Quando si segue la vita politica ci si imbatte talora in episodi che apparentemente hanno un rilievo secondario, ma a uno sguardo più attento illuminano le dinamiche in atto tra le forze politiche e le tensioni, per non dire le vere e proprie contrapposizioni, che esistono su questioni di carattere generale o su temi di particolare rilievo. È il caso del voto del 13 novembre 2025, in cui il Parlamento europeo ha espresso la propria posizione negoziale rispetto al cosiddetto pacchetto Omnibus 1, approvato grazie a una maggioranza inedita, costituita dal Partito popolare europeo e dai gruppi di estrema destra. Questo nome, alquanto anonimo, è stato scelto per indicare una serie di interventi legislativi presentati dalla Commissione europea con la finalità di semplificare la normativa in vigore per le imprese in materia di sostenibilità. In estrema sintesi si tratta di ridurre la platea di imprese chiamate a redigere le relazioni sull’impatto sociale e ambientale delle loro attività e a essere sottoposte agli obblighi di due diligence, che impongono di verificare il rispetto delle norme ambientali e dei diritti umani lungo la loro catena di approvvigionamento.
Si tratta a prima vista di un argomento molto tecnico, che però cela una questione squisitamente politica e ha, sia per il tema in discussione del Green Deal europeo, sia per come si è svolto il dibattito in aula, una portata ben più ampia delle modifiche puntuali proposte. Questa vicenda è dunque una sorta di cartina al tornasole: permette di individuare alcuni nodi problematici, causati da appetiti politici, debolezze istituzionali e rigurgiti nazionalisti, che esistono e indeboliscono l’Unione Europea.
Il Green Deal: una scommessa in bilico?
Per cogliere la portata politica legata al pacchetto Omnibus 1 è necessario in prima battuta metterne a fuoco il legame con il Green Deal, cioè il programma politicamente più rilevante e ambizioso varato dalla prima Commissione von der Leyen non solo per le scelte fatte sul piano delle politiche ambientali, ma per la sottostante visione del futuro dell’Unione.
Adottato nel dicembre 2019, il Green Deal era stato concepito in uno scenario sociale e politico diverso da quello attuale: da un lato, vi era stata l’importante affermazione dei partiti ambientalisti nelle elezioni europee del giugno 2019; dall’altro, ONG e movimenti di attivisti, in particolare Fridays for future, ponevano molta enfasi sull’urgenza di intervenire per prendere delle misure di fronte alla crisi climatica, trovando ampio spazio a livello mediatico e riscuotendo un certo seguito. Anche da un punto di vista economico il quadro generale era diverso da quello attuale, profondamente mutato a causa dello shock causato dalla pandemia per l’intero sistema produttivo e la catena logistica, e successivamente per le conseguenze del conflitto in Ucraina, che hanno avuto un significativo impatto a livello energetico e hanno determinato una ripresa consistente degli investimenti nella difesa, a detrimento di altre scelte di politiche pubbliche.
Questi cambiamenti sono presentati e analizzati nel rapporto Il futuro della competitività europea (consultabile in <https://commission.europa.eu/index_it>), la cui stesura era stata affidata nel settembre 2023 a Mario Draghi dalla Commissione europea e poi pubblicato a settembre 2024, poco dopo lo svolgimento delle elezioni europee dello stesso anno. Nel documento sono suggerite alcune strategie da seguire per far fronte a una preoccupazione sempre più condivisa: la stentata crescita dell’UE negli ultimi anni, che ha avuto evidenti ripercussioni sul piano sociale e che è considerata sintomatica di una perdita di competitività economica.
Il rapporto prende atto di una serie di difficoltà a tradurre in azioni concrete le linee politiche adottate, richiama i meccanismi burocratici farraginosi e le lentezze nei processi decisionali e invita l’UE a un cambio radicale. Si concentra in particolare su tre aree di intervento: colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina, soprattutto nel campo delle nuove frontiere tecnologiche; ideare un piano congiunto per gli interventi sul fronte della decarbonizzazione e il rilancio della competitività; aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze dall’estero in un quadro geopolitico divenuto incerto, anche per le scelte degli Stati Uniti, tradizionalmente alleati dell’UE.
A proposito degli obiettivi climatici contenuti nel Green Deal, il rapporto non boccia la scommessa ambientale europea, ma sottolinea che se gli interventi previsti «saranno accompagnati da un piano coerente per raggiungerli, la decarbonizzazione sarà un’opportunità per l’Europa. Ma se non riusciamo a coordinare le nostre politiche, c’è il rischio che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita» (ivi, 6). Andando su un piano più operativo, sono indicate diverse azioni da intraprendere, tra cui quella della semplificazione normativa, che si è poi tradotta in alcune proposte, tra cui quella dell’Omnibus 1, presentato dalla Commissione europea nel febbraio 2025 e sottoposto all’esame del Consiglio e del Parlamento europeo.
Il cambio di clima politico
La valutazione di queste misure inevitabilmente si collega a quella più ampia sul Green Deal nel suo insieme, considerandone i risultati finora raggiunti e chiedendosi se gli strumenti utilizzati si sono rivelati all’altezza. La tappa della verifica dovrebbe costituire una prassi ordinaria quando ci troviamo di fronte a qualunque programmazione, a maggior ragione quando riveste una particolare portata politica e, come nel caso del Green Deal, ha una prospettiva a medio-lungo termine, che si spinge fino al 2050. Nella valutazione si presta attenzione agli aspetti tecnici (cfr Marelli L. et al., Delivering the EU Green Deal. Progress towards targets, Ufficio pubblicazioni dell’Unione Europea, Lussemburgo 2025), ma vi è anche una dimensione politica. Ed è proprio rispetto a quest’ultimo punto che si registra nell’ultimo anno un cambiamento di orientamento significativo.
Gli equilibri del Parlamento europeo dopo le elezioni del 2024 sono mutati rispetto alla legislatura precedente. Il Partito popolare europeo e i gruppi di destra ed estrema destra, di cui fanno parte anche forze politiche sovraniste e con posizioni euroscettiche, se non apertamente antieuropee, hanno registrato una crescita dei consensi, e quindi dei seggi. Solo dopo lunghi e laboriosi negoziati, i partiti europeisti (Partito popolare europeo, Socialisti & democratici, Renew Europe) con l’appoggio di alcuni esponenti dei Verdi hanno trovato un accordo per sostenere la Commissione europea, presieduta da Ursula von der Leyen per la seconda volta, ma si tratta di un’alleanza alquanto scricchiolante. Negli ultimi mesi gli esponenti del Partito popolare europeo, in particolare il suo capogruppo, il tedesco Manfred Weber, si sono avvicinati sempre più spesso ai partiti di estrema destra su vari temi e hanno fatto leva sulla possibilità di una maggioranza diversa in Parlamento per avere un maggiore potere negoziale nei confronti degli altri partiti europeisti.
In questo scenario, il voto del 13 novembre 2025 costituisce una novità assoluta e segna un punto di non ritorno: per la prima volta, in occasione dell’approvazione di un testo con valore vincolante, il Partito popolare europeo ha scelto di votare insieme ai gruppi dell’estrema destra, scartando le proposte di compromesso degli altri gruppi europeisti. Si tratta della concretizzazione di una possibilità più volte ventilata in precedenza, che giunge dopo la mancata approvazione nella sessione parlamentare di ottobre di un precedente testo sull’Omnibus 1 frutto di un compromesso tra i partiti europeisti, ma ritenuto insufficiente da alcuni dei loro parlamentari, che alla fine hanno deciso di votare contro.
Tutto questo è avvenuto in materia di politiche ambientali, su cui le posizioni dell’estrema destra europea sono molto tiepide se non apertamente contrarie o negazioniste. Una riprova evidente è data dal contenuto del testo approvato dal Parlamento europeo, che in alcune parti ha optato per soluzioni meno esigenti rispetto al passato, anche in confronto a quelle avanzate dal Consiglio dell’Unione Europea, solitamente più cauto rispetto al Parlamento sui temi della sostenibilità. Questo significa che su uno dei punti fondamentali del programma politico europeo degli ultimi anni si registrano avvisaglie di un cambio di direzione repentino, senza che vi sia stato un reale confronto nelle sedi istituzionali e a livello pubblico. Una riprova è offerta anche dall’accordo al ribasso per gli obiettivi climatici che l’UE ha presentato in vista della COP30 in Brasile.
In una prospettiva futura
Quanto è accaduto nella sessione parlamentare di Strasburgo a metà novembre riguarda le politiche ambientali, ma costituisce un campanello d’allarme ben più importante e generale. La questione da porsi riguarda la visione condivisa che si ha sul futuro dell’UE nelle sedi istituzionali europee e nelle cancellerie nazionali. Si tratta di una domanda cruciale, se si considerano le scelte importanti che aspettano l’UE nei prossimi mesi e anni: la definizione del bilancio europeo per il periodo 2028-2034; l’avanzamento dei negoziati con i Paesi candidati in vista di un loro ingresso nell’UE; le strategie in campo economico e commerciale nel momento in cui la partita si gioca sul controllo delle risorse naturali e la capacità di innovare grazie alla ricerca pubblica e privata; la revisione dei meccanismi istituzionali e decisionali interni all’Unione.
«Forse l’Unione Europea è un po’ come la Sagrada Familia: un enorme, inverosimile, idealistico progetto di dimensioni storiche. Un progetto dall’architettura tremendamente complessa, in qualche modo perennemente incompiuto, in cui ogni nuova generazione apporta il suo granello di sabbia per rispondere alle sfide del suo tempo. Un progetto che a volte ristagna, ma che avanza sempre con determinazione, perché guidato da una visione audace e ambiziosa del futuro».
Antonio Costa
Discorso al Circolo dell’economia, Barcellona, 6 maggio 2025
Nell’attuale scenario politico europeo, che vede forze politiche di estrema destra raccogliere un crescente consenso nei vari Stati europei, le motivazioni di pace e prosperità, di solidarietà e collaborazione, che hanno dato vita alle istituzioni europee all’indomani del Seconda guerra mondiale sono ancora valide? Possono costituire ancora quel fondamento di valori che poi si traduce nelle scelte istituzionali e nelle politiche adottate per i vari settori? Da tempo il Parlamento europeo costituisce il principale motore istituzionale verso l’integrazione europea, sollecitando continuamente i Governi nazionali a superare resistenze e abbandonare calcoli di convenienza: se si consolidano nuovi equilibri più spostati verso destra, quale idea di integrazione sarà promossa?
Lo sguardo sulle vicende del recente passato ci porta a dire che vi è un’incompatibilità di fondo tra il sogno europeo di integrazione maturato nel Novecento e i progetti centrati su un’unione economica e sempre meno politica, che risuonano con frequenza in questo scorcio di XXI secolo. Secondo una mentalità diffusa oggi, i riferimenti temporali di queste due declinazioni possibili dell’UE potrebbero essere già considerati un’indicazione sulla strada da imboccare: il passato è superato e deve cedere il passo al presente. Tuttavia, in quel passato c’è una sapienza che non rischia di invecchiare: la capacità di elaborare una visione d’insieme, che tenga conto delle differenze rispettandole, alla ricerca del bene comune, di saper comporre le diverse tessere di quell’unico puzzle, inevitabilmente complesso, che costituisce la nostra realtà in questo tempo.
Ci troviamo di fronte a un aspetto quanto mai valido. Siamo ormai consapevoli che nessun tema costituisce un campo isolato, che nessuna azione intrapresa esaurisce i suoi effetti in un ambito ristretto o non è condizionata da altri fattori. Le connessioni – tra temi e politiche, tra istituzioni, corpi sociali e cittadini, tra idee ed esperienze – esistono e vanno tenute in conto, se vogliamo che un progetto per il futuro possa essere sensato e non velleitario o miope. Per questo, insieme ad altri motivi, riteniamo che la visione politica che ha dato vita alle istituzioni europee non sia certo superata o inadeguata ai tempi. Va senz’altro attualizzata nelle sue forme e strutture – e i suggerimenti in tal senso non mancano, anche da parte della società civile, come nel caso del Codice per una Nuova Europa, frutto del lavoro collettivo di riflessione e scrittura di decine di esperti in Italia –, ma resta quanto mai attuale nella capacità di liberare le energie migliori nella società, nelle persone e nei corpi collettivi, resistendo alle trappole così diffuse della frammentazione, della polarizzazione e della ricerca di affermazioni di parte.