Uomini, bestie e salvezza del creato

Fascicolo: aprile 2011
Tags: Animali ; BIBBIA

Viviamo una strana contraddizione: mentre cresce la consapevolezza di una prossimità e solidarietà tra tutti gli esseri viventi, l'umanità sembra coinvolta e sospinta in una corsa suicida verso il consumo e la distruzione delle risorse naturali. In questo contesto, alcuni trattano gli animali (domestici e non) in modi esageratamente protettivi, salvo poi abbandonarli appena diventano ingombranti; altri guadagnano sfruttandoli, spesso con commercio illegale; altri ancora si impegnano strenuamente nella difesa dei loro diritti. Si conserva peraltro anche una connotazione negativa della «bestialità», che emerge in espressioni come «è peggio di una bestia», oppure «tratta gli altri come bestie», anche se, a un esame più attento, paragoni con il comportamento umano risultano offensivi per gli animali.
Nella Bibbia siamo resi partecipi di un progetto sulla creazione da parte di Dio che coinvolge certamente in prima persona l'umanità (non a caso si parla di antropocentrismo biblico), ma nella solidarietà con tutto il mondo animale. Anzi, spesso gli animali sono addirittura protagonisti della salvezza di uomini e donne.

Numeri 22, 22-31
22 L'ira di Dio si accese perché egli stava andando; l'angelo del Signore si pose sulla strada per ostacolarlo. Egli cavalcava la sua asina e aveva con sé due servitori. 23 L'asina vide l'angelo del Signore che stava ritto sulla strada con la spada sguainata in mano. E l'asina deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l'asina per rimetterla sulla strada. 24 Allora l'angelo del Signore si fermò in un sentiero infossato tra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. 25 L'asina vide l'angelo del Signore, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. 26 L'angelo del Signore passò di nuovo più avanti e si fermò in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di deviare né a destra né a sinistra. 27 L'asina vide l'angelo del Signore e si accovacciò sotto Balaam. L'ira di Balaam si accese ed egli percosse l'asina con il bastone. 28 Allora il Signore aprì la bocca dell'asina ed essa disse a Balaam: «Che cosa ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta?». 29 Balaam rispose all'asina: «Perché ti sei beffata di me! Ah, se avessi una spada in mano, ti ucciderei all'istante!». 30 L'asina disse a Balaam: «Non sono io la tua asina, sulla quale hai cavalcato da quando hai iniziato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così?». Ed egli rispose: «No». 31 Allora il Signore aprì gli occhi di Balaam ed egli vide l'angelo del Signore che stava ritto sulla strada, con in mano la spada sguainata. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra.

L'asina di Balaam

Si racconta ad esempio, come nelle favole di una volta, di un'asina alla quale il Signore aprì la bocca ed essa parlò al suo padrone, dopo essere stata percossa da lui per tre volte. Irato per il comportamento dell'animale, il profeta pagano Balaam si ritrova la vita salva proprio grazie alla sua asina che, deviando e fermandosi continuamente, impedisce all'angelo del Signore di ucciderlo.
Grazie all'asina che «ha visto e riconosciuto» il messaggero di Dio, il Signore aprì gli occhi di Balaam. Allora il profeta, l'uomo dall'occhio penetrante (Numeri 24, 3.15), obbedisce a Dio e pronuncia su Israele la lungimirante benedizione che Egli gli comanda, al posto della maledizione che gli uomini avevano chiesto contro coloro che consideravano nemici. Può far sorridere oggi che un'asina abbia un «sentire religioso», probabilmente perché l'uomo tecnologico, dimenticando di essere animale profetico, può pensare di essere pazzo nell'udire un animale parlare. Commenta il Nuovo Testamento: un'asina, sebbene muta, parlando con voce umana si oppose alla follia del profeta (2 Pietro 2, 16). Ma si tratta di qualcosa di più profondo di una storiella infantile.
Probabilmente abbiamo bisogno di lasciarci aprire gli occhi, le orecchie e il cuore per imparare a discernere e tradurre nel nostro contesto il senso del comandamento biblico che riguarda l'asino del proprio nemico: quando incontrerai il bue del tuo nemico o il suo asino dispersi, glieli dovrai ricondurre. Quando vedrai l'asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico (Esodo 23, 4-5). Ciechi e sordi, col cuore indurito, dovremmo ricordare il rimprovero che, all'inizio del libro di Isaia, Dio rivolge ai figli ribelli: il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende (Isaia 1, 3). Si insinua che la riscoperta della vita donata, che accomuna gli uomini agli animali e alle piante, e della peculiarità che caratterizza ogni creatura nell'universo può offrire al mondo intero una possibilità di salvezza. La salvezza che Balaam propone al popolo è passata proprio attraverso l'asina, quell'animale dotato di linguaggio e perciò di ispirazione, cioè di una vocazione profetica che si rivela essere a vantaggio dell'uomo. Gioco simbolico interessante, dato che più propriamente è l'uomo, dotato di parola e proprio per questo capace di ispirazione, a essere «animale profetico» (come lo definisce LÉVINAS E., L'aldilà del versetto. Letture e discorsi talmudici, Guida, Napoli 1986, 190).

Giona 3, 7-9 e 4, 10-11
3, 7 Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato a Ninive questo decreto: «Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. 8 Uomini e animali si coprano di sacco, e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. 9 Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!».
4, 10 Ma il Signore gli rispose: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita! 11 E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?».

Gli animali di Giona

Alcuni maestri ebrei ritengono che, dopo la distruzione del tempio, lo spirito della profezia sia passato ai pazzi e ai bambini (Talmud babilonese Baba Bathra 12b). Caratteristica dei bambini, così ovvia da essere entrata nella letteratura dei detti di molte culture umane, è che non sanno distinguere la destra dalla sinistra. Questa caratteristica è presente anche nella domanda che chiude il libretto di Giona (Giona 4, 11). Ma, a sorpresa, non riferita ai bimbi, quanto agli adulti, sottintendendo così che anche i peccati più grandi nascono da un deficit di saggezza, di maturità, di discernimento. In questo finale, il profeta dovrebbe imparare da Dio il proprio coinvolgimento interiore col mondo intero, con la grande città (1, 2; 3, 2; 4, 11), grazie alla compassione non solo per gli umani che non sanno distinguere la destra dalla sinistra, ma anche per il bestiame in gran quantità che si trova accomunato all'umanità peccatrice nello sguardo compassionevole di Dio.
Se il discernimento è quindi tratto distintivo dell'essere umano, cioè dell'animale profetico, come può questi vivificare o ritrovare questa capacità quando la perde? Il re di Ninive coinvolge anche il bestiame nei gesti penitenziali che auspicano il cambiamento della decisione divina di distruggere la città per i suoi peccati. Agli animali certo non può riferirsi il comando di convertirsi dalla condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani, cosa che invece deve fare ogni uomo; eppure anche gli animali sono accomunati nella speranza della salvezza: chi sa che Dio non cambi? Perché? Al di là di probabili usanze locali circoscritte, nell'intero libro di Giona tutti gli elementi naturali (vento e tempesta, il grosso pesce, la pianta, il verme e il vento orientale in 1, 4; 2, 1.11; 4, 6.7.8), per il fatto di trovarsi ciascuno al suo posto e al momento opportuno, hanno la funzione di risvegliare e orientare alla gratuità della vita e della salvezza la capacità di discernere propria dell'animale profetico. Non aspetta forse una risposta in questo senso la provocante domanda finale rivolta al profeta e al lettore?
La Bibbia afferma che Dio si prende cura e ha compassione, nutre sentimenti di benevolenza, non solo verso l'uomo e gli animali, ma verso tutto ciò che ha fatto: Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature (Salmo 145, 9). Proprio per questo, convinto della giustizia di Dio nella storia, il salmista afferma: Uomini e bestie tu salvi, Signore (Salmo 36, 7). Nel racconto di Giona, mentre il profeta disobbediente tenta di fuggire dalla presenza e dal progetto di Dio perché crede di sapere come andranno le cose, gli abitanti di Ninive, ritornando dalla via della violenza, si avvicinano alla giustizia/salvezza, grazie anche a un contesto in cui tutte le creature docilmente obbediscono attuando quello che Dio vuole.

L'uomo a immagine di Dio
L'uomo è invitato a ritrovare il senso di una coscienza planetaria che lo aiuti a migliorare la convivenza sulla terra con tutti gli altri esseri viventi alla luce della benevolenza compassionevole di Dio verso tutto il suo creato. Già in occasione del diluvio, Dio si ricorda di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell'arca (Genesi 8, 1) e decide di non fare il male minacciato: l'impegno di Dio di non devastare mai più la terra col diluvio è stabilito non solo con l'umanità, ma con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, [...] con tutti gli animali della terra (Genesi 9, 10-11).
Eppure tutto sembra confermare continuamente l'idea che, a differenza delle bestie, l'uomo-profeta si scandalizza sempre di un Dio che cambia idea e «si converte» dal male minacciato contro quella parte «cattiva» del creato e dell'umanità invece di punirla come, secondo noi, dovrebbe. Uno dei motivi è senz'altro la pretesa di ridurre Dio alla propria dimensione umana, dimenticando di essere a immagine di Dio (Genesi 1, 26-27; cfr 5, 3; 9, 6). In quanto tale, l'umanità dovrebbe attuare il comandamento di soggiogare la terra e di dominare sugli animali (Genesi 1, 28), imitando il Creatore e manifestandone la cura verso ogni creatura. Al soggiogare e dominare si aggiunge poi il coltivare e custodire di Genesi 2, 15. L'essere a immagine di Dio sta dunque dalla parte della vita e della comunione di vita, non solo tra maschio e femmina e tra esseri umani, ma tra l'umanità e tutte le altre creature.
Nel Decalogo è scritto: Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto terra (Esodo 20, 4 e Deuteronomio 5, 6). Cielo, terra e mare sono esattamente gli ambiti del dominio dell'uomo secondo il racconto della creazione: dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra. In questo dominio l'uomo riconosce, custodisce e coltiva la vita data, ma non è in grado di crearla. Gli idoli, cioè le immagini che l'uomo può fare di un qualsiasi essere vivente, sono una finzione di vita in quanto hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, [...] dalla gola non emettono suoni (Salmo 115, 5.7). La finzione di vita intacca la radice dell'esistenza: perdendo la capacità di discernere, l'uomo scambia la finzione con la realtà, la morte con la vita, la libertà creatrice di un lavoro fruttuoso con la schiavitù mortificante del frutto del proprio lavoro. In una parola, rischia di rovinare e distruggere l'intera creazione ponendosene al centro non come custode della vita, ma come suo sfruttatore, arrivando a concepirsi come signore e padrone dell'universo, all'interno di una visione del mondo tecnico-scientifico che assume oggi i caratteri di una ideologia religiosa.
Anziché riconoscere Dio che lo ha fatto a sua immagine e somiglianza e agire con lo stesso coinvolgimento e cura di Dio verso la creazione, l'uomo adora ciò che le sue mani fanno e, credendosi capace di creare la vita, rischia di seminare distruzione e morte. Smascherare la menzogna di un'esistenza manipolata dai falsi simulacri che essa stessa si costruisce è il compito di un'umanità che ritrova la capacità di discernere quello che rende l'uomo ciò che è e dovrebbe essere: animale profetico creato a immagine di Dio, capace quindi di imitarne il comportamento.
In conclusione, la domanda del vecchio saggio: chi sa se il soffio vitale dell'uomo sale in alto, mentre quello della bestia scende in basso, nella terra? (Qoelet 3, 21), può aiutarci a imparare a distinguere la destra dalla sinistra per orientarci e trovare forse una risposta, nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio (Romani 8, 21). Così, l'animale è per l'uomo come uno specchio che gli rimanda la sua somiglianza di creatura, sempre invitato a porsi la domanda di che cosa se ne fa della propria creaturalità e di come traduca in obbedienza libera la docilità naturale degli animali. D'altro canto gli ricorda la differenza sostanziale della diversa responsabilità nella cura del creato, nella relazione con il prossimo e con Dio. In un confronto positivo che fa ritrovare somiglianze e differenze, bisogna che gli umani si riapproprino della capacità di discernere per poter resiste al fascino menzognero delle immagini bestiali manipolate e per poter demolire ogni potere che facendosi adorare marchia con distruzione e morte l'intera creazione.

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