeri di chi è coinvolto nei processi migratori, siamo tuttora caratterizzati da migrazioni plurime, cioè da movimenti multidirezionali che si configurano all’interno di processi di mobilità precari. Ai flussi emigratori del passato più lontano si sono uniti quelli più recenti e le nuove forme di mobilità che rientrano nella possibilità di circolare, più o meno liberamente, all’interno dello spazio europeo e nella precarietà della migrazione di oggi, che è continua, costante e multisituata. Ciò vuol dire che la stessa persona può vivere, esercitare la sua professione e i suoi diritti e doveri di cittadinanza in spazi più ampi, sperimentando dimensioni di internazionalità, interculturalità e transnazionalità.

In questo contributo spiegheremo che cosa si intende per strutturalità della migrazione italiana e descriveremo quanti e chi sono gli italiani attualmente protagonisti della migrazione.

 

1. L’Italia dalle migrazioni plurime

In un’Italia sempre più longeva e spopolata sembra persistere il problema del riconoscimento del suo legame viscerale con i movimenti migratori, a cui si unisce la difficoltà della narrazione della loro relazione strutturale con la popolazione italiana, che diventa così un racconto parziale, strumentale, irreale. In altri termini, si continua a parlare dell’immigrazione in termini di invasione quando a crescere in modo sostenuto non sono gli immigrati, bensì coloro che lasciano il nostro Paese. Inoltre, anche riguardo a questi ultimi si usa facilmente la retorica dei “cervelli in fuga”, assumendo che si tratti solo di persone giovani e iperspecializzate. Ma la verità è ben altra.

 

a) Mobilità giovanile e mobilità “anziana”

Nell’ultimo anno dall’Italia hanno ricominciato a partire tutti: giovani e adulti, famiglie con minori al seguito e anziani, tanto che la metà di chi ha lasciato ufficialmente l’Italia iscrivendosi alle liste dell’AIRE (Anagrafe italiani residenti all’estero) ha tra i 18 e 34 anni, secondo un trend già osservabile da un decennio. Si tratta di persone che cercano una realizzazione all’estero, soprattutto sul piano lavorativo e retributivo, ma anche la possibilità di migliorare la propria condizione personale e familiare.

Come si può riscontrare dalle numerose interviste condotte in questi anni dal Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, quello che i giovani desiderano è una realizzazione esistenziale, dal punto di vista tanto personale quanto professionale. “Esistenza” è infatti un termine complesso e di spessore, che contempla esigenze retributive e lavorative, sentendo riconosciute le proprie capacità, ma che passa anche dalla realizzazione di desideri più intimi, tra cui il formare una famiglia e diventare genitori. Il desiderio di maternità e paternità si manifesta con la nascita, all’estero, di bambine e bambini di cittadinanza italiana, che è la prima di molteplici motivazioni che caratterizzano l’iscrizione all’AIRE.

La “voglia di estero” pare oggi condizionare tanto i giovani quanto i meno giovani. Gli ultrasessantacinquenni partiti nell’ultimo anno sono infatti aumentati del 12,9%, con la variazione più consistente che interessa chi ha tra i 65 e i 74 anni (+14%). La mobilità delle persone più anziane, quasi del tutto annullata dall’emergenza sanitaria da COVID-19 è, quindi, ripresa. È possibile rintracciare una molteplicità di profili in base alle mete di destinazione: c’è chi, trasferitosi fuori dei confini nazionali per lavoro da più di vent’anni, arrivato alla pensione ha deciso di rientrare in Italia, dove però ha trovato un Paese profondamente cambiato e poco accogliente che lo ha spinto a intraprendere una sorta di migrazione di ritorno nella nazione in cui era emigrato. C’è chi fa il nonno o la nonna baby-sitter prendendosi cura di figli e nipoti, soprattutto se appena nati o comunque non ancora in età scolare, in una sorta di progetto migratorio di famiglia allargato o di ricongiungimento familiare al contrario. C’è chi parte per la prima volta alla ricerca di un’avventura e chi, infine, sceglie l’estero per vivere meglio e beneficiare di regimi fiscali più favorevoli. Sono cinque gli indicatori di opportunità che influenzano gli anziani italiani nella scelta di emigrare: un clima migliore, il regime di tassazione, il sistema sanitario, il costo della vita e il dinamismo culturale.

Mobilità previdenziale e giovanile coesistono, nell’epoca dell’Italia delle mobilità plurime, perché sono tappe di sviluppo che ciascuna persona attraversa nella propria vita e sono influenzate dagli studi intrapresi, dalla professione esercitata, dai sogni realizzati, dalle delusioni raccolte.

Se dunque la migrazione è una tappa di sviluppo, occorre arrivarci “preparati”. La preparazione riguarda la persona migrante certamente, ma risulta sempre più importante un accompagnamento alla partenza e all’arrivo da parte di un Paese chiamato a scoprire il valore insito in questa mobilità, non solo per le persone coinvolte, ma per i territori e la società nel suo complesso.

 

b) Famiglie in movimento

Ai profili descritti si aggiungono le famiglie che partono dall’Italia con figli al seguito. Tra queste crescono sempre di più le famiglie con cittadinanza italiana acquisita, composte da quelle persone che l’ISTAT chiama “nuovi italiani”, ovvero i cittadini italiani di origine straniera. Secondo i dati più recenti, tra il 2012 e il 2022 oltre 1,52 milioni di stranieri sono divenuti italiani; di questi, oltre 146mila hanno poi trasferito la residenza all’estero. Nel corso del 2022 ne sono emigrati poco meno di 19mila, nel 2021 oltre 21mila. Se si considerano i naturalizzati emigrati nello stesso anno in cui hanno acquisito la cittadinanza, se ne contano complessivamente oltre 14mila. È universalmente riconosciuto il principio che “mobilità chiama mobilità”: detto in altri termini, chi ha già un background migratorio è più disposto a compiere altri spostamenti. Questo vale per i cittadini italiani di origine straniera, per le cosiddette “famiglie italiane Erasmus”, nate in seguito alla mobilità per studio, e in genere per le famiglie che si costituiscono a partire dalla mobilità o grazie all’esperienza migratoria. Si tratta di realtà sociali che stanno profondamente e repentinamente cambiando l’idea tradizionale di famiglia italiana, perché sono sempre più plurilinguistiche, plurinazionali, multisituate e interculturali. Famiglie miste, dunque, dalle identità e cittadinanza plurime, meticciate.

 

2. “Guarire” la migrazione italiana

Il fatto che gli italiani continuino a migrare non rappresenta di per sé un problema: si tratta di un fenomeno naturale e in linea con la storia del nostro Paese. Ciò che preoccupa, però, è che si tratta di un processo migratorio malato, unidirezionale: dall’Italia si parte, ma difficilmente ci si torna in pianta stabile. Un processo migratorio “virtuoso” è dato invece dalla circolarità, cioè dal fatto che partenze, ritorni e decisioni di restare possano susseguirsi in maniera libera e naturale.

Inconcludenti, inutili e sterili sono le diatribe tra chi è partito e chi è rimasto: finché esse occuperanno il nostro tempo, non riusciremo a invertire la direzione di un Paese che potrebbe invece trattare questa mobilità come una risorsa per chi si muove e per chi accoglie, piuttosto che come un problema. Se, infatti, gli italiani trasferendosi all’estero si dimostrano dinamici e generativi, all’interno dei confini nazionali il Paese pare invece ripiegato su se stesso: la stessa mobilità viene letta negativamente come un abbandono dei territori, come una fuga dalle responsabilità. Occorre lavorare per un cambiamento di mentalità e per una crescita culturale, soprattutto nelle nuove generazioni, trasformando il senso di colpa per l’abbandono del proprio Paese, del proprio territorio, della propria famiglia, in senso di responsabilità. Partire è oggi un privilegio, facilitato da un contesto europeo ancora democratico e aperto alla libera circolazione, oltre che da uno dei passaporti più forti al mondo. Tale privilegio dovrebbe costituire anche la base per il ritorno. Proprio la partenza infatti può aiutare i migranti a maturare umanamente e intellettualmente, apprendendo competenze più articolate. Ciò appare tanto più indispensabile per un Paese in difficoltà qual è al momento il nostro. Diventerà sempre più importante “curare” il processo migratorio, rendendolo circolare e facendo il possibile per creare le condizioni per il ritorno di chi parte, cercando di valorizzarne la storia migratoria e concedendogli di esprimersi rispetto a quanto imparato nel confronto con altre culture.

Per raggiungere tale scopo non basta pensare a politiche di defiscalizzazione. Quello che i giovani e i giovani adulti vorrebbero per ritornare, e soprattutto per restare, è essere visti per quello che sono: persone plasmate dal percorso migratorio, professionisti che abitano l’interculturalità. Sono sia persone sole, sia nuclei familiari bi o trinazionali che parlano più lingue, con cittadinanze multiple; sono persone che, grazie alla digitalizzazione, non spezzano le radici con i luoghi che hanno abitato, ma le mantengono sempre e con costanza. La distanza, in questo modo, non è assenza, ma diventa un modo di essere diversamente presenti, perché oggi si riesce a condividere il tempo e lo spazio virtuale pur essendo fisicamente lontani, costruendo e realizzando cose in comune.

Perciò il territorio deve essere preparato ad accogliere persone di questo tipo, vederle come risorse e fare quanto è possibile per valorizzare le loro differenze. Ciò significa accogliere le nuove professioni che si sviluppano quasi del tutto attraverso l’uso della informatizzazione; garantire un’adeguata offerta di scuole internazionali, dove i figli di queste famiglie possano conservare il loro bilinguismo (e, a volte, trilinguismo). Si tratta di piccoli esempi che mostrano come sia complesso trasformare un ritorno in un rientro definitivo. Serve un vero cambiamento culturale e di mentalità sul tema.

Solo guarendo la ferita migratoria, cioè imparando a considerare la partenza non come un abbandono, ma come una possibilità di crescita in vista di un ritorno vantaggioso per sé e per il Paese, sarà possibile per l’Italia capire il senso vero della mobilità. Ciò potrebbe contribuire anche a cambiare sguardo verso le famiglie migranti che hanno scelto l’Italia come meta di destinazione per ricominciare una vita più dignitosa, i cui figli e figlie già oggi si sentono pienamente italiani pur non essendolo ancora di diritto.

Vivere nell’interculturalità e riconoscere i processi di inclusione sono azioni fondamentali per rivitalizzare un’Italia spenta e ripiegata su sé stessa, che ha sempre più urgenza di essere generativa, dinamica e aperta. Quando è lasciata alla deriva, la mobilità è fonte di precarietà, povertà, violenza, solitudine per un Paese e i suoi territori, ma può diventare una risorsa se viene governata con cura e lungimiranza, trasformandosi in una dimensione fondamentale del futuro che dà vita a una cittadinanza più giusta, attiva, partecipata e inclusiva. La questione riguarda il riconoscimento della società plurale che siamo diventati, della diversità che abbiamo ereditato dalla nostra lunga e mai sopita esperienza migratoria, per impegnarci a costruire una comunità di cui ognuno possa sentirsi parte integrante, esprimendo al meglio il proprio potenziale e dove le leggi siano realmente giuste in quanto rispettose dei diritti di tutti e non solo di una parte.

 

Risorse

 

Dalla Zuanna G. (2025), «Sguardi disallineati: le (non) risposte politiche agli scenari demografici», in Aggiornamenti Sociali, 4, 251-259.

Fondazione Migrantes (2024), Rapporto italiani nel mondo 2024, Tau Editrice, Todi.

Licata D. (2022), L’Italia e i figli del vento: mobilità interna e nuove migrazioni, Donzelli, Roma.

Ricciardi T. (ed.) (2024), Storia dell’emigrazione italiana in Europa, 2. Dal Trattato di Roma all’elezione del Parlamento europeo (1957-1979), Donzelli, Roma.

— (ed.) (2022), Storia dell’emigrazione italiana in Europa, 1. Dalla Rivoluzione francese a Marcinelle (1789-1956), Donzelli, Roma.

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