Siamo rimasti tutti colpiti dall’affermazione «Tutto è connesso», al n. 16 della Laudato si’. È un’intuizione potente, affascinante, ma anche destabilizzante. La troviamo citata di frequente, ci attrae, ma al tempo stesso ci mette in difficoltà. «Tutto è connesso», sì… ma in fondo possiamo occuparci solo di alcune cose: quelle che sappiamo fare, che ci danno soddisfazione, che riusciamo a gestire. In fondo non è sorprendente che questa frase ci spinga, almeno in prima battuta, a concentrarci su ciò che ci è familiare, e che ci appare più rassicurante.
Eppure, quel «Tutto è connesso» ci suggerisce un cammino diverso, alludendo a un mondo altro, che ancora non conosciamo perché non esiste ancora, e che possiamo appena cominciare a immaginare. In un tempo di transizioni rapidissime – un vero e proprio cambiamento di epoca, come papa Francesco ha più volte ricordato – facciamo fatica a leggere questo cambiamento, a orientarci. Ne deriva spesso una forma di evitamento cognitivo: la sfida ci sembra troppo grande, e allora ci allontaniamo, torniamo su terreni a noi più familiari, cercando giustificazioni. Non possiamo più sottrarci a questa sfida, anche se abbiamo la tentazione di chiudere gli occhi: è già il contesto in cui viviamo. È il mondo in cui cresceranno le nostre figlie e i nostri figli, le generazioni future.
Accettiamo di prendere dei rischi
«Tutto è connesso» è anche un invito a una lettura critica delle nostre pratiche consolidate: quelle che abbiamo sempre portato avanti e che magari hanno anche funzionato, ma rispondevano forse a domande che oggi non sono più le stesse. Quando affrontiamo problemi nuovi e complessi, la prima reazione è spesso quella di proporre buone pratiche: soluzioni che hanno funzionato altrove e che ci rassicurano. Le replichiamo perché ci proteggono dal rischio del fallimento, ci evitano l’accusa di avventurismo. Se le cose andranno male, potremo sempre dire che ci siamo ispirati a un modello di successo. È la riflessione che fa l’economista Bill Easterly, descrivendo la figura del pioniere che esplora percorsi di sviluppo, e che solo accettando di rischiare, avventurandosi in terreni inesplorati, apre la possibilità di trovare una terra nuova, con frutti che nessuno immaginava. «Tutto è connesso» significa accettare la sfida della complessità, dell’esplorazione, ma anche quella del fallimento.
Questa sfida si traduce anche nell’idea per cui il grido della terra e quello dei poveri sono strettamente legati (LS, n. 49), e che non può esistere una vera famiglia umana senza un’alleanza con il creato, la nostra casa comune; non ha senso un’attenzione verso le persone che sperimentano condizioni di fragilità senza una cura ugualmente attenta alla terra dove insieme abitiamo: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socioambientale» (LS, n. 139). Una sola crisi socioambientale apre a un inedito programma di lavoro, ed esplorare queste connessioni influenza anche il modo in cui costruiamo organizzazioni e istituzioni. Spesso lavoriamo per compartimenti separati, che non dialogano tra loro. Ci diciamo: «Io mi occupo di questo, è quello che so fare, che ho sempre fatto!». Certo, ma oggi quello che ciascuno sa fare deve essere collegato ad altro, in modi spesso ancora da immaginare.
Andare oltre la frammentazione
Quante organizzazioni hanno un dipartimento per le questioni internazionali e uno per quelle nazionali, come se fossero mondi separati? Un ufficio che si occupa di conversione ecologica o di ambiente, e un altro che segue il tema delle politiche sociali… Eppure la riflessione sullo sviluppo sostenibile dovrebbe aiutarci a tenere insieme i pezzi. Invece, spesso ci accontentiamo di occuparci di un singolo Obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, rassicurati dal fatto che ci siamo sempre occupati, ad esempio, di acqua, di scuola, di divario di genere, ecc. Potremmo continuare così, forti del fatto che questo ci legittima a mantenere la nostra attenzione focalizzata sul campo ristretto in cui ci sentiamo a nostro agio. Ma l’affermazione «Tutto è connesso» ci invita a superare questa frammentazione e a parlare di sviluppo sostenibile come di una questione al tempo stesso globale e locale, sociale e ambientale.
Anche l’attenzione a chi vive una condizione di povertà e fragilità è toccata da questa consapevolezza. Nella cura e nel servizio verso le fragilità, da considerare non in senso puramente assistenzialistico ma come mandato alla condivisione di una responsabilità con tutto il corpo ecclesiale e civile. Dobbiamo vedere la realtà con occhi nuovi: l’attenzione verso i poveri nelle nostre città non può essere separata da quella per le grandi transizioni che stiamo vivendo: energetica, ecologica, demografica, sociale, economica, politica. Come possiamo occuparci di guerre senza pensare alle condizioni necessarie per costruire la pace, e alla necessità di una governance globale democratica e multilaterale, in un tempo in cui prevale la legge del più forte? Come separare l’attenzione verso chi vive fragilità causate delle disuguaglianze crescenti, in un sistema che genera ricchezza riservata a pochi? Come distinguere la povertà nei nostri territori dalle dinamiche globali che ostacolano il cambiamento e che intrappolano nella stessa morsa anche i poveri del Sud globale?
Guardare la realtà con occhi nuovi
Sono domande che ci tuffano in acque agitate, mettendo in discussione abitudini e organizzazioni abituate a percorrere le strade di sempre. Tutto è veramente connesso, ma far penetrare questa consapevolezza nel nostro pensiero e nelle nostre azioni è forse il compito più difficile.
Come affrontare questa sfida? Da dove partire, come immaginare un futuro che non c’è? Talvolta affrontiamo la complessità semplificandola, riducendola in “sottoproblemi gestibili”, con il rischio di ricadere in una nuova forma di riduzionismo, spezzettando la nostra visione in parti forse più gestibili ma ancora una volta limitate. Oppure dobbiamo riformulare la questione, smontarla e rimontarla in un altro ordine, fornendo con un lampo di intuizione una diversa visione della stessa realtà e del modo in cui potrebbe cambiare. Voglio usare una parola inglese: reframing, che può essere tradotta con riformulazione, ricontestualizzazione o cambio di prospettiva, o forse con tutte queste cose insieme. Abbiamo bisogno di guardare la realtà con occhi nuovi, e di essere aperti a quanto di essa potrebbe destabilizzarci.
Nell’anno del Giubileo ci viene offerto uno strumento potente per compiere questa operazione, attraverso la speranza: non un ottimismo privo di basi e neanche il vago sentimento di bene che prende il posto dell’azione; quanto una forma di scommessa consapevole sull’inaspettato (un tema caro a Edgar Morin), che ci permette di intuire lo spazio per una riprogettazione creativa della realtà. Non è forse questo il «trasformare i segni dei tempi in segni di speranza» a cui papa Francesco ci ha invitato provocatoriamente con questo Giubileo? (Spes non confundit, n. 9) Si tratta di una speranza laica, oggetto di riflessione per credenti e non credenti che vedono in essa uno spazio di cambiamento, e una delle possibilità su cui addestrarci: le cose cambieranno – profondamente, e il modo in cui cambieranno dipende almeno in parte da noi, e da come noi avremo immaginato una realtà diversa.
«La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (LS, n. 61). «Tutto è connesso» ci mette alla prova, in un modo che forse non ci aspettavamo. Abbiamo bisogno anche della speranza per vedere la realtà con occhi nuovi, per metterci creativamente a confronto con la complessità del mondo che viviamo, e delle trasformazioni che stiamo sperimentando.