Di fronte alle ricchezze

Fascicolo: febbraio 2020
Tags: BIBBIA ; Povertà

«Il peccato non consiste nelle ricchezze, ma in quelli che non vogliono adoperarle bene: le ricchezze, infatti come possono essere un impedimento per chi le maneggia con cuore malvagio, così possono diventare un incentivo di virtù per chi le tratta con cuore onesto», così sant’Ambrogio commentava l’episodio di Zaccheo nell’Expositio Evangelii secundum Lucam (VIII, 85), offrendo una chiave di lettura dal sapore sapienziale che attraverso i secoli resta pienamente valida anche per i nostri tempi. Questa riflessione ci introduce a un passaggio ulteriore nella riflessione sul tema della povertà e della ricchezza, intrapreso in un precedente articolo (Crimella M., «Beati i poveri», in Aggiornamenti Sociali, 1 [2020] 66-70); ci concentriamo ora sull’utilizzo dei beni, che può essere proprio uno dei terreni per eccellenza in cui si misura la libertà del cuore da catene egoistiche e l’altruismo generoso e solidale. Ad accompagnarci in questo itinerario sarà il capitolo 16 del Vangelo di Luca, che non propone una riflessione teorica ma ricorre a un linguaggio narrativo, affidandosi a quella singolare e tipica forma comunicativa che è la parabola.

I beni a servizio delle relazioni

Il capitolo si apre con una parabola davvero singolare, la storia di un amministratore accusato di sperperare gli averi del suo padrone (Luca 16,1-7). Il racconto ha parecchi “non detti” che debbono essere rispettati per intenderlo correttamente. Anzitutto non è affermato che l’amministratore abbia dissipato le sostanze del suo padrone, ma solo che è stato accusato di averlo fatto: il lettore non ha modo di sapere se si tratti di un’accusa fondata o di una calunnia; la cosa all’inizio rimane sospesa. Il soliloquio poi dà accesso ai sentimenti interiori dell’uomo: Che cosa farò, visto che il mio signore mi toglie l’amministrazione? Zappare non ho forza, mendicare mi vergogno. So che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua (Luca 16,3-4). Una tale dichiarazione crea un effetto di curiosità: l’amministratore annuncia che farà qualcosa al fine di ingraziarsi alcune persone; il lettore è messo a parte della finalità di quella macchinazione, senza però sapere in che cosa consista. Il seguito della narrazione svela il piano dell’amministratore e il modo in cui lo porterà a termine: Chiamò uno per uno i debitori del suo signore e disse al primo: «Tu, quanto devi al mio padrone?» Quello rispose: «Cento barili d’olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti, subito e scrivi cinquanta». Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?» Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta» (Luca 16,5-7).

Non è facile giudicare il comportamento di quest’uomo. Per alcuni interpreti egli non ha imbrogliato il suo padrone riducendo il debito, semplicemente ha rinunciato alla sua parte di profitto (le cosiddette commissioni); per altri invece ha incassato un’ingente somma alle spalle del proprietario. In realtà, risolvere questo dubbio non è così rilevante per la comprensione della parabola, in quanto il dato che emerge è solo uno: l’uomo ha rinunciato a una cospicua somma di denaro; invece di accumularlo come garanzia di sicurezza per il futuro l’ha investito nelle relazioni, per farsi degli amici proprio attraverso di esso (che sia suo o del padrone poco importa). Invece di ammassare un tesoro in denaro ha accumulato un pegno di riconoscenza presso gli antichi debitori.

L’amministratore, un opportunista, non è certo un modello di moralità, ma ha reso il denaro fecondo in relazioni umane. Egli infatti presume che i debitori seguiranno la regola sociale della reciprocità: il beneficio che ora hanno ricevuto andrà a suo favore. A questo punto del racconto il narratore riporta il giudizio del padrone, che lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza (Luca 16,8). Non v’è dubbio sulle qualità morali dell’amministratore, definito senza mezzi termini un disonesto, eppure non privo di notevole astuzia. Vi è così una netta distinzione fra disonestà e scaltrezza: la prima è giudicata e condannata, la seconda è lodata, addirittura è ritenuta esemplare.

Al termine della parabola Gesù fa un primo commento che riprende e applica l’argomento del racconto fittizio: Io vi dico: «Fatevi amici a partire dalla disonesta ricchezza [lett. mammona], perché, quando questa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne» (Luca 16,9). Come l’amministratore ha usato il denaro per farsi degli amici, così i discepoli sono esortati a servirsi delle risorse di cui dispongono in vista del mondo a venire. Se è vero che la ricchezza spesso rivela il suo legame con l’ingiustizia e – invece di essere una garanzia di stabilità – si dimostra illusoria, allora c’è un solo modo per riscattarsi, ovverosia ripristinare rapporti più equi, restituendo ai poveri quanto è stato loro sottratto (cfr Luca 12,33; 14,12-14). Il tempo in cui il denaro verrà meno è il momento della morte e proprio allora si farà l’esperienza di essere accolti in cielo da quegli stessi poveri con cui si sono condivise le risorse possedute durante l’esistenza.

 

Scegliere tra Dio e mammona

In questo brano Gesù utilizza un termine singolare, mammona: esso è assente dalla Bibbia ebraica, ma ricorre nella letteratura rabbinica e negli scritti del Mar Morto. Si tratta di una vera e propria personificazione idolatrica del denaro: mammona, infatti, deriva dall’ebraico aman, cioè «essere solido», «essere durevole». È come se l’uomo avesse investito tutta la sua fiducia nella ricchezza, attendendo da essa la realizzazione di una promessa di eterna felicità. La ricchezza è divenuta l’oggetto di un atto di fede. In realtà tale promessa si rivela illusoria, in quanto la ricchezza non realizza quanto prospetta. Il discorso di Gesù procede: «Nessun servitore può servire due padroni: infatti, o odierà l’uno e amerà l’altro, o si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza [lett. mammona]» (Luca 16,13). Il ritorno sull’immagine di mammona si affianca al servizio di Dio, in un netto contrasto. Ciò conferma che la relazione con i beni materiali non è neutra.

La considerazione sulla ricchezza non si limita unicamente a riflettere sulle modalità attraverso cui si utilizzano i beni materiali. Indubbiamente anche quell’aspetto è importante e l’indicazione di Gesù non lascia dubbi: dare ai poveri è investire per la vita eterna. Più in profondità la riflessione sulla ricchezza chiede al discepolo di interrogarsi su chi o su che cosa egli investa la propria esistenza. Una domanda così radicale rivela che il denaro non è solo una cosa che si possiede, ma può anche divenire una realtà che prende possesso dell’essere umano, tiranneggiandolo a suo piacimento e a cui si dedica l’esistenza. Esso cioè ha la forma dell’idolo, ovverosia di qualcosa che intende sostituirsi a Dio. La questione di fondo è allora sapere in chi si crede, se in Dio o in mammona, sapendo che si tratta di un’alternativa che non ammette compromessi. Per il terzo evangelista la relazione con la ricchezza è una questione interiore che rivela la verità della propria fede in Dio, che trova nei rapporti con gli altri una cartina di tornasole. Al di là di ogni affermazione, infatti, il comportamento che si tiene rivela quanto si vive nel proprio intimo, quando gli altri sono visti come una minaccia alle proprie ricchezze o sono sfruttati per arricchirsi ancor di più, oppure sono considerati fratelli e sorelle con cui condividere i beni della creazione ricevuti in dono.

Tirando le fila con uno sguardo più sintetico, dall’itinerario svolto nel Vangelo di Luca emerge l’attenzione alla dimensione etica della fede. La sequela di Gesù richiede una radicale trasformazione dell’esistenza: si comprendono dunque i frequenti appelli alla conversione (Luca 3,3.8; 5,32; 15,7.10). L’esigenza di una trasformazione della mentalità è strettamente connessa alla relazione con Gesù e al suo insegnamento. Nella prospettiva del racconto lucano, la relazione con il denaro non si riduce al solo aspetto economico e dunque morale, bensì interroga la dimensione della fede e dell’affidamento. Tutto ciò non avviene in modo disincarnato: il racconto del terzo Vangelo presuppone che i suoi ascoltatori vivano nel mondo, abbiano a che fare con mammona, cioè con il denaro e la ricchezza, ma sappiano vivere anche nell’utilizzo del denaro la nuova logica del Regno.

Emergono in particolare due dinamiche. La prima – che abbiamo visto nel precedente articolo – è la logica del capovolgimento nella sua forma bipolare: il potente conoscerà l’abbassamento, mentre l’umile sarà innalzato. Tale logica attinge la sua ispirazione dalla tradizione apocalittica, nella quale si teorizzava il capovolgimento finale delle situazioni umane. Luca fa suo questo linguaggio che guarda la storia a partire dal suo compimento, quando Dio pronuncerà una sentenza inappellabile di giudizio e di verità su di essa. In altre parole, Luca guarda la storia non dal basso, ma dall’alto, a partire da Dio. E proprio partendo da Dio vede la realtà nella sua verità, non nella sua contingenza.

Ma vi è una seconda dinamica, che illustra il potere negativo della ricchezza: essa non è intrinsecamente malvagia, ma è problematico l’atteggiamento del cuore umano nei suoi confronti, come mostrano efficacemente le parabole (Luca 12,16-21; 16,19-31). In positivo, come si realizza la salvezza del ricco? La risposta è data attraverso l’episodio di Zaccheo. Il ricco si salva non alienando ciò che possiede, quanto usando rettamente dei suoi beni e assumendo un atteggiamento di condivisione.

 

Lo sguardo sull’oggi

Una domanda rimane aperta nell’itinerario che abbiamo svolto: come queste suggestioni bibliche possono diventare criteri nel nostro tempo, molto complesso, dentro meccanismi economici che hanno ormai dimensioni planetarie e coinvolgono l’umanità intera? L’ascolto della Parola di Dio resta sterile se non si accompagna al lavoro interpretativo per comprendere come leggere oggi le Scritture, a fronte degli interrogativi che la nostra società ci pone. Le conclusioni del percorso lucano su povertà e ricchezza possono essere ripensate come criteri interpretativi, senza sottrarsi alla complessità, ma facendo emergere la visione teologica e antropologica che la Scrittura ci consegna. All’interno di questa visione, possono avviarsi varie riflessioni sull’uso del denaro, e dunque dell’economia, come quella formulata da Edmondo Berselli all’inizio del 2010, quando, cosciente di essere divorato da un male incurabile, pubblicò un libretto di 99 pagine, un vero e proprio testamento intellettuale, al termine di una vita dedicata allo studio della politica e dell’economia. Anche il titolo non è casuale: L’economia giusta (Einaudi, Torino 2010). Con la libertà di chi sa di essere vicino al capolinea, ma pure con la sottile ironia di chi è giunto a comprendere che le cose importanti non sono molte, Berselli iniziava così il suo testo: «Sarà fuori moda cominciare con Marx?» (ivi, VII) e faceva seguire una citazione del Manifesto del Partito comunista del 1848; poi continuava: «E sarà fuori luogo proseguire con l’esordio di Leone XIII nella Rerum Novarum?» e riportava l’incipit della grande enciclica del 1891.

Il volumetto è un’analisi molto stringente del modello economico capitalista, in particolare dei suoi ultimi sviluppi. Berselli analizza il cosiddetto «turbocapitalismo»: esso è l’impresa privata «del tutto libera da regolamentazioni governative, senza intromissioni da parte di sindacati efficienti, senza pastoie sentimentalistiche sui destini dei lavoratori e di intere comunità, senza l’ostacolo di barriere doganali o restrizioni sugli investimenti, e infastidita il meno possibile dalla tassazione. Ciò che essi chiedono è […] la trasformazione di pubbliche istituzioni, dalle università e dagli orti botanici alle carceri, dalle scuole e dalle biblioteche alle case di riposo per anziani, in aziende private gestite nell’ottica del profitto» (ivi, 57, n. 2). Lo studioso italiano ricorda il collasso di questo sistema, oggi del tutto evidente. Tuttavia, l’analisi di Berselli va oltre. Egli indica una via d’uscita percorribile che, da vero maestro, recupera dalla lezione del passato. Si tratta della «economia sociale di mercato», formulata negli anni ’40 del secolo scorso dai liberali cristiani di Friburgo, riuniti intorno alla rivista Ordo. Erano economisti e giuristi preoccupati di trovare un equilibrio fra i meccanismi di mercato, i diritti della persona e il senso della comunità. Due, ricorda Berselli, sono i principi fondamentali della loro proposta: «a) La dinamica economica è fondata sul mercato, al quale deve essere assicurata la più grande libertà di funzionamento, in particolare per ciò che riguarda prezzi e salari. b) Il funzionamento del mercato non può regolare da solo l’insieme della vita sociale. Necessita di fattori di equilibrio esterni, ha bisogno di essere bilanciato da elementi di politica sociale che sono determinati a priori e di cui è garante lo Stato» (ivi, 66-67).

Nel finale Berselli quasi profetizza: «[N]oi europei proveremo a vivere sotto il segno meno: meno ricchezza, meno prodotti, meno consumi. Più poveri, insomma. Non ci siamo abituati, ma non sembra esserci alternativa plausibile» (ivi, 98). E aggiungeva: «Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare. Proviamoci, con un po’ di storia alle spalle, con un po’ d’intelligenza e d’umanità davanti» (ivi, 99). Parole che riecheggiano quelle di papa Francesco nella Laudato si’ sull’antico insegnamento che «meno è di più» (n. 222), un invito a vivere all’insegna della semplicità, della sobrietà, che non taglia fuori nessuno e non crea nuove categorie di esclusi per alimentare il benessere di pochi.

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