Ricostruire la comunità

Fascicolo: febbraio 2024

Il cammino dell’umanità da sempre sperimenta la sofferenza causata da conflitti e divisioni. Molto spesso, i legami interpersonali sono messi in discussione dall’avidità, dall’orgoglio, dai tradimenti. Quali passi possono allora essere compiuti per ricostruire queste relazioni? Con quale “materiale” mettere mano a tale impresa?

Qualche indicazione ci è offerta dalle pagine bibliche in cui si parla dell’opera di ricostruzione che dovettero affrontare gli israeliti tornati dall’esilio babilonese. In particolare, nei libri di Esdra e Neemia sono narrati tre successivi ritorni degli esuli in patria, a cui sono associate tre distinte opere di ricostruzione. La prima ondata è del 538 a.C., al seguito di Zorobabele (Esdra 1-6), che investito della carica di governatore di Giuda dai persiani si prodiga per la ricostruzione del tempio. Nel 458 a.C. c’è un secondo ritorno sotto la guida di Esdra (Esdra 7-10), uno scriba profondo conoscitore della Parola di Dio, che si adopera per la ricostruzione della comunità. Infine, un terzo ritorno ha luogo nel 445 a.C. per impulso di Neemia (Neemia 1,1-7,3), che si impegna nella ricostruzione delle mura di Gerusalemme.

Una complessa ricostruzione

Neemia, coppiere del re di Persia Artaserse, conosce la triste situazione in cui versa Gerusalemme e soffre perché i superstiti della deportazione vivono in grande miseria e desolazione, mentre le mura di Gerusalemme sono devastate e le sue porte consumate dal fuoco (Neemia 1,3). Proprio perché non resta indifferente, sente crescere dentro di sé la spinta a fare qualcosa. Si reca allora dal sovrano, da cui ottiene il permesso di andare nella terra dei padri (Neemia 2,1-8) per riedificare le mura “squarciate” della città. Il suo progetto è guardato con sospetto dai governatori di Samaria e di Ammon, la regione a oriente di Giuda. Legati alla corte persiana, essi considerano tale progetto un ostacolo alle loro mire di estendere il proprio dominio nel disorganizzato territorio palestinese (Neemia 2,10.19; 3,33-35; 4,1-2; 6,1ss).

Ciò spiega perché Neemia, giunto a Gerusalemme, si muova con circospezione: di notte e in segreto fa un giro delle mura per rendersi conto del loro stato e dell’entità dei lavori da programmare (Neemia 2,11-15). Quindi cerca di coinvolgere il maggior numero di giudei nell’opera di ricostruzione della cinta muraria. Gli ostacoli non mancano (cfr Bianchi 2011, 140-151). In primo luogo, bisogna fare i conti con l’opposizione dei governatori delle regioni confinanti. Essi orchestrano una capillare campagna di disinformazione e di intimidazione basata sulla menzogna e riescono a corrompere i profeti, che sono comprati per screditare Neemia agli occhi della gente (Neemia 6,1-14). Inoltre, seminano i dubbi facendo una sprezzante ironia sull’impresa di ricostruzione (Neemia 3,33-35). In secondo luogo, vi sono le tensioni sorte all’interno della comunità giudaica. I più poveri si lamentano di trovarsi costretti a dare in pegno i loro figli e le loro figlie a quei connazionali che hanno fatto loro credito. Neemia interviene con decisione. Sollecita il condono dei debiti, facendo leva sulla solidarietà che deve vigere tra fratelli (Neemia 5,1-11).

Di fronte a questi ostacoli, c’è il rischio che il disorientamento e lo sconforto si impadroniscano degli animi (Neemia 4,4). Per questo Neemia, fin dai primi momenti, non cessa di rivolgere accorate preghiere a Dio (Neemia 1,5-11; 2,4; 3,36-37; 4,3; 5,19). Cerca luce e sostegno dall’alto, per poter trasmettere ai giudei una parola di incoraggiamento, una parola di speranza che li porti a fare memoria della mano benefica del Signore, che ha operato grandi cose in passato e continua a farlo (Neemia 2,18 e 4,8b). «Nelle sue parole la comunità sente l’eco delle parole di Mosè, quando Israele in fuga dall’Egitto si trovò circondato dalle forze della morte: gli egiziani alle spalle e il mare di fronte» (Lorenzin 2013, 147).

Neemia 1,1-4

 

1 Parole di Neemia, figlio di Acalia. Nel mese di Chisleu dell’anno ventesimo, mentre ero nella cittadella di Susa, 2Anàni, uno dei miei fratelli, e alcuni altri uomini arrivarono dalla Giudea. Li interrogai riguardo ai Giudei, i superstiti che erano scampati alla deportazione, e riguardo a Gerusalemme. 3Essi mi dissero: «I superstiti che sono scampati alla deportazione sono là, nella provincia, in grande miseria e desolazione; le mura di Gerusalemme sono devastate e le sue porte consumate dal fuoco». 4Udite queste parole, mi sedetti e piansi; feci lutto per parecchi giorni, digiunando e pregando davanti al Dio del cielo.

Neemia accompagna la parola di esortazione con alcune disposizioni concrete, necessarie perché l’opera di ricostruzione venga affrontata in maniera efficace. Responsabilizza la comunità in tutte le sue componenti e organizza i lavori in modo che ciascuno sia in possesso degli strumenti necessari per svolgere il proprio compito: tutti sono coinvolti «nella ricostruzione ma anche nella difesa della propria città. Con una mano tengono la cazzuola e con l’altra la spada. Una sentinella, poi, vigila dall’alto pronta a dare l’allarme con la tromba (4,11-12)» (ivi, 148).

Una lezione attuale

Lo stile con cui Neemia ha condotto la sua missione risulta istruttivo per chiunque voglia impegnarsi nella ricostruzione di realtà che, come le mura di Gerusalemme, sono lesionate da brecce e spaccature a prima vista insanabili.

La prima cosa che Neemia ci ricorda è la necessità di sentirsi toccati e interpellati personalmente dalle storture del proprio tempo. Come Mosè: un giorno avvertì la chiamata a condividere la compassione di Dio nei confronti del suo popolo, sottoposto al giogo della schiavitù (cfr Teani 2018, 330-333). Senza un tale appassionato coinvolgimento, avrebbe continuato a pascolare il gregge di suo suocero, rassegnato a muoversi su corti orizzonti. Anche oggi risulta determinante percepire l’appello di Dio nel cuore degli appelli dell’umanità sofferente.

L’esplorazione della città da parte di Neemia evidenzia l’importanza di condurre un’analisi onesta della realtà, senza lasciarsi trasportare da facili entusiasmi (cosciente dei rischi dell’operazione, agisce con prudenza, di notte) e senza sottostare a timori paralizzanti, mostrando anzi grande forza d’animo, nonostante i reiterati tentativi di intimidirlo (cfr Neemia 6,9.13.19). «La prima virtù necessaria per affrontare seriamente il futuro è l’onestà intellettuale. Romano Guardini la chiamava “la serietà imposta dalla verità”, una serietà che vuole sapere la posta realmente in gioco, al di là delle semplificazioni e di tutte le proposte emotive; l’onestà di chi vuole conoscere a fondo le cose. Onestà intellettuale su tutti i problemi in gioco, onestà intellettuale che deve poi divenire metodo di vita, di ricerca» (Martini 1986, 126).

L’onestà intellettuale però non basta. Deve essere accompagnata da una fiducia granitica nel bene, che prende la forma della certezza che Dio ascolta il grido dei poveri per chi crede (Neemia 1,6.11). È quanto riconosce Giuditta, rivolgendosi al Signore in un tempo di grave minaccia per Israele: Tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati (Giuditta 9,11). Né Giuditta, né Neemia si aspettano da Dio interventi spettacolari o soluzioni prodigiose. Chiedono la forza per affrontare con lucidità e tenacia la grave congiuntura in cui si trovano a vivere.

La presa di coscienza dei problemi in gioco e delle difficoltà da affrontare, unitamente alla fiducia incrollabile nel sostegno dall’alto, permettono di trasmettere ai propri contemporanei una parola di incoraggiamento e di speranza, convinta e potenzialmente convincente: «Il termine “con-vinzione” dice proprio che si tratta di una vittoria su tutti i messaggi negativi che attraversano un’esistenza: vittoria che, come suggerisce la parola “con-vinzione”, necessita del concorso di altre persone, ma vittoria anche che nessun altro può ottenere al mio posto» (Théobald 2010, 17).

Neemia è cosciente che il progetto di riedificare le mura di Gerusalemme non può rimanere generico. Sa che la fede «non si identifica con il fideismo, che, per esprimere la fiducia in Dio, vorrebbe la rinuncia ai mezzi umani che sono a nostra disposizione» (Bovati 2013, 80). Per questo prende precisi provvedimenti per organizzare i lavori in modo insieme flessibile e determinato. Emerge qui l’importanza della concretezza. Ne parlò il cardinal Martini in una meditazione tenuta nel dicembre 1984: «È la capacità di intuire ciò che va fatto adesso e qui; è la sfiducia per i discorsi astratti e inconcludenti; è il senso delle persone, dei rapporti, del momento presente. Questa riflessione ci porta a concludere che non esiste bene nel mondo se non è concreto, perché concretezza è attenzione al massimo grado di bene effettuabile, con amore, in una data situazione» (Martini 2018, 408). Molti anni dopo, al convegno Fede e cultura, tenuto a Milano nel maggio 2006, Martini, rifacendosi a Giuseppe Lazzati, si chiese: «[I cristiani] sanno uscire da un semplice entusiasmo per i valori, a una fatica nel tradurre questi valori in un contesto democratico, cercando il bene comune possibile in questo momento?» (cit. in Vergottini 2015, 71). L’impegno per promuovere i valori in un contesto democratico è autentico quando si incarna in direttive concrete. Non basta desiderare il bene; si deve capire come attuarlo. Occorre la sapienza pratica e capillare, che aiuti a individuare piste concretamente percorribili. Di fronte a problemi ardui, non ci sono soluzioni facili. Si pensi all’accoglienza dei profughi, alla piaga della tossicodipendenza, alla solitudine degli anziani, al disagio giovanile.

Un ultimo rilievo. Neemia si premura di coinvolgere gli abitanti nella difesa di Gerusalemme, dotando ciascuno dell’equipaggiamento necessario per respingere gli attacchi nemici. Questa decisione sgombra il campo da ingenue letture del reale. Da un lato, evidenzia che il buon esito di un’iniziativa non può dipendere unicamente dall’impegno di chi l’ha promossa, ma è essenziale che sia fatta propria anche da altri. Dall’altro, ricorda che anche oggi è in atto una lotta contro temibili forze, che cercano di ostacolare ogni tentativo di rinnovamento, servendosi, in particolare, dell’uso spregiudicato di messaggi ingannevoli. Come condurre tale lotta? Chi sono i veri nemici da combattere?

Il nemico da combattere

Il Salterio aiuta a elaborare una risposta. Il biblista Pietro Bovati ha mostrato che i nemici, presenti lungo tutto il libro, «sono quelli di ogni generazione e di ogni esperienza umana, i nemici che, nell’oggi, ostacolano mortalmente la via del bene. Ogni uomo fa esperienza di parole che lo distruggono, di azioni e comportamenti individuali e societari che cercano di spegnere in lui le sue forze migliori [...] spegnendo il coraggio, il desiderio di onestà, la speranza» (Bovati 2011, 231). Questi nemici, precisa poi Bovati, non vanno identificati con singole persone. In essi trovano consistenza visibile le forze del male che agiscono nella storia e si presentano nella veste di belve feroci (cfr Salmo 22,13-14.17.21-22). Anche nella Lettera agli Efesini è detto chiaramente che la lotta in atto non è contro la carne e il sangue (Efesini 6,12), cioè «non va grossolanamente intesa come una crociata contro persone o potenze umane», ma come un duro confronto, mai concluso, contro «forze malefiche» di dimensioni cosmiche, presenti e operanti nel mondo (Penna 1988, 251).

Un passo decisivo nella identificazione del nemico si compie rifacendosi all’insegnamento di Gesù. È quanto illustra lo stesso Bovati, in una pagina che merita di essere citata per esteso: «Non è – dice Gesù (Matteo 10,28) – vero nemico colui che uccide il corpo, bensì chiunque e qualunque cosa riesca a intaccare, menomare e offendere le forze spirituali dell’uomo, la sua fede, il suo coraggio, la sua benevolenza e carità. Colui che ci rende cattivi, dubbiosi, scoraggiati, che dice che tutto è inutile – questi è il vero nemico. Si richiede dunque il discernimento profetico, indispensabile per riuscire a comprendere chi, nella nostra vita concreta, sia l’avversario capace di assumere la maschera subdola del Tentatore, del Diavolo, di Satana – termini questi che la tradizione biblica ci offre per smascherare il volto del Nemico (2Corinzi 11,14)» (Bovati 2011, 233). È il Nemico per eccellenza del genere umano, omicida fin da principio... menzognero e padre della menzogna (Giovanni 8,44).

Saldi nei propri propositi

Gli spunti offerti dalle pagine bibliche a riguardo dell’opera di ricostruzione sono accomunati da uno spiccato realismo. Non c’è nessuna fuga in un irenismo disincarnato, secondo cui dissidi e conflitti troveranno comunque una loro composizione. Non si sottovalutano le forze che ostacolano i processi di riconciliazione, tanto quelle legate al contesto in cui ci si trova o agli interessi divergenti di altri soggetti coinvolti, come era il caso dei governatori di Samaria e di Ammon ai tempi di Neemia, quanto quelle che seminano il dubbio nel cuore di chi si impegna per costruire un’alternativa, come evocato dall’immagine del nemico interiore. Ma vi è un altro aspetto che è evidenziato: un sano e concreto realismo non è sufficiente da solo se non è accompagnato da una profonda motivazione, che scaturisce dal non restare indifferenti di fronte ai soprusi di ogni tipo di cui si è testimoni e che trova nella fede – o, per chi non è credente, nel senso di giustizia – quella necessaria risorsa per non lasciarsi abbattere e scivolare nella rassegnazione. Nel testo di Efesini 6,14-17, la fede è paragonata allo scudo di grandi dimensioni che copre l’intera persona, un’arma di difesa insostituibile, che permette di resistere (vv. 11.13) e di restare saldi (v. 13) nel combattimento. La fede viene presentata come riparo sicuro contro gli assalti delle forze del male (Romanello 2003, 225). Per questo è indispensabile restare tenacemente attaccati alla fede, che «deve essere nutrita costantemente dalla Parola» (Martini 1981, 25), perché la Parola letta, meditata, assimilata, si rivela un’arma decisiva per confutare, correggere e educare alla giustizia (cfr 2Timoteo 3,16). «La sua efficacia si manifesta non in astratto, ma nel suscitare, interpretare, purificare, salvare la vicenda storica della libertà umana. La Parola incontra e incrocia le aspirazioni dell’uomo, i suoi problemi, i suoi peccati, le sue nostalgie di salvezza, le sue realizzazioni nel campo personale e sociale» (Martini 1988, 98).

 

Risorse

Bianchi F. (ed.) (2011), Esdra e Neemia, San Paolo, Cinisello Balsamo.
Bovati P. (2013), I giorni di Dio, Vita e Pensiero, Milano.
(2011), «Affrontando il nemico: violenza, giustizia e preghiera nei salmi», in Angelini M.I. – Vignolo R. (edd.), Un libro nelle viscere. I salmi, via della vita, Vita e Pensiero, Milano, 217-234.
Lorenzin T. (2013), 1-2 Cronache, Esdra, Neemia, Messaggero, Padova.
Martini C.M. (2018), La Scuola della Parola, Bompiani, Milano.
(1988), Interiorità e futuro, Dehoniane, Bologna.
(1986), Per una santità di popolo, Dehoniane, Bologna.
(1981), In principio la Parola, Centro Ambrosiano, Milano.
Penna R. (1988), Lettera agli Efesini, Dehoniane, Bologna.
Romanello S. (2003), Lettera agli Efesini, Paoline, Milano.
Teani M. (2018), «Senza via di uscita?», in Aggiornamenti Sociali, 4, 330-333.
Théobald C. (2010), Trasmettere un vangelo di libertà, Dehoniane, Bologna.
Vergottini M. (ed.) (2015), Martini e noi, Piemme, Milano.

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