ArticoloScenari globali

Perché ci sono guerre per cui non piangiamo?

La fine della guerra fredda aveva fatto nascere la speranza che la guerra, il riarmo o i conflitti geopolitici lasciassero il posto a un «dividendo della pace». In effetti, tra il 1992 e il 2005 i conflitti violenti sono diminuiti del 40% a livello mondiale1. Le crescenti tensioni geopolitiche tra gli attori occidentali in crisi e quelli di un Sud del mondo emergente, l’impatto sociale e globale della pandemia di COVID-19, insieme ad altri fattori quali il crescente malcontento sociale e l’ascesa ai principali centri di potere di leader istrionici e destabilizzanti, come Donald Trump negli Stati Uniti, hanno ribaltato questa aspettativa.

Dividendo della pace

L’espressione “dividendo della pace” fu resa popolare dal presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush dopo il crollo del muro di Berlino (1989) e lo scioglimento del Patto di Varsavia (1991). Indicava i benefici economici e sociali derivanti da una riduzione della spesa per la difesa.

Guerre che nessuno vede in un mondo in guerra

I numeri parlano da soli: nel 2024 sono stati registrati 61 conflitti armati in 36 Paesi, la cifra più alta dalla Seconda guerra mondiale. Questa realtà illustra un mondo non solo più violento, ma anche più frammentato e instabile2. Come sottolineano gli esperti, i conflitti armati degli ultimi tre decenni sono scenari complessi: predomina l’interazione tra attori di ogni tipo (statali e non statali) e, sebbene molti siano di natura interna, le dinamiche che alimentano la violenza hanno una componente profondamente transnazionale, il che rende estremamente complesso comprenderla e risolverla.

Ma non tutti i conflitti armati generano uguale preoccupazione, né attirano la stessa attenzione di media e istituzioni. Ogni anno il Consiglio norvegese per i rifugiati (Norwegian Refugee Council, NRC) pubblica un rapporto volto a richiamare l’attenzione su quelle situazioni che, nonostante la loro gravità, rimangono sistematicamente escluse dall’attenzione internazionale. Come le precedenti, l’edizione 20243 classifica le dieci crisi dei profughi più dimenticate del pianeta (Tab. 1), tenendo conto di tre dimensioni: la mancanza di volontà politica internazionale, una copertura mediatica scarsa o inesistente e significative carenze nella mobilitazione di risorse per soddisfare i bisogni umanitari.

La metodologia utilizzata dal NRC è particolarmente utile per misurare il grado di oblio di queste crisi, combinando tre indicatori per generare una classifica aggregata: livello di impegno politico internazionale, misurato dalla presenza di inviati speciali, risoluzioni internazionali, messaggi diplomatici o iniziative multilaterali; copertura mediatica, valutata tramite sistemi di monitoraggio digitale che mettono a confronto il numero di menzioni di ciascuna crisi con il numero di sfollati; livello di finanziamenti umanitari effettivamente mobilitati in relazione ai piani di risposta definiti dalle agenzie umanitarie. Questo sistema di indicatori consente di individuare l’esistenza di conflitti assai complessi, talvolta molto prolungati nel tempo e di grande letalità, che colpiscono principalmente la popolazione civile e in particolare le ragazze e le donne, e non ricevono praticamente alcuna attenzione a livello internazionale.

Un elemento centrale che sottolinea la natura strutturale dell’oblio è lo spaventoso deficit di finanziamenti umanitari: oltre 25 miliardi di dollari separano i bisogni individuati dai piani di risposta umanitaria dai contributi effettivi dei donatori, che equivalgono – sottolinea il NRC – all’importo «che il mondo spende per la difesa ogni tre o quattro giorni». Il deficit finanziario è accompagnato da un’assenza quasi totale di copertura mediatica. Secondo l’analisi del NRC, diversi casi (come Camerun, Mali, Uganda, Iran o Mozambico) registrano un punteggio pari a 0 su 30 in termini di copertura mediatica complessiva. Questa invisibilità informativa rafforza una gerarchia implicita della sofferenza: le crisi che non compaiono nei titoli dei giornali internazionali non mobilitano né risorse né decisioni politiche, e la mancanza di copertura mediatica funge da catalizzatore dell’indifferenza istituzionale. A titolo di confronto, la crisi in Ucraina ha generato quasi mezzo milione di menzioni nei media internazionali nel corso di un anno, mentre il Camerun, primo nella lista delle crisi dimenticate nel 2024, non ha superato le 30mila.

Questo contrasto è centrale nella tesi avanzata dal NRC: l’oblio non è un incidente inevitabile né una conseguenza naturale della complessità globale, ma una scelta politica. L’esempio dell’Ucraina dimostra che, quando c’è la volontà, è possibile articolare risposte rapide, aumentare i finanziamenti e generare un’intensa copertura mediatica. Ciò non significa delegittimare l’attenzione riservata a questa crisi, ma chiedersi perché dinamiche umanitarie altrettanto gravi, ma situate al di fuori delle aree di interesse geostrategico occidentale, non ricevano lo stesso trattamento.

 

Vite degne di lutto e vite sacrificabili

Al di là delle motivazioni geopolitiche o strategiche di queste differenze abissali, che spiegano in parte perché alcune crisi ricevano un’attenzione intensa mentre altre vengano relegate alla periferia del dibattito pubblico, occorre porre una domanda radicalmente etica: alcune vite valgono più di altre?

«Se una vita è considerata priva di valore, se una vita può essere distrutta o fatta scomparire senza lasciare traccia né conseguenze apparenti, ciò significa che quella vita non era considerata come pienamente viva e, quindi, e degna di lutto».

Butler J., Sin miedo. Formas de resistencia a la violencia de hoy, p. 41

A una lettura cruda ma inevitabile dei dati, la risposta sembra essere affermativa: non tutte le morti ci commuovono, non tutte le vite ci parlano, non tutte le vittime suscitano lutto. Per la filosofa statunitense Judith Butler (n. 1956), il diritto a una vita vivibile è universale solo in teoria. In pratica, la “lamentabilità” (ovvero il riconoscimento sociale che una vita perduta è una perdita per tutti) è attraversata da assi di disuguaglianza quali la razza, il genere o la classe sociale4. Una vita viene pienamente riconosciuta solo quando soddisfa determinati standard impliciti di valore e appartenenza. Pertanto, di fronte a un conflitto come quello in Ucraina, l’Europa ha reagito con una campagna di solidarietà immediata, persino storica, mentre in altri conflitti, altrettanto letali o più protratti, come quelli in Sudan, nella Repubblica Democratica del Congo o in Siria, la risposta è stata molto più tiepida, se non addirittura inesistente. Non è che qualcuno lo abbia proclamato esplicitamente, ma i fatti lo indicano con brutale chiarezza: le vite ucraine sono state ritenute più importanti, più vicine, più degne di accoglienza, più degne di lutto.

Questo pregiudizio morale e politico non è nuovo, ma oggi assume forme particolarmente crude e dolorose. Gli ucraini sono stati considerati rifugiati legittimi; i siriani, i sudanesi o i congolesi, spesso solo migranti sospetti o dati statistici. La “lamentabilità” non è una categoria naturale, ma una costruzione sociale e politica che funge da meccanismo di inclusione o esclusione simbolica. Quanto più un corpo è distante, razzializzato o emarginato, tanto meno viene riconosciuto degno di lutto.

L’idea che il filosofo e storico camerunense Achille Mbembe (n. 1957) propone con il concetto di «necropolitica» integra e radicalizza questa diagnosi. Mbembe descrive un mondo in cui la sovranità non è più definita esclusivamente dalla capacità di decidere sulla vita, ma da quella di lasciar morire5. Stati e poteri globali esercitano un potere necropolitico che seleziona chi può vivere con dignità, chi può sopravvivere e chi è semplicemente sacrificabile. Per Mbembe, nella storia le vite degli africani sono state sottoposte a questa logica: vite che possono essere cancellate senza scandalo, perché non occupano un posto centrale nell’immaginario globale.

In questo quadro di riflessione, è particolarmente pertinente recuperare una terza voce: quella di papa Francesco, quando denuncia quella che ha definito «la globalizzazione dell’indifferenza». Nella sua celebre omelia a Lampedusa, nel luglio 2013, Francesco parla di corpi reali annegati nel Mediterraneo, di vite che cercavano speranza e hanno trovato solo silenzio e morte. Parla di società che hanno perso la capacità di piangere, che hanno anestetizzato la propria coscienza di fronte alla sofferenza degli altri: una cultura in cui tutti sono responsabili, ma nessuno si sente tale. Proprio come Butler sottolinea che sono le norme sociali a determinare chi può essere una vittima, Francesco denuncia che il benessere ci ha resi insensibili. Il Mediterraneo, al pari dei territori dilaniati dalla guerra o dei campi profughi dimenticati, è oggi una metafora di questa indifferenza globale: uno spazio in cui diventa tangibile la distanza tra ciò che potremmo essere come comunità umana e ciò che siamo realmente.

Ciò che accomuna questi tre autori è la denuncia di un sistema che produce morti invisibili, lutti impossibili e responsabilità eluse e diluite. Il linguaggio cambia (filosofico, postcoloniale, teologico), ma la tesi è condivisa: il modo in cui guardiamo (o non guardiamo) alla morte dell’altro rivela il tipo di mondo che stiamo costruendo.

 

Possiamo parlare di “guerre paria”?

Nell’ordine globale contemporaneo, la morte non ha lo stesso peso per tutti. Questo fallimento etico si traduce in una geografia morale della sofferenza: alcuni contesti sono in grado di suscitare empatia e mobilitazione, altri si trasformano in silenzi sedimentati. In questo orizzonte prende forma la nozione di “guerra paria” per descrivere quei conflitti armati che, nonostante la loro gravità, durata o impatto umanitario, vengono sistematicamente ignorati, sminuiti o resi invisibili dai principali attori del sistema internazionale. Il concetto rimanda alla parola paria nel suo senso più crudo: escluso e relegato al di fuori della sfera di ciò che è visibile, degno di lutto e meritevole di una risposta.

Le guerre paria non sono tali perché meno violente, meno letali o marginali rispetto alle dinamiche del capitalismo globale (si pensi all’importanza dell’uso dei minerali provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo per le catene di produzione tecnologiche internazionali), ma perché non rientrano nelle logiche globali di definizione delle priorità. Spesso presentano alcune caratteristiche che qui elenchiamo.

a) Scarsa visibilità internazionale. A causa della “stanchezza mediatica” (un conflitto troppo vecchio, troppo complesso o troppo lontano), della mancanza di immagini d’impatto o del disinteresse delle agenzie di stampa occidentali, molte di queste guerre scompaiono dall’immaginario collettivo anche se persistono nel tempo con effetti molto pesanti sulla popolazione civile, oppure, quando riaffiorano, lo fanno in modo brusco, decontestualizzato e semplificato.

b) Assenza di volontà politica internazionale. Nonostante gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, la comunità internazionale rimane paralizzata, comodamente rintanata nell’inazione. Spesso non vi sono nemmeno tentativi di mediazione, pressioni diplomatiche significative o una presenza efficace nei processi di pace.

c) Stigmatizzazione del conflitto o dei suoi protagonisti. Molti di questi scenari rimangono intrappolati in narrazioni riduzionistiche e razziste, che li descrivono come conflitti tribali, irrazionali o endemici, riproducendo stereotipi che ne perpetuano l’isolamento e legittimano l’inazione. Spesso anche le voci locali, le loro iniziative di pace o le loro esperienze di resilienza vengono rese invisibili o sminuite.

d) Scarso accesso alle risorse. Le guerre paria ricevono una quota molto minore di aiuti umanitari, finanziamenti per programmi di ricostruzione o stabilizzazione e sostegno tecnico o politico. Il cronico sottofinanziamento dei piani di risposta umanitaria, dimostrato dal NRC, è il sintomo più evidente di questo abbandono strutturale. Ma lo sono anche l’uso improprio delle risorse o le soluzioni che contribuiscono a peggiorare le circostanze.

«La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto».

Papa Francesco, Omelia a Lampedusa, 8 luglio 2013

Parlare di guerre paria è, quindi, più di una semplice descrizione: è un’accusa morale e politica. Significa mettere in discussione il modo in cui il sistema internazionale decide che cosa merita attenzione e che cosa può essere relegato al silenzio. È una critica diretta alla gerarchizzazione mediatica, diplomatica e morale della sofferenza. Questa critica non mira a banalizzare i conflitti che attualmente ricevono attenzione, come quelli in Ucraina o a Gaza, ma piuttosto a mettere in luce la disparità di pesi e misure che regolano la risposta globale.

 

Verso una nuova grammatica etica per le guerre paria

Per Butler, la resistenza passa dal ripensare le condizioni del riconoscimento: denunciare le logiche sociali che determinano quali vite contano, quali possono essere narrate e quali sono degne di lutto. Per Mbembe, la trasformazione richiede una riformulazione radicale della comunità politica, ponendo fine alla necropolitica e restituendo la dignità umana a coloro a cui è stata negata. Per Francesco, la conversione morale si manifesta in una liturgia di penitenza collettiva, un invito a uscire dall’anestesia spirituale e sociale causata da una cultura del consumismo sfrenato e a recuperare il legame con l’altro, specialmente con chi soffre.

Da questi tre linguaggi (filosofico, postcoloniale e teologico) emerge un’unica urgenza: la necessità di una nuova grammatica etica sui conflitti armati, che rompa con la gerarchizzazione dei dolori e delle sofferenze, metta in discussione la selezione mediatica e politica delle guerre che contano, e ristabilisca l’esigenza di vedere, ascoltare e piangere laddove il sistema globale offre solo silenzio, emarginazione e oblio. Questa nuova grammatica può essere sostenuta da tre proposte concrete: una nuova agenda delle priorità globali, un impegno sociale ed etico da parte dei vari attori e un appello a un’educazione più sensibile e decentrata.

La prima proposta, una nuova agenda globale delle priorità, può sembrare un’utopia in un contesto di militarizzazione e riarmo, in cui agli Stati membri della NATO viene chiesto di aumentare la spesa per la difesa al 5% del PIL. Tuttavia, chiedere agli Stati più potenti di cambiare le loro priorità globali, ponendo al centro la sicurezza umana, non è solo un imperativo etico, ma anche una condizione per la sopravvivenza e il futuro del pianeta.

In secondo luogo, è necessario un impegno sociale ed etico da parte degli Stati, dei media, delle ONG e della società civile nel suo complesso per rendere visibile ciò che attualmente rimane invisibile. In questo senso, il NRC chiede un cambiamento strutturale nell’allocazione delle risorse, stabilendo un modello basato sull’entità dei reali bisogni umanitari e non sulla risonanza mediatica o sulla redditività strategica delle crisi. Ciò richiede anche un rinnovato impegno da parte del giornalismo globale nel dare voce alle situazioni dimenticate, nonché una responsabilità collettiva da parte degli attori internazionali, in particolare dei Governi donatori, nell’attuare il principio di umanità nelle loro politiche estere.

Infine, questa nuova grammatica etica richiede un’educazione che non si focalizzi solo su ciò che ci è vicino, identificabile o facilmente rappresentabile, ma abbracci ogni forma di sofferenza umana, a prescindere dalla geografia, dalla razza, dalla religione o dalla narrazione. Ugualmente serve promuovere una solidarietà che non attenda l’identificazione per mobilitarsi, ma parta piuttosto dalla convinzione che ogni vita umana è degna di lutto, ogni morte ingiusta è uno scandalo e ogni conflitto ignorato è una sfida morale. Si tratta di denunciare la globalizzazione dell’indifferenza, ma anche di costruirne il contrappunto: una globalizzazione della responsabilità, della memoria e della cura.

 

  1. *Traduzione e riduzione dall’originale catalano «¿Per què hi ha guerres que no plorem?», in Qüestions de vida cristiana, n. 282 (agosto 2025) 43-57 a cura di Paolo Foglizzo.

    Cfr Mack A., Global Political Violence: Explaining the Post-Cold War Decline, International Peace Academy, New York 2007.

  2. * Cfr Davies S. et al., «Organized violence 1989–2024, and the challenges of identifying civilian victims», in Journal of Peace Research, 4 (2025) 1223-1240.

  3. * Norwegian Refugee Council, The world’s most neglected displacement crises, 3 giugno 2025. L’edizione 2025 è stata pubblicata il 4 giugno 2026.

  4. * Butler J., Sin miedo. Formas de resistencia a la violencia de hoy, Taurus, Madrid 2020.

  5. * Cfr Mbembe A., Necropolitica, Ombre corte, Verona 2016.

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