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Un intramontabile dibattito: le riforme costituzionali

Fascicolo: giugno-luglio 2023

«Stabilità dei Governi e delle legislature insieme al rispetto del voto dei cittadini nelle urne»: questi sono i due obiettivi, ritenuti irrinunciabili, indicati dalla presidente Giorgia Meloni nelle dichiarazioni fatte lo scorso 9 maggio, dopo il confronto con le forze dell’opposizione su una questione che è da decenni presente nel dibattito politico italiano: la possibilità – o la necessità secondo i punti di vista – di riformare alcune parti della nostra Costituzione.

Una storia lunga

Di riforme si parla dagli anni ’90, in coincidenza con il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica e i profondi cambiamenti nel sistema dei partiti del nostro Paese. Periodicamente sono state avanzate proposte come l’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio, l’introduzione del federalismo o la modifica del nostro sistema parlamentare, contraddistinto dal bicameralismo perfetto.

Nel corso di questi decenni, la maggior parte dei tentativi di riforma intrapresi dalle forze politiche è naufragata. È stato così quando si è tentata la via di creare organi istituzionali ad hoc (la commissione bicamerale presieduta da De Mita e Iotti nel 1992 o quella D’Alema nel 1997), oppure organismi più ibridi, composti da politici ed esperti (ad esempio i “dieci saggi” incaricati dal presidente Napolitano nel 2013). Non hanno avuto più successo le iniziative delle forze di maggioranza di portare avanti una riforma senza il consenso di almeno una parte rilevante delle minoranze, come nel caso del Governo Berlusconi nel 2006 o del Governo Renzi nel 2016, i cui progetti furono rigettati dai cittadini nei successivi referendum costituzionali. In questo panorama spiccano due eccezioni di rilevanza diseguale per la loro portata: la Riforma del Titolo V del 2001, che ha ridisegnato la distribuzione dei poteri e delle competenze tra Stato, Regioni e autonomie locali, incidendo in modo significativo nel nostro ordinamento giuridico con luci e ombre, e la riduzione del numero dei parlamentari nel 2020, dei cui effetti è ancora troppo presto per poter dare una valutazione.

Al di là del loro diverso esito, tutte le iniziative di riforma costituzionale hanno catalizzato l’attenzione generale e richiesto l’investimento di notevoli energie a livello di elaborazione intellettuale, dispendio economico e impegno sul piano formativo e culturale. Hanno, inoltre, rappresentato un momento di intenso confronto, in alcune occasioni anche scontro, per la vita politica e civile del nostro Paese, come è inevitabile quando si tratta di rivedere le regole fondamentali del funzionamento dello Stato. Tutto ciò va tenuto presente in questa fase che vede il Governo Meloni intenzionato ad avviare un nuovo percorso di riforma – è stato già annunciato che vi saranno incontri con la Conferenza Stato-Regioni, con i sindaci e i corpi intermedi in vista dell’elaborazione di una proposta – per cercare di evitare errori che alimentino ancora di più la frustrazione e la disillusione dei cittadini.

Il perimetro in cui muoversi

Allo stato attuale, siamo ancora abbastanza lontani dalla definizione di un progetto di riforma, anche per sommi capi. Il già richiamato incontro di inizio maggio ha fatto emergere un consenso trasversale (ad eccezione di Fratelli d’Italia) su un unico punto: la presa di distanza dall’opzione di passare dall’attuale sistema parlamentare a uno presidenziale o semipresidenziale, come quelli presenti negli Stati Uniti e Francia. Per il resto la divergenza delle opinioni è ampia, tanto nelle opposizioni con posizioni che oscillano dal rifiuto categorico di qualsiasi riforma a caute aperture, quanto nella maggioranza con Forza Italia favorevole a un ruolo più forte del Presidente del Consiglio e la Lega più interessata all’autonomia differenziata, su cui esiste un progetto di legge del ministro Calderoli all’esame del Parlamento, che al momento è stato tenuto fuori dal confronto.

In questo quadro ancora molto fluido, l’elemento ritenuto centrale a giudizio della maggioranza e ribadito in più occasioni dalla presidente Meloni, è la ricerca della stabilità politica e della salvaguardia del voto degli elettori. Si tratta di un’indicazione legittima, ma non neutra. Le scelte che saranno compiute per attuare questo criterio di riferimento potranno toccare alcuni aspetti delicati nell’assetto di una democrazia parlamentare, qual è ancora quella italiana: in prima battuta la libertà dei parlamentari di cercare il bene comune, eventualmente modificando le alleanze, come è accaduto nelle ultime legislature, nel rispetto di quanto previsto dall’art. 67 Cost. sul divieto di vincolo di mandato; e poi la concreta possibilità per le opposizioni di svolgere il loro ruolo democratico di controllo dell’azione del Governo e di formulazione di alternative.

Tocchiamo qui un aspetto fondamentale da tenere presente nel momento in cui si discute sulla revisione delle norme costituzionali. Qualsiasi soluzione sia alla fine prospettata – riprendendo istituti già sperimentati nelle democrazie dei Paesi vicini oppure dando vita a una soluzione originale, a un modello italiano – bisognerà vigilare che il sistema di pesi e contrappesi, che ha uno dei suoi elementi nel rapporto maggioranza-minoranza, così come nella divisione dei poteri, non sia svuotato dall’interno. Altrimenti sarà compromesso in modo irreparabile uno dei pilastri essenziali in qualsiasi Costituzione per la salvaguardia della democrazia, che è qualcosa di diverso dal ritenere che chi ha avuto più voti è legittimato a fare tutto ciò che vuole, secondo l’idea che the winner takes it all (chi vince prende tutto). Su questo aspetto i nostri padri costituenti furono particolarmente attenti quando delinearono l’attuale assetto costituzionale, prevedendo in particolare la presenza di organi costituzionali di garanzia, come la Presidenza della Repubblica (che si vorrebbe modificare nel suo profilo e ruolo) e la Corte costituzionale, che nel corso di questi decenni ha complessivamente dato buona prova di sé.

Evitare le semplificazioni

Se si andrà avanti nell’intenzione di una riforma istituzionale, c’è da augurarsi che l’attuale dibattito, ancora agli inizi, possa svilupparsi e arricchirsi, per assumere fino in fondo la complessità della realtà politica e istituzionale italiana in questo frangente storico, in cui la crescente disaffezione dei cittadini trova espressione concreta nell’astensionismo al momento del voto elettorale e nel calo della partecipazione alla vita pubblica attraverso i partiti o altre forme associative.

La questione della breve durata dei Governi italiani e dei cambi di maggioranza nel Parlamento, che è stata posta al centro dell’attenzione, non è dovuta al fatto che le regole della Costituzione siano state scritte in modo erroneo o siano superate. È piuttosto la conseguenza della transizione vissuta dal quadro politico italiano dopo la fine della Prima Repubblica (quando vi erano numerosi cambi di Governo, ma anche una certa stabilità politica), che ha avuto come approdo tra le altre cose una grande frammentazione e la preminenza dei personalismi sui progetti condivisi di partito. Questa situazione è specchio di una cultura politica che nel nostro Paese si sta rivelando non sufficientemente matura.

Per dare una risposta adeguata ed efficace a questo aspetto, capace di innestare un processo di cambiamento duraturo nel tempo, non è sufficiente una riscrittura delle norme costituzionale. Una riforma potrà “blindare” una maggioranza, potrà “consacrare” il ruolo di un leader, ma porta con sé il rischio di incentivare ancora di più le dinamiche di divisione e contrapposizione che già sono in atto nella nostra società, minandone la coesione e a lungo andare pregiudicandone non tanto la stabilità di un Esecutivo, quanto quella della stessa comunità. La cultura politica attuale sembra ricondurre qualunque cosa, compresa la riforma della Costituzione, alla ricerca di un vantaggio immediato per la propria parte, a differenza di quanto è avvenuto 75 anni fa, dove tradizioni politiche ancora più divergenti di quelle odierne seppero lavorare insieme per costruire un assetto approvato da tutti (fuorché dall’Movimento sociale italiano), sapendo articolare due livelli: ciò che tutti condividiamo (ed è nella Costituzione) e ciò che invece ci divide in parti contrapposte (le materie politiche).

Uno sguardo attento sull’oggi, che va al di là delle semplificazioni, ci porta poi a prendere atto che vi sono altri snodi cruciali su cui è necessario intervenire, oltre a quello di rafforzare gli Esecutivi, e che al momento non sembrano all’ordine del giorno. È il caso ad esempio del ruolo del Parlamento, sempre più svuotato dei suoi compiti: di quello legislativo a favore del Governo, e di quello di luogo di confronto tra le forze politiche, sostituito in questo caso dai talk show televisivi e dai tweet. Questo affanno del luogo deputato alla rappresentanza dei cittadini in un sistema democratico ci deve interrogare su quali azioni possono essere ipotizzate per rivitalizzarlo, insieme alla ricerca di quali istituti possono essergli affiancati perché il rapporto dei cittadini con le istituzioni possa essere valorizzato appieno, dando spazio a nuove forme di partecipazione, in cui possano far sentire le loro voci, recuperando il necessario e vitale rapporto di reciproca fiducia.

Altri ambiti potrebbero essere ricordati – ad esempio il rapporto con le istituzioni europee, la revisione dei rapporti tra Stato e Regioni o lo stato di salute della pubblica amministrazione – per evidenziare quanto sia necessario che una seria prospettiva di riforma dell’assetto istituzionale del nostro Paese non sia settoriale, ma capace di tenere in conto e abbracciare la complessità del reale, andando a toccare aspetti a prima vista ritenuti marginali.

Se le forze politiche della maggioranza insieme a quelle di minoranza vorranno impegnarsi nel cammino della riforma, è auspicabile che si mettano da parte scorciatoie e soluzioni di forza, che l’esercizio del dialogo con tutti gli interlocutori, quelli rappresentati in Parlamento e quelli presenti nella società, sia autentico e aperto a un ascolto che può rimettere in discussione convinzioni e posizioni. Tutto questo affinché l’eventuale cantiere delle riforme non sia ridotto a mere questioni tecniche, ma sia possibile far emergere nel dibattito gli snodi di fondo, che toccano l’idea della democrazia e i valori che ci tengono uniti come comunità, riconoscendo in particolare come una delle sfide maggiori di oggi sia proprio quella di prendere le distanze da una logica individualistica e riscoprire la visione personalista presente nella Costituzione, dove la democrazia è pensata come il sistema che non premia il più forte, ma ne disciplina il potere perché possa essere esercitato tenendo conto dei deboli.

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