La luce della speranza

Fascicolo: maggio 2025

Nelle principali feste ebraiche si celebra l’agire liberatore di Dio, che si è fatto compagno di viaggio del suo popolo, aiutandolo ad attraversare le oscurità e i pericoli con cui ha dovuto di volta in volta misurarsi. Questo messaggio di speranza, che risuona con particolare forza nelle grandi feste legate alla memoria dell’esodo e del cammino nel deserto (Pasqua, Capanne e Pentecoste), si ritrova anche nella festa della Dedicazione, meno conosciuta delle precedenti, ma non meno significativa.

 

La festa delle luci

In tutte le culture i giorni del solstizio d’inverno sono caratterizzati da feste e celebrazioni, perché coincidono con quel particolare periodo dell’anno in cui le giornate cominciano ad allungarsi e si inizia a intravvedere, con l’avanzare della luce, il rifiorire della vita. Famosa è la festa del Sol invictus, di origine orientale, che veniva celebrata a Roma il 25 dicembre. In quello stesso giorno del 167 a.C. il re ellenistico Antioco IV, il cui regno comprendeva la regione siro-palestinese, profanò il Tempio di Gerusalemme, introducendovi un altare e un culto pagani. Esattamente tre anni dopo, Giuda Maccabeo, avendo riportato alcune vittorie contro l’esercito di Antioco IV, poté promuovere la purificazione e la riconsacrazione del Tempio. Per fare memoria di questo evento instaurò la festa della Dedicazione, in ebraico Chanukkah (1Maccabei 4,36-59; 2Maccabei 10,1-8; Martin-Achard 1994, 101-115; Petuchowski 19952, 113-127).

Questa festa veniva celebrata per otto giorni in un clima di gioia e allegria. Si partecipava a una processione, portando tirsi, rami verdi e palme e cantando i Salmi dal 113 al 118, la raccolta detta Hallel, perché caratterizzata dalla lode del Signore. Il rito caratteristico era quello delle luci, come lascia intendere lo storico ebreo del I secolo d.C. Flavio Giuseppe, che definisce Chanukkah la Festa delle luci (de Vaux 19773, 490). Dagli scritti rabbinici sappiamo che davanti a ogni casa veniva posto un candelabro a otto braccia, segno della presenza luminosa di Dio e della sua Parola. In ciascun giorno della festa veniva accesa una luce; l’ultimo giorno si poteva ammirare il sorprendente chiarore che dalle abitazioni si riversava sulle strade di Gerusalemme.

È noto che nel racconto della creazione di Genesi 1,1-2,4a, che si svolge nell’arco di una settimana, la luce viene creata il primo giorno (Genesi 1,3). Essa diventa «la realtà guida di tutta l’opera creatrice di Dio [...] Per questo suo ruolo, nella mentalità dell’uomo biblico la luce viene associata alla vita» (Gironi 1988, 857). Essa rimanda a Dio e alla sua opera incessante, apportatrice di benedizione e di salvezza (Salmi 4,7; 27,1; 36,10; 118,27; 119,105). Ne risulta che Genesi 1 trasmette «un messaggio di fede, che apre alla speranza di una vita futura benedetta» (Bovati 1990, 113). In questa prospettiva, i lumi accesi durante Chanukkah «significano che la libertà aveva “brillato” per i Giudei in una maniera insperata» (de Vaux 19773, 491). La festa, in altre parole, «contesta il primato del male, nega che il male sia la realtà ultima nella storia dell’uomo» (Maggioni 1988, 840).

È un messaggio di speranza, che trova conferma nel testo di Zaccaria 4,1-6, scelto dai rabbini come lettura profetica per il sabato della settimana di Chanukkah. Siamo tra il 520 e il 518 a.C.: sono gli anni della ricostruzione di Gerusalemme e del Tempio. Zaccaria è impegnato a sostenere il popolo di Dio in quest’opera, in modo che non ceda allo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e alle oscurità che sperimenta. Dentro questa situazione alquanto problematica, il profeta è destinatario di una visione che ha per oggetto un candelabro d’oro massiccio che termina in alto con una coppa, su cui sono sette lampade, ciascuna con sette beccucci (il numero 7×7 dice la sovrabbondanza della luce). Zaccaria percepisce la presenza della grande luce che viene dall’alto e che investe la realtà oscura con cui si sta misurando. È invitato così a sperare e a offrire speranza, fidandosi del Signore e della sua azione trasformante. È quanto è espresso dalla parola che Dio gli rivolge e che egli dovrà trasmettere al governatore Zorobabele, figura che svolge un ruolo di primo piano nella ricostruzione del Tempio: «Non con la potenza, né con la forza, ma con il mio Spirito» (Zaccaria 4,6). Attraverso questa parola, che accompagna e interpreta la visione, il profeta è spinto a riconoscere che la ricostruzione non sarà prima di tutto frutto delle capacità e delle risorse umane, ma sarà possibile grazie all’intervento del Signore e del suo Spirito.

 

Un messaggio per tutti

L’influsso del passo di Zaccaria è chiaramente riconoscibile in un testo del pensatore ebreo Emmanuel Lévinas (1906-1995). Ne riportiamo alcuni brani significativi: «Le luci di Chanukkah hanno brillato davanti alle case degli ebrei per otto giorni [...] Questa fiamma che si amplia e cresce, è diversa dalla fiamma del focolare. Quella rischiara e riscalda il cerchio familiare, [...] le luci di Chanukkah invece rischiarano l’esterno. La Legge raccomanda di collocarle là dove la casa resta aperta sulla via, dove la vita interiore si accosta a quella pubblica. [...] Si tratta del prodigio dello Spirito, riconoscibile nel genio che inventa l’inaudito quando tutto sembra già detto, nell’amore che si infiamma senza che l’essere amato sia perfetto, nella volontà che si slancia nonostante gli ostacoli che la paralizzano, nella speranza che illumina una vita dove non si vedono ragioni per sperare, nella pazienza che sopporta ciò che può procurarle la morte. Si tratta delle risorse infinite dello Spirito che supera, creando, la prudenza dei ragionamenti; senza calcoli, senza passato, egli si espande gioioso nello spazio, investendo se stesso nelle cause altrui, con gratuità e prodigalità» (Lévinas 20179, 285.287).

Come si vede, Lévinas individua al centro della Festa delle luci l’annuncio dell’opera prodigiosa dello Spirito, capace di aprire varchi di speranza in tante situazioni che sembrano senza via di uscita. Lo studioso insiste sul fatto che si tratta di un messaggio rivolto a tutti. Indipendentemente dalla nostra provenienza e dalle nostre convinzioni religiose, siamo tutti sollecitati a non rassegnarci allo status quo, a dare credito agli sprazzi di luce, forieri di impreviste novità, che si accendono nel nostro tempo.

 

Una luce più forte delle tenebre

La prima comunità cristiana ha riconosciuto in Gesù di Nazareth la manifestazione della grande luce annunciata da Isaia per i tempi messianici (Isaia 9,1; 60,1-3), apportatrice di gioia e letizia dentro le vicissitudini della vita.

Nel vangelo di Matteo, il Nazareno (Matteo 2,23) è presentato come il Dio con noi (Matteo 1,23), capace di illuminare il cammino di tutti coloro che, al seguito dei Magi, si lasciano guidare dalla sua stella (Matteo 2,2). Luca, da parte sua, vede nella nascita di Gesù il farsi presente nel mondo di un sole che sorge dall’alto (Luca 1,78). L’immagine usata dall’evangelista spiega perché la festa del Natale, celebrata fino al IV secolo il 6 gennaio, venne spostata al 25 dicembre. Si riconosceva in Gesù il vero Sol invictus in grado di contrastare e vincere le oscurità della storia.

È soprattutto Giovanni a descrivere la persona e l’opera di Gesù come l’irruzione della luce nelle tenebre del mondo. Emblematico, oltre al prologo (Giovanni 1,3.9), è l’episodio in cui Gesù, definitosi luce del mondo, dona la vista a un tale, cieco fin dalla nascita (Giovanni 9). All’intervento fa seguito un lungo dibattito con i Giudei sulla sua identità, che prosegue nel capitolo successivo (Giovanni 10,22-42). La vicenda si svolge nel Tempio ed è collocata durante la festa della Dedicazione, secondo il modo di procedere dell’evangelista che ama inquadrare gli eventi narrati all’interno delle festività ebraiche, per mostrare come ciò che in esse viene celebrato trovi compimento in Gesù.

Nella festa in cui si faceva memoria della riconsacrazione del tempio, Gesù si presenta come colui che il Padre ha consacrato (Giovanni 10,36), indicando così la sua persona come il nuovo Tempio da cui scaturisce la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Giovanni 1,9). Di fronte alle perplessità e alle resistenze che incontra, Gesù rimanda i suoi interlocutori alle opere che compie (Giovanni 10,25.37-38). Sono opere buone (Giovanni 10,32), che aprono spazi di vita benedetta, in totale conformità all’agire del Padre (Giovanni 5,17.36). Sono opere che si possono riassumere in un’opera solaem> (Giovanni 7,21), che consiste nel guarire tutto l’essere umano (Giovanni 7,23), nel liberare la vita intera delle persone da tutto ciò che le tiene prigioniere.

 

Essere luce per gli altri

Chiunque accoglie gli spiragli luminosi che si accendono nelle sue giornate, diventa figlio della luce (Giovanni 12,36), sperimenta cioè una sorta di nuova nascita. È il caso di coloro che imparano a non fissare lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili (2Corinzi 4,18), sulle cose che contano davvero. Resi capaci di guardare con lucidità e, insieme, lungimiranza alla realtà concreta, compiono opere che fanno rifiorire segni di vita e di speranza. Così facendo, diventano essi stessi luce per gli altri, come è detto nel passo di Isaia 58,1-12. Alla denuncia di una religiosità fatta di pratiche esteriori senza un impegno fattivo per la giustizia (vv. 2-5), segue la descrizione del vero culto, fatto di precise opere di liberazione: spezzare le catene degli oppressi, dividere il pane con gli affamati, accogliere in casa i senza tetto (vv. 6-7). Allora la tua luce sorgerà come l’aurora [...], allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio (vv. 8.10). Ovunque si opera per la promozione della giustizia e della fraternità, una luce sorprendente, pari al bagliore di un mezzogiorno orientale, squarcia le tenebre più fitte (Isaia 8,22-23; 9,1).

Non che le tenebre si dissolvano una volta per tutte. La domanda «Sentinella, quanto resta della notte?», che risuona due volte in Isaia 21,11, continua a riproporsi nella storia concreta. La risposta del profeta – «Viene il mattino, poi anche la notte. Se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!» (v. 12) – non è evasiva. Spinge a misurarsi con la complessità del reale. Si tratta di prendere atto della compresenza di luce e tenebre nel fluire dei giorni, per discernere, nel dialogo e nella ricerca onesta, le tracce di speranza disseminate «nella vicissitudine enigmatica e penosa della vita» (Martini 1981, 53). È un esercizio da riprendere ogni giorno. Istruttivo in tal senso è quanto vissuto in Israele: «Si faceva cominciare il ciclo giornaliero con il vespro; si entrava nella tenebra notturna come in una morte simbolica, per rinascere alla vita con l’apparire della luce del mattino. Ogni giornata della storia dell’uomo ripropone, simbolicamente, ciò che avvenne nel primo giorno della creazione; ogni giornata realizza di fatto la vittoria della vita che viene da Dio. L’apparire della luce è solo un segno della potenza amorosa di Dio: la luce ogni sera lascia il posto all’ombra della notte [...] Ma è un segno costante e universale: quando la luce rischiara il mattino, ogni uomo può contemplare il segno della potenza creatrice di Dio che, giorno dopo giorno, è all’opera nella storia per vincere le tenebre e la morte» (Bovati 1990, 120).

 

 

Risorse

 

Bovati P. (1990), «Significare la vita. Riflessioni sul capitolo primo della Genesi», in Jori A. et al., La responsabilità ecologica, Studium, Roma, 111-136.

Gironi P. (1988), «Luce/Tenebre», in Rossano P. – Ravasi G. – Girlanda A. (edd.), Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 857-863.

Lévinas E. (20179), Difficile libertà. Saggi sul giudaismo, Jaca Book, Milano.

Maggioni B. (1988), «Liturgia e culto», in Rossano P. – Ravasi G. – Girlanda A. (edd.), Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 835-847.

Martin-Achard R. (1994), Il Dio fedele. I grandi temi biblici attraverso le celebrazioni di Israele, EDB, Bologna.

Martini C.M. (1981), In principio la Parola. Lettera al clero e ai fedeli sul tema: «La Parola di Dio nella liturgia e nella vita», per l’anno pastorale 1981-82, Centro Ambrosiano documentazione e studi religiosi, Milano.

Petuchowski J.J. (19952), Le feste del Signore. Le tradizioni ebraiche, Edizioni Dehoniane, Roma.

De Vaux R. (19773), Le istituzioni dell’Antico Testamento, Marietti, Torino.

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