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ArticoloEditoriali

Un nuovo patto tra generazioni. Verso il III Forum di Etica civile

La manifestazione studentesca dello scorso marzo a favore del clima ha portato alla luce anche le difficoltà del rapporto tra generazioni e la questione etica che esso porta in sé. Riaprire il dialogo intergenerazionale significa cominciare a ritessere un futuro di speranza per tutti.
Fascicolo: aprile 2019

Dopo le manifestazioni dello scorso 15 marzo a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo, non è più necessario spendere molte parole per presentare la sedicenne Greta Thunberg e lo “Sciopero dalla scuola per il clima” (School strike for climate). Non era così nell’agosto del 2018, quando da sola iniziò a protestare davanti al Parlamento svedese, chiedendo un impegno più deciso del Governo del suo Paese nell’attuazione degli impegni presi nel 2015 alla COP21 di Parigi per la lotta ai cambiamenti climatici. Nel corso di questi mesi, grazie soprattutto ai social network, la domanda all’origine della sua protesta è divenuta nota e altri giovani in tutto il mondo l’hanno fatta propria: «Perché andare a scuola e studiare, se rischiamo di non avere un futuro?».

I destinatari di questa provocazione sono in primo luogo i responsabili politici dei singoli Paesi, ma più in generale tutti gli adulti. In modo ancor più netto, in occasione del discorso tenuto alla COP24 sul clima di Katowice, Greta si è rivolta proprio agli adulti: «Dite di amare i vostri figli più di ogni cosa, invece state rubando loro il futuro». L’accusa è che l’attuale risposta alle questioni climatiche è immatura, lenta, insufficiente. I giovani ritengono che chi è più grande di loro sia inerte o non faccia abbastanza di fronte alle ferite inferte quotidianamente al pianeta dai nostri stili di vita. Si tratta di una rivendicazione che coglie nel segno, sensibile all’urgenza della questione ambientale, e che richiederebbe di essere meglio approfondita per la complessità degli aspetti in gioco. Tuttavia c’è anche un altro fattore su cui soffermarsi, evidenziato indirettamente dalle proteste degli studenti: il modo in cui il rapporto fra le generazioni si declina in questa fase storica.

Una distanza che cresce

Dietro la richiesta di prendersi seriamente cura dell’ambiente che i giovani rivolgono agli adulti, traspare la preoccupazione per la situazione attuale, la valutazione negativa degli sforzi fin qui fatti e la paura che le conseguenze saranno ingestibili e catastrofiche e comprometteranno in modo quasi definitivo il loro futuro. In altre parole i giovani non vogliono ricevere un’eredità piena di debiti, contratti per salvaguardare lo stile di vita di chi li ha preceduti (che è anche quello in cui sono stati cresciuti), e trovarsi a far fronte alle conseguenze senza aver avuto voce in capitolo. Su questo tema registriamo una distanza che vede contrapposte le varie generazioni: l’appartenenza generazionale diventa il punto di vista a partire dal quale valutare la situazione, individuare possibili soluzioni e definire priorità di azione, e diventa così la base di una frattura sociale. Non è certo un caso che queste divergenze emergano in materia di ambiente e di scelte da compiere per la sua cura: si tratta, infatti, di individuare un equilibrio che sia sostenibile non solo per il presente, ma anche per il futuro. La posta in gioco non è solo salvaguardare l’esistente, ma anche il patrimonio che viene trasmesso alle generazioni successive, quelle che ora sono troppo giovani per partecipare alle decisioni, e quelle che verranno ancora dopo.

Tuttavia, a differenza di cinquant’anni fa, quando il Sessantotto segnò la contestazione radicale e l’abbattimento di una società centrata sulla figura paterna, non ci troviamo di fronte a opposizioni radicali e a conflitti esplosivi tra le generazioni. Piuttosto vi è il rischio – a nostro giudizio non meno preoccupante – di una sorta di indifferenza o disinteresse tra le generazioni, che si ripiegano su se stesse senza affrontare la fatica di un confronto vero, che implica anche mettersi in un modo o nell’altro in relazione. La prospettiva della reciproca estraneità tra le generazioni, o di un rapporto di competizione anziché di alleanza, era emersa anche nel percorso di preparazione alla recente assemblea del Sinodo dei vescovi dedicata ai giovani, con le conseguenti preoccupazioni in materia di educazione e trasmissione dei valori.

A questo riguardo, meritano una riflessione l’aggressività e la violenza verbale che la proposta di Greta e dei suoi coetanei ha suscitato non solo sui social media ma anche sui mezzi di comunicazione più tradizionali, a cui si sono aggiunti sospetti di manipolazione e malafede, accuse che sia un’operazione volta al tornaconto personale e alla notorietà, e altre dietrologie di lobby e poteri forti a cui ci stiamo abituando. Questa reazione non è l’indice di un inizio di confronto, quanto il segnale di un rifiuto profondo di essere “disturbati” e di un fastidio sdegnoso verso chi rappresenta una prospettiva magari ingenua ma sicuramente carica di speranza. Non è nemmeno un vero conflitto, che implica almeno un rapporto tra le parti, ma una manifestazione di intolleranza radicale che desidera solo che l’altro scompaia. Certo, queste reazioni esasperate non riassumono tutta la gamma dei rapporti tra le generazioni e non possono farci ignorare il contributo, spesso silenzioso, di coloro che generano, fanno crescere, accompagnano quotidianamente i giovani anche con grossi sacrifici.

Resta comunque da registrare la fatica che la nostra società sta facendo per affrontare la questione della giustizia distributiva tra le generazioni: qual è il modo corretto per ripartire opportunità e oneri? Come tessere legami di alleanza tra le generazioni in modo che le decisioni a questo riguardo non siano prese guardando solo al proprio interesse, ma in una prospettiva di bene comune intertemporale?

I conti da pagare

Tensioni generazionali analoghe si registrano anche in campi diversi da quello dell’ambiente e toccano tutte le dimensioni della sostenibilità.

Nei Paesi occidentali è il caso, ad esempio, del sistema formazione-lavoro-previdenza. Se si considera l’attuale assetto, emerge con una certa immediatezza la contrapposizione tra gli interessi, gli obiettivi e le prospettive di quanti si stanno oggi affacciando al mercato del lavoro, di coloro che vi sono già inseriti e, infine, di chi ha concluso la propria parabola professionale e beneficia di un regime pensionistico. A differenza dei propri genitori, quanti stanno terminando gli studi e si apprestano a entrare nel mondo del lavoro hanno prospettive meno rosee dal punto di vista professionale ed economico, oltre a essere incerti sulla possibilità di accesso a forme di previdenza sociale pubblica e sulla misura delle relative prestazioni. Nel confronto con le generazioni precedenti, in particolare quelle che sono state protagoniste del boom economico, si trovano a ereditare una situazione assai migliore dal punto di vista del livello di vita e delle opportunità disponibili nel breve periodo: pensiamo al miglioramento dell’assistenza sanitaria, all’innalzamento dell’obbligo scolastico e in generale ai livelli di consumo. Il confronto cambia di segno quando si considera una prospettiva di lungo periodo: le aspettative di sicurezza e prosperità crescenti e di miglioramento progressivo dei livelli di vita del secondo dopoguerra si confrontano con lo scenario attuale di stagnazione, aumento della precarietà e dell’insicurezza.

Un secondo esempio, che tocca molto da vicino il nostro Paese, è quello del debito pubblico. In estrema sintesi, e prima di qualunque considerazione (pur indispensabile) sulle ragioni che ne spiegano l’esistenza e sull’uso delle risorse ottenute, bisogna essere consapevoli che ricorrere al debito pubblico significa prendere a prestito dal futuro collettivo. Questo vale non soltanto per i titoli a lunga scadenza (vi sono emissioni con scadenze anche pluridecennali), ma soprattutto per la dinamica implicita nel modo in cui la finanza pubblica funziona e che bene ha spiegato il prof. De Battistini nel suo intervento sullo scorso numero di marzo di Aggiornamenti Sociali, in cui commenta le parole del presidente della BCE, Mario Draghi, a proposito del rapporto tra sovranità e debito pubblico. In quel contesto ricordava come l’eventualità che uno Stato rimborsi davvero il proprio debito è sostanzialmente un’ipotesi teorica; nei fatti, si limiterà a prendere a prestito nuovi fondi per saldare i debiti in scadenza, sostituendo nuovi creditori a quelli vecchi. In una prospettiva intergenerazionale, questo significa che il debito accumulato sarà trasmesso alle generazioni future: quanto più è ingente, tanto maggiore sarà l’onere di continuare a cercare nuovi creditori e minori i margini di manovra per chi dovrà farvi fronte.

Certo, l’uso che si fa delle risorse prese a prestito non può essere escluso dalle valutazioni di giustizia intergenerazionale: spese che rendono un Paese economicamente più stabile e più produttivo, se fatte con oculatezza, generano una crescita economica in grado di sostenere l’onere del debito. Un esempio classico è quello delle bonifiche di aree incolte: l’aumento della produzione permette di norma di far fronte all’ammortamento dei relativi prestiti. Lo stesso ragionamento vale in moti altri casi: tra quelli più rilevanti per le nostre economie avanzate vi sono senza dubbio gli investimenti in capitale umano (formazione, conoscenza, capacità innovativa e imprenditoriale, ecc.), che oggi rappresentano la chiave di volta dello sviluppo economico. Qualcosa di analogo può valere anche per il welfare, che costituisce un investimento quando risulta capace di ridurre i fattori di precarietà e incertezza che frenano la dinamica del sistema economico. Diverso è il caso di un debito contratto per mantenere livelli di spesa e consumi pubblici sulla cui efficacia è lecito nutrire dubbi, ma su cui non si riesce a incidere per inerzia o per l’impossibilità di scalfire interessi costituiti di chi trae vantaggio dallo status quo.

Pur con i limiti dell’analogia, un esempio può aiutarci a comprendere: un imprenditore che ipoteca il proprio stabilimento per finanziare un nuovo insediamento produttivo, purché sano, lascerà ai propri i figli un’impresa capace non solo di restituire i prestiti, ma di creare nuove opportunità. Se invece lo stesso mutuo sarà acceso per continuare a mantenere la barca e la villa al mare, allora a essere ipotecato sarà il futuro dei figli.

Ci ritroviamo di fronte allo stesso paradosso segnalato da Greta a Katowice, che per di più evidenzia la contraddizione tra le scelte che le persone compiono “tra le mura domestiche” e quelle che emergono dall’aggregazione sociale dei comportamenti individuali: consideriamo normale per dei genitori fare sacrifici per lasciare un patrimonio solido in eredità ai figli, e molti si comportano effettivamente così. Ma questo atteggiamento è in contraddizione, ad esempio, con politiche previdenziali troppo generose (il nostro Paese ne è stato a lungo un esempio) finanziate con il ricorso al debito pubblico: in questo caso infatti, adulti e anziani, attraverso il voto che sanziona quelle politiche, obbligano figli e nipoti a fare sacrifici futuri per mantenere il proprio tenore di vita attuale.

Una sfida etica concreta

Il problema non è semplicemente economico o tecnico, anche se l’oggettiva complessità di questi temi ne ostacola una chiara comprensione da parte dell’opinione pubblica. La radice è ben più profonda e ci ricorda che i rapporti tra le generazioni sono innanzi tutto una questione etica. A questo riguardo vale la pena meditare ancora il monito del n. 162 dell’enciclica Laudato si’: «La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro. Molte volte si è di fronte ad un consumo eccessivo e miope dei genitori che danneggia i figli».

Ma affermare che una questione è etica non significa ridurla a un lusso per filosofi o a una preoccupazione, magari un po’ salottiera, per inguaribili buonisti. L’etica riguarda il riconoscimento che la vita di ciascuno non è possibile al di fuori di una trama di relazioni e che questo, per chi è autenticamente adulto, diventa la base per esercitare la propria responsabilità, all’interno di un quadro segnato da fattori molto concreti.

Tra questi, fondamentale per il nostro Paese è senz’altro la questione demografica. Lo abbiamo ricordato già tante volte sulle pagine di questa Rivista: la speranza di vita si è allungata di circa trent’anni in media nell’ultimo secolo e continua a progredire. Una prima conseguenza, storicamente inedita, è che aumenta il numero di generazioni che convivono e si amplia l’arco temporale tra i più anziani e i più giovani. A questo si accompagna una dinamica della natalità che ci vede un Paese sempre più povero di giovani, più a lungo impegnati nella formazione rispetto al passato grazie all’aumento della scolarità. Cambia quindi quel parametro che i demografi chiamano tasso di dipendenza, ossia il rapporto tra popolazione in età non attiva (giovani in età scolare e anziani) e popolazione in età attiva, che si è anch’essa allungata, ma meno della vita media. Con la struttura demografica cambiano anche il modo di vivere, i bisogni e le priorità delle persone e della società.

Cogliendo alcune dinamiche in atto, si parla di una società “gerontocratica” per indicare il ruolo fondamentale occupato dagli anziani in tanti snodi cruciali, compresa la politica, visto il peso elettorale del loro voto. Si mettono in rilievo anche il prolungarsi indefinito della giovinezza e la fatica di dirsi adulti e agire come tali. In realtà, il punto è che i cambiamenti rendono obsoleti i codici culturali e sociali relativi alle varie fasi della vita e ai rapporti tra le generazioni. Per questo vanno riscritti alla luce di quanto sta accadendo, per permettere a tutti, indipendentemente dalla propria età, di trovare posto nella società.

In questo processo, per il nostro Paese – ma si tratta di considerazioni che valgono anche per altri contesti occidentali – vanno tenuti presenti anche altri snodi cruciali. Il primo riguarda il percorso, per quanto lento e talora incerto, di ridefinizione del ruolo della donna, che non può non investire la revisione dei modelli di rapporto tra generi anche in termini di ruoli sociali, in un’ampia serie di ambiti: dalla famiglia al mondo del lavoro, dalla politica al mondo delle associazioni, ecc.

Un altro snodo è rappresentato dai flussi migratori che interessano l’Italia. Negli ultimi anni – l’opinione pubblica mostra grande sensibilità a questo riguardo – siamo divenuti un Paese di destinazione, in particolare di immigrati giovani, ma ci siamo riscoperti anche come punto di partenza. Ancora una volta, emigrano soprattutto i più giovani, che vanno all’estero oppure lasciano il Meridione per le regioni settentrionali, come accadeva negli anni ’50 e ’60. Entrambi questi fenomeni ridisegnano la nostra società, hanno un impatto sulla nostra cultura ed evidenziano i limiti di un sistema di welfare progettato su una società con una fisionomia demografica diversa.

Dialogo fra le generazioni

Questi mutamenti richiedono di porre di nuovo mano al patto sociale fondativo del nostro Paese, tenendo conto delle novità. Ma chi è chiamato a prendere le decisioni che portano a un nuovo equilibrio? E su quali basi questo equilibrio viene individuato e scelto? In quale orizzonte temporale bisogna collocarsi? In forza di quali contributi di riflessione e valutazione compiere una decisione in una direzione piuttosto che in un’altra? Rispondere a questi interrogativi significa entrare nel vivo della questione.

Abbiamo scelto di usare la parola “patto” perché nella sua etimologia è presente non solo l’idea dell’accordo tra persone diverse, ma anche la prospettiva della creazione di un legame stabile: il patto è tanto contratto quanto alleanza. Ci sembra che un primo e necessario passo sia quello di adottare la formula di “patto fra le generazioni” per sottolineare soprattutto la volontà che il fondamento della vita sociale sia frutto di un dialogo fra le diverse generazioni, che non esclude la contrapposizione e il conflitto, ma li sa assumere in vista di una soluzione. Condizione necessaria è che tutte le parti in causa siano disponibili ad abbracciare una prospettiva di lungo periodo, senza rimanere confinate nel breve.

Questo richiamo al dialogo non è un mero esercizio di retorica, ma un requisito indispensabile perché la ridefinizione del patto su cui si regge la nostra società possa beneficiare della creatività inventiva e audace dei più giovani e dell’esperienza di successi ed errori dei più adulti. Sappiamo che l’esercizio del dialogo non è facile, perché implica essere pronti a rimettere in discussione le proprie idee (oltre che riconoscere i propri pregiudizi o prevenzioni) e stare in ascolto dei contributi altrui in modo aperto. Soprattutto passa per l’individuazione di un linguaggio comune e condiviso e per la scelta consapevole di volersi mettere in gioco in pieno, senza limitarsi ad additare privilegi o responsabilità altrui.

Mettere mano a questo cantiere richiede il coinvolgimento di tante forze: la classe politica è chiamata a fare la sua parte, ma va accompagnata – e se è il caso spronata – da parte delle varie componenti della società, perché l’opera da realizzare è innanzi tutto culturale, dato che si tratta di tessere l’ethos civile per l’oggi. A questo compito intendiamo apportare un contributo insieme al gruppo dei soggetti promotori del Forum di Etica civile, la cui terza edizione ha per tema proprio il confronto fra le diverse generazioni (cfr la Scheda di presentazione alle pp. 277-278). L’intento che ci anima è di lavorare insieme, giovani e adulti, per mostrare che un dialogo concreto e costruttivo tra generazioni è possibile e può costituire un fattore fondamentale per ridare slancio e forza all’Italia. Si tratta di spendersi per ripristinare – in alcuni casi forse reinventare – i luoghi in cui persone di età diversa possono ritrovarsi per confrontarsi e collaborare in vista di obiettivi condivisi. L’attenzione dedicata a questo aspetto caratterizza l’intero percorso del Forum di Etica civile, costituendone una chiara priorità nel modo in cui sono organizzate e svolte le iniziative a livello sia locale sia nazionale. Ad alimentare questa opzione vi è una convinzione: i luoghi di interazione franca tra generazioni, dalla famiglia ai contesti formativi, associativi o istituzionali, rappresentano occasioni insostituibili per sperimentare il confronto tra visioni diverse, in cui ognuno può apportare il proprio contributo originale senza appiattirsi su un singolo punto di vista. Tali luoghi sono anche incubatori fecondi, perché possa maturare una coscienza etica all’altezza della società che desideriamo e possano generarsi nuove narrazioni capaci di assolvere ancora quella che viene chiamata funzione utopica: permettere di immaginare un futuro diverso a partire da una lettura della situazione attuale abitata dalla speranza e non spenta dal pessimismo e dalla rassegnazione.

 

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