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Software, un patrimonio culturale da preservare

Fascicolo: ottobre 2021

Quando osserviamo i computer nei nostri uffici e i tablet sparsi per casa, gli smartphone in tasca o gli smartwatch al polso, ci rendiamo facilmente conto della crescente presenza di dispositivi elettronici nelle nostre vite, mentre facciamo più fatica a percepire la quantità di software che regola i nostri comportamenti quotidiani. La differente tangibilità tra l’hardware dei computer, cioè le loro componenti fisiche, e il software, cioè la componente immateriale di tutti i processi di trattamento automatico dell’informazione, è in gran parte all’origine di questa asimmetria. Se percepiamo facilmente che alcune nostre attività quotidiane avvengono attraverso un software (ad esempio, leggere un quotidiano su smartphone, condividere un’opinione via social network, pagare le imposte online o giocare a un videogioco), altre sembrano, illusoriamente, più indipendenti. Ma in realtà, anche quando guidiamo un’auto è un software a decidere come e quanto frenare, potenzialmente attivando l’ABS, o a condurre un ascensore al piano richiesto o a stabilire la frequenza e l’intensità degli impulsi elettrici da inviare al cuore di chi necessita di un pacemaker.

 

Al di là degli effetti catastrofici che i difetti di produzione (o “bug”) possono causare in questi tipi di software (come troppo spesso accade), l’evoluzione tecnologica della nostra società fa sì che sempre più attività umane siano effettivamente mediate dal software, e non sarebbe possibile realizzarle altrimenti, perlomeno non nelle modalità oggi previste. In questo senso, secondo il giurista statunitense Lawrence Lessig (2006), il software è diventato “legge”: o più precisamente una autorità regolatrice che, sostanzialmente, determina che cosa è possibile fare o non fare, e come farlo. L’importanza crescente del software ha alimentato un ricco dibattito su vari aspetti, quali il diritto dei cittadini a conoscerne i dettagli quando è usato nelle politiche pubbliche, la responsabilità civile e penale dei produttori e degli sviluppatori e, più in generale, l’etica della tecnologia (tema che precede di molti decenni la odierna pervasività del software, cfr Ellul 1969). In questo articolo ci concentreremo invece su un altro aspetto non meno importante: la conoscenza racchiusa nel software, che sta crescendo esponenzialmente di pari passo con la sua crescente diffusione, e come evitare che essa vada persa, divenendo inaccessibile alle generazioni future. [Continua]

 

 

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