Il decreto sicurezza e l'Italia che non vogliamo

04/01/2019
Sempre più spesso il tema della sicurezza s’impone quando si ragiona di politiche migratorie, riducendo in modo forzato un dibattito complesso a un unico aspetto. Così si ignorano i numerosi profili in gioco e si criminalizzano le persone. La recente Legge n. 132/2018, che ha convertito in legge il cosiddetto "decreto sicurezza" e che ha ridisegnato in senso restrittivo le procedure di riconoscimento della protezione internazionale, è un evidente esempio di questo modo di procedere.
 
Nel numero di gennaio di Aggiornamenti Sociali, Chiara Peri, responsabile rapporti internazionali del Centro Astalli (JRS Italia), sintetizza i contenuti della nuova normativa e ne evidenzia i numerosi punti critici, facendo anche alcuni esempi concreti tratti dall'esperienza quotidiana del Centro Astalli, un'opera dei gesuiti che da oltre trent'anni si occupa di accoglienza e integrazione di rifugiati e migranti forzati.  

Pubblichiamo di seguito il paragrafo finale, in cui l'Autrice elenca i punti in cui è opportuno e urgente rivedere le attuali normative in vigore in Italia e nella politica comune europea (qui puoi leggere l'articolo integrale).



Un cambio di rotta urgente e necessario

Le migrazioni non sono materia contingente o imprevedibile tale da richiedere l’intervento del legislatore attraverso la decretazione d’urgenza o peggio la necessità di ricorrere alla fiducia alle Camere. Un fenomeno complesso e strutturale come quello migratorio, che riguarda direttamente o indirettamente una parte significativa della popolazione, merita l’ampio dibattito assicurato dal ricorso a una legge ordinaria, espressione del potere legislativo affidato alle Camere dai cittadini. 

Poco più di un anno fa, il 27 ottobre 2017, la campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene” ha depositato alla Camera dei deputati oltre 90mila firme raccolte in sei mesi a sostegno della legge di iniziativa popolare per riformare le politiche sull’immigrazione, superando una normativa poco organica e per molti aspetti provatamente inadeguata. Riaprire uno spazio di democratico confronto e approfondimento, alla luce di dati effettivi e analisi non superficiali, è urgente e necessario, specialmente in un momento in cui la questione migratoria polarizza l’opinione pubblica ed è più che mai strumentalizzata per riscuotere facili consensi.

Anche se il panorama politico attuale apparentemente non lascia grandi margini di speranza, il Centro Astalli ribadisce, alla luce della propria esperienza diretta di accompagnamento di migranti forzati in Italia, alcune raccomandazioni per un cambio di rotta in materia di migrazioni, in Italia e nella politica comune europea. 

a) Prevedere percorsi legali e sicuri di accesso all’Europa per chi cerca protezione, utilizzando tutti gli strumenti già disponibili (visti umanitari, reinsediamento, ricongiungimento familiare, ingressi per studio e lavoro), rendendoli più efficienti e flessibili. Far viaggiare le persone legalmente è il modo più efficace per contrastare il traffico di esseri umani e salvare vite umane.

b) Non trasferire la responsabilità della protezione dei migranti al di fuori della UE attraverso accordi discutibili a livello legale e morale, che costringono le persone a esporsi a rischi sempre più alti oppure le intrappolano in situazioni in cui i diritti umani sono gravemente e sistematicamente violati, come in Libia.

c) Evitare la detenzione dei richiedenti asilo. Chi arriva in Europa e chiede protezione è sopravvissuto a gravi traumi e si trova in una condizione di estrema vulnerabilità, che viene aggravata da una incomprensibile privazione della libertà. In nessun caso i minori dovrebbero essere soggetti a detenzione. 

d) Adottare politiche che non criminalizzino i movimenti secondari dei rifugiati all’interno della UE, ma li prevengano. L’attuale approccio punitivo adottato dall’Europa comporta politiche disumane e inefficaci. L’unico modo per evitare i movimenti secondari è eliminare le motivazioni che spingono i richiedenti asilo a spostarsi da uno Stato all’altro. In primo luogo devono essere garantite dignitose condizioni di accoglienza e procedure di asilo rapide ed eque in tutti gli Stati membri. Le preferenze del singolo richiedente asilo devono essere prese in considerazione al momento di decidere lo Stato membro competente per l’esame della sua domanda. Siamo consapevoli che non è sempre possibile conciliare le preferenze del richiedente asilo con un’equa distribuzione tra gli Stati membri. Per questo motivo, dovrebbero essere create le condizioni per permettere la libera circolazione delle persone all’interno della UE, una volta che hanno ottenuto la protezione internazionale. 

Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro di Berlino, simbolo della divisione ideologica dell’Europa e del mondo intero. Come ha ricordato anche papa Francesco più volte, costruire nuovi muri e recinzioni in questo continente dimostra una grave dimenticanza della nostra storia recente e un tradimento dei principi fondanti del nostro vivere insieme. Le scelte che si compiono sul tema dell’accoglienza e dell’integrazione indicano inevitabilmente quale società vogliamo costruire e che mondo immaginiamo per noi e per i nostri figli: un mondo di paura e di conflitti, oppure un mondo di ponti, aperto a un futuro più giusto e sostenibile, costruito attraverso la partecipazione piena e attiva di tutti. 

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4 gennaio 2019
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