Scarpe sportive: l'insostenibilità di un successo

09/01/2019
Nel 2016 sono stati venduti nel mondo più di 23 miliardi di paia di scarpe, ovvero circa tre paia per ogni abitante del pianeta. Il 4% è stato prodotto in Europa; l’87% in Asia, principalmente in Cina, in città aziendali che contano fino a diverse decine di migliaia di lavoratori, e in Vietnam, il principale concorrente del Regno di Mezzo. 

La scelta delle aree di produzione sembra dettata dal costo del lavoro e i marchi si orientano principalmente verso i Paesi o le regioni con i salari più bassi. A dimostrazione di questa dinamica, negli ultimi anni l’Etiopia è riuscita ad attrarre alcuni grandi gruppi del settore – soprattutto cinesi – grazie all’attuazione di una politica proattiva che prevede la creazione di zone economiche speciali in cui i costi di installazione e di funzionamento sono praticamente inesistenti per l’industria tessile, nonché in virtù di stipendi fino a dieci volte inferiori a quelli della Cina. 

Al di là di queste grandi tendenze, è difficile tracciare il percorso produttivo di un paio di scarpe: le catene di approvvigionamento sono spesso geograficamente frammentate e caratterizzate da elevata opacità e instabilità. In termini di vendite, le cose sono più chiare: le classiche scarpe da città, da donna o da uomo, stanno perdendo terreno a favore delle city sneakers, più comode e alla moda, che privilegiano materiali come i tessuti, la gomma e la plastica. 

Comode, pratiche, meno costose, le calzature sportive riscuotono un successo mondiale in questo inizio del XXI secolo. Nike e Adidas, che sono fra i leader del mercato, ne ricavano ingenti guadagni. Soprattutto gli azionisti, meno i dipendenti. Grazie a quale strategia e a quale prezzo dal punto di vista dell'equità e della sostenibilità? Nel numero di gennaio Aggiornamenti Sociali pubblica l'analisi uscita in Francia sulla rivista Projet, partner di Aggiornamenti Sociali, firmata da Christophe Aillot e Sylvain Ly, del Bureau d’Analyse Sociétale pour une Information Citoyenne (BASIC). 

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Ma esiste anche un impatto ambientale dell'industria delle scarpe sportive. Al tema è dedicata la scheda che completa l'articolo, a cura di Mauro Bossi SJ. «La scarpa - spiega Bossi - è composta di ventisei materiali, la maggior par¬te dei quali concentrati sulla tomaia: pur rappresentando il 23% del volume, la sua produzione comporta il 41% delle emissioni. Tuttavia, i materiali della suola hanno un impatto maggiore: essendo composti di derivati del petrolio, durante la camminata rilasciano sul terreno sostanze tossiche che, con la pioggia, vengono assorbite dalle radici delle piante. In totale, il 67% della scarpa da tennis è composto da materiali di origine petrolchimica, per un totale mondiale di 19mila tonnellate al giorno, metà delle quali va perso durante la fabbricazione». 

Uno studio del MIT svolto sulla marca Asics (relativamente alla produzione 2010-2011) ha esaminato l’intero ciclo di vita delle calzature. Delle quattro fasi della vita del prodotto – trasformazione della materia prima, fabbricazione, uso e smaltimento – il 70% delle emissioni è realizzato in fase di fabbricazione, per un totale di 14 kg CO2 equivalenti a paio. 


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