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La verità ti fa male, lo so

Com’è finita la COP30 di Belém

Immagine: UNClimateChange

“Sarà la COP della verità” aveva promesso il presidente brasiliano Lula all’inizio dei negoziati. Al termine della Conferenza, la verità che è emersa è che siamo in uno scenario internazionale frammentato e contrapposto, più vicino alla guerra fredda che alle condizioni che, solo dieci anni fa, hanno permesso di raggiungere l’Accordo di Parigi. Ma la verità è anche che il multilateralismo del clima, sottoposto a uno stress senza precedenti (come il boicottaggio da parte degli Stati Uniti, che per la prima volta hanno disertato la Conferenza) riesce comunque a sopravvivere e a raggiungere alcuni risultati tecnici che permettono di portare avanti l’azione climatica.

Vediamone alcuni.

In primo luogo, l’adattamento, indicato da subito come uno dei temi chiave di questa Conferenza. Il Global Goal on Adaptation (GGA), approvato a Belém, ha aumentato la finanza per l’adattamento, con l’obiettivo di triplicare la dotazione entro il 2030. È stato ratificato il consenso su 50 indicatori, cioè parametri per definire le esigenze di adattamento dei territori ai cambiamenti climatici, che cambiano molto a seconda della geografia. Può così iniziare il percorso per allineare il GGA ai Piani nazionali di adattamento. È molto positivo che il GGA includa una dimensione sociale e di giustizia, dando particolare rilievo alle fasce vulnerabili: bambini, migranti, indigeni, disabili, afrodiscendenti.

Anche l’adozione del Meccanismo per una transizione giusta all’interno del Just transition work programme è stato accolto come una vittoria della società civile: scopo del dispositivo è aumentare la cooperazione internazionale, garantire l’accesso all’energia pulita e assicurare l’inclusione delle popolazioni nei processi di transizione energetica. Un altro obiettivo difeso e ottenuto dalla società civile è il Gender action plan, che intende affrontare il modo in cui i cambiamenti climatici peggiorano la condizione sociale di donne e bambine. Includere azioni per la parità di genere nelle politiche climatiche è frutto dell’approccio intersezionale che evidenzia il collegamento tra diverse forme di vulnerabilità.

Si registra invece molta delusione sul versante della mitigazione. Il documento finale non menziona nemmeno l’elefante nella stanza, i combustibili fossili, a differenza della COP28 di Dubai, dove fu adottata la formula moderata “transitioning away from fossil fuels”. Sebbene la presidenza brasiliana e una coalizione di Stati spingessero per l’adozione di una roadmap per l’uscita ordinata dai combustibili fossili, il consenso è mancato e anche il Mitigation work programme resta un documento che parla di mitigare il cambiamento climatico senza dire quale sia la sua causa. È come fare un convegno mondiale sulla prevenzione del cancro, senza menzionare alcol e tabacco.

Concludiamo con due osservazioni, sulla società civile e sull’Unione Europea.

Dopo tre anni di COP in Stati autoritari, il Brasile ha aperto la Conferenza ai movimenti indigeni e popolari, che hanno dato vita a un vertice parallelo, la Cupula dos povos. Ma, come denuncia Climate Action Network, durante gli ultimi giorni della Conferenza, la presidenza non ha fornito aggiornamenti, negando così alla stampa e alla società civile la possibilità di monitorare i negoziati. Perché la partecipazione della società sia reale e non scenografica, sono necessari processi più trasparenti.

L’Unione Europea ha perso l’occasione di esercitare un ruolo di leadership. Bloccando ripetutamente i negoziati sulla finanza climatica per ottenere una dichiarazione sull’abbandono delle fonti fossili, ha giocato un gioco rischioso e inutile, minando la propria credibilità. Le divisioni interne sono evidenti. Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna hanno sottoscritto l’ambiziosa Dichiarazione per l'abbandono dei combustibili fossili presentata dalla Colombia; Italia e Polonia non hanno sostenuto neanche la già citata roadmap. Il clima da guerra fredda, che abbia evocato sopra, attraversa anche l’Unione Europea. Il migliore servizio che forse l’Unione può fare, in questo momento, al clima globale, è prendersi cura di sé stessa, cioè ricostruire coesione, dialogo e credibilità.

24 novembre 2025
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