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Narcisi

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Il mare di foto navigabile sui social media, con milioni di selfie, anche dei rappresentanti delle istituzioni; un uomo e una donna – entrambi single – che sposano se stessi; le improvvise esplosioni di rabbia incontrollata. Sono alcuni esempi di fenomeni sociali esaminati da esperti di varie discipline in termini di narcisismo, quell’amore di sé proprio dell’essere umano, che, andando oltre il puro istinto di conservazione animale, contribuisce a costruire un’immagine pubblica della persona, portatrice di valori e significati. Un atteggiamento di fondo spontaneo e necessario, ma sempre più spesso fuori controllo quando la confusione fra il vero sé e la sua immagine – continuamente ricercata e al tempo stesso irraggiungibile – altera la percezione della realtà al punto da tentare di sopprimerla in qualche modo.

Si è stimato che negli Stati Uniti i disturbi narcisistici di personalità siano raddoppiati tra il 1982 e il 2002, passando dal 15 al 30% dell’intera popolazione, e che in Europa siano una delle principali patologie psichiche dopo la depressione, la bulimia e l’anoressia. Ma il narcisismo non è solo alla radice dei casi clinici con le loro manifestazioni eclatanti, è anche il terreno su cui può fiorire un modo di percepire gli altri e il mondo ritenuto normale e corretto, mentre invece nasconde in sé e alimenta malessere e ingiustizia (cfr Cesareo V. – Vaccarini I., L’era del narcisismo, FrancoAngeli, Milano 2012). Bisogna, allora, saper scrutare i segni dei tempi.

Il tempio ridotto a palcoscenico

Com’è noto, il termine narcisismo viene dal mito di Narciso, il bellissimo giovinetto tanto affascinato dalla propria immagine riflessa nell’acqua, da morire per il dolore di non poterla possedere fisicamente. La versione più famosa del racconto si deve al poeta latino Ovidio, che nelle Metamorfosi pone la vita di Narciso sotto la profezia del veggente cieco Tiresia: la vita del bambino meraviglioso sarà lunga solo se non arriverà mai a vedere/conoscere se stesso. Parole tinte di maledizione perché il giovane non si concede a nessuno, rifiuta perfino le avances amorose della ninfa Eco, e per la mentalità greco-romana ferire l’amore dell’altro è fonte di colpa.

Gesù era nato da poco quando Ovidio scriveva le sue opere, ma crescendo poté constatare quanto il narcisismo colpiva anche gli uomini pii e non solo gli innamorati. Nel contesto culturale giudaico, infatti, manifestare una profonda pietà religiosa procurava onore e riconoscimento sociale, come la stretta osservanza della legge in tutti i suoi precetti praticata dai farisei, gruppo il cui appellativo significa, appunto, “separati, distinti”. Inoltre gli scribi – esperti nella Scrittura – e i sacerdoti riuniti nel Sinedrio amministravano la giustizia secondo la legge di Mosè e quindi il potere religioso esercitato dagli osservanti rigorosi era strettamente connesso anche a quello politico-amministrativo, conferendo loro autorità e prestigio. Le principali espressioni della religiosità – digiuno, elemosina e preghiera – erano strumentalizzate per sostenere l’immagine corrispondente a questo status sociale, atteggiamento ipocrita biasimato dal Vangelo (cfr Matteo 6,1-18).

Gesù, infatti, non si era formato in quegli ambienti e non era di stirpe sacerdotale. Aveva, invece, fatto parte del gruppo riunitosi attorno a Giovanni detto il Battista, suo parente, un asceta austero ritiratosi nel deserto, un profeta vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, che si cibava di locuste e miele selvatico (Marco 1,6), censore coraggioso dei costumi del suo tempo, sia quelli moralmente illeciti, come nel caso del re Erode, sia quelli falsamente religiosi, come nel caso di scribi e farisei. Pertanto era cresciuto in un ambiente marginale e certamente alieno da ogni indulgenza narcisistica (cfr cMeier J.P.c, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, Queriniana, Brescia 2002, vol. II, 26-281).

In un secondo momento – probabilmente in seguito all’arresto di Giovanni – Gesù assume in prima persona la missione, distinguendo la sua predicazione da quella del Battista, ma conservandone la tensione escatologica: l’avvento del Regno di Dio è imminente e lui è venuto a inaugurarlo. In vista della fine ormai prossima, risulta ancor più evidente la sterilità di certi comportamenti e stili di vita. Dato questo background religioso e culturale, possiamo immaginare l’impressione e la reazione di Gesù quando, recatosi al tempio per pregare e predicare, osserva che cosa accade a Gerusalemme, nel cuore e simbolo di tutta la religiosità giudaica del tempo.


Marco 12,38 - 13,2

38 Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39 avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti.
40 Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». 41 E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. E tanti ricchi ne gettavano molte. 42 Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un soldo. 43 Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44 Tutti, infatti, hanno gettato parte del loro superfluo. Lei, invece, nella sua povertà, tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 13,1 Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!».
2 Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra, che non venga distrutta».


Ai suoi occhi l’ostentazione degli scribi è segno di insincerità: all’immagine prestigiosa non corrisponde il vero culto da rendere a Dio, basato sulla pratica esteriore della giustizia e l’ascolto interiore nella preghiera. Gesù non si è mai fermato alle apparenze, né ha dato peso all’esteriorità come criterio di giudizio, ma ha sempre vagliato le reali intenzioni di quanti incontrava e agito di conseguenza. Ai suoi discepoli insegna a non cercare sicurezza in un’immagine religiosa che comunichi potere e prestigio, dietro cui si nasconde il bisogno di essere ammirati per sentirsi a posto, giusti nell’opinione altrui, ma non nella realtà. È una forma di corruzione da cui la Chiesa per prima deve liberarsi, definita “mondanità spirituale” dal teologo Henri De Lubac, espressione ripresa da papa Francesco per indicare il «paganesimo in vesti ecclesiastiche», di cui una manifestazione è «l’atmosfera di trionfalismo […] brodo di coltura ideale per gli atteggiamenti corrotti» (cfr Bergoglio J.M., Guarire dalla corruzione, EMI, Bologna 2013, 13).

A fare da contraltare a questa finzione è la vedova, una donna povera, marginale e del tutto inconsapevole di essere riconosciuta e ammirata per il suo gesto esemplare di profonda fede, immortalato dallo sguardo e dalle parole di Gesù. Per giunta si tratta di una delle vittime di quell’atteggiamento falsamente religioso: gli scribi, infatti, mantengono il loro status sociale divorando le case di persone come lei, alimentando a proprio vantaggio un sistema oppressivo e ingiusto ammantato di pietà religiosa, ma in realtà spietato.

La legge del narciso

Il narcisismo, infatti, è all’origine di tre “nemici della compassione”: la paura, l’invidia e la vergogna. La «tendenza a formare gerarchie fa chiaramente parte del nostro retaggio evolutivo, ma il narcisismo, il desiderio di onnipotenza e l’antroponegazione fanno sì che la gerarchia assuma una forma tale da minacciare la vita di qualsiasi società minimamente equa. Uno strumento chiave della subordinazione è il disgusto: le persone che hanno potere imputano proprietà animali che tipicamente ispirano disgusto (l’essere sudaticci, […], maleodoranti, venire associati allo sporco […] o agli escrementi) ad altri gruppi di persone […] e poi usano quel presunto disgusto come ragione per evitare contatti con tali persone. […] Il “disgusto proiettivo” scaturisce dalle stesse angosce che ispirano il narcisismo infantile.

Quando, crescendo, il disgusto si esprime e cristallizza in quelle tre emozioni, viene meno la capacità di immedesimarsi nella situazione degli altri, in particolare quelli su cui si proietta la propria ombra, costituita dagli aspetti inaccettabili di sé, perché incompatibili con l’immagine grandiosa propria del narcisista. Infine, se diventano “emozioni politiche”, cioè modo abituale di sentire e valutare da parte di molti, viene meno socialmente quell’empatia a cui corrisponde l’equità, lo strutturarsi in modo da farsi carico delle necessità di tutti, in particolare dei più fragili. In questo senso «il diritto è cruciale. Leggi e istituzioni ci proteggono dai danni delle cattive passioni civili, e spesso la legge precede e guida la formazione di sentimenti di giustizia» (Nussbaum M.C., Emozioni politiche. Perché l’amore conta per la giustizia, il Mulino, Bologna 2014, 223-452).

Proprio in previsione di un uso distorto del potere, narcisistico, il Deuteronomio aveva normato – in una sorta di carta costituzionale – tutti i principali organismi istituzionali di Israele: i giudici, il re, i sacerdoti e perfino i profeti, carismatici per definizione e quindi eccedenti i limiti dell’istituzione. Per ogni categoria vengono definiti gli ambiti di competenza, i modi dell’esercizio del potere attribuitole e i criteri di valutazione del suo operato (cfr Deuteronomio 16,18 - 18,22). In particolare al re è fatto obbligo di tenere con sé una copia della legge e leggerla tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere il Signore, suo Dio, e a osservare tutte le parole di questa legge e di questi statuti, affinché il suo cuore non si insuperbisca verso i suoi fratelli ed egli non si allontani da questi comandi, né a destra né a sinistra, e prolunghi così i giorni del suo regno, lui e i suoi figli, in mezzo a Israele (Deuteronomio 17,19-20).

Si tratta di una visione utopica, mai concretamente realizzata, elaborata a più riprese dal VII al V sec. a.C. negli ambienti degli scribi riuniti nella cosiddetta scuola deuteronomistica. La subordinazione alla legge di ogni autorità pubblica in Israele è fondata ideologicamente sulla sua provenienza: non dal re, come per gli altri popoli, ma da Dio per mezzo di Mosè appena dopo l’uscita dall’Egitto, casa di schiavitù (cfr Esodo 20,1-17). Si tratta quindi di un corpus giuridico formalmente immutabile dagli uomini, tutti egualmente soggetti a esso, fondamento e garanzia della loro libertà. In realtà gli scribi, pur non potendo distinguere come noi oggi fra principi costituzionali fissi e norme giuridiche mutevoli, trovarono il modo di adattare le leggi alle diverse circostanze storiche (cfr Levinson B.M., Fino alla quarta generazione. Revisione di leggi e rinnovamento religioso nell’Israele antico, San Paolo, Milano 2012).

Così, oltre alla Torah scritta, le interpretazioni legali avevano formato una tradizione orale e proprio su questo piano nasce il conflitto fra le autorità religiose dell’epoca e Gesù, che non abolisce la legge, ma le dà compimento, la giusta attuazione (cfr Matteo 5,17). Alcune applicazioni pratiche, infatti, tradiscono la giustizia dei principi e la finalità della legge, nonostante l’apparenza pia e legale, ad esempio permettendo di trasformare in offerta sacra le risorse che i figli dovrebbero destinare al sostegno dei genitori per onorarli come sancito dal Decalogo. In tal modo, gli scribi e i farisei avvantaggiano il tempio di Dio, l’istituzione di cui sono esponenti e gestori, a danno del popolo di Dio.

Marco 7,9-13

9 Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione.
10 Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e: Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte.
11
Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, 12 non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre.
13 Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte.

È un altro esempio di come l’amor proprio fuori controllo spinge a ignorare la situazione dell’altro: il narcisista non riesce a stabilire una vera relazione col mondo, lo percepisce come uno specchio della sua immagine proiettata ovunque e lo giudica solo in relazione al proprio benessere o malessere. Pertanto, se “l’io minimo” del narcisista – come lo definiscono molti psicologi – detta legge, le impedisce di essere regola del buon vivere insieme, producendo un impoverimento sociale generalizzato e concentrando le migliori risorse nelle mani di chi – come lui – non sa gestirle realmente a vantaggio di tutti. Ciò comporta una “decomposizione della politica” perché, venuto meno il «confine fra “dentro” e “fuori”, fra desiderio e realtà», le leve necessarie a trasformarla davvero – potere, identità, tempo, ragione, conflitto – diventano inefficaci e «non resta altro da fare che lavorare sulle rappresentazioni, ossia raccontarsi e raccontare» (cfr Orsina G., La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, Marsilio, Venezia 2018, 45-85).

Così, dalle relazioni interpersonali, come quella fra gli scribi e i poveri, gli effetti negativi di un esercizio narcisistico del potere si ripercuotono sulle istituzioni e le rendono più fragili: nonostante la sua grandiosa bellezza, del tempio di Gerusalemme non sarà lasciata pietra su pietra, che non venga distrutta. La profezia di Gesù si avvera nel 70 d.C., quando le truppe romane di Tito devastano la città, una catastrofe evitabile se il profeta fosse stato ascoltato. Ma sarebbe bastato far tesoro della saggezza millenaria di Mosè, il legislatore grande, ma umile (cfr Numeri 12), o di quella del mito di Narciso, vittima di se stesso.

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