Ong, sbarchi e migranti: quando il tempo rende giustizia

Con tempi necessariamente più lenti di quelli dei tweet della politica (o della sua comunicazione al tempo dei social), la giustizia sta cominciando a ripristinare lo stato di diritto nei confronti dei richiedenti asilo e di chi li trae in salvo. Che poi significa rispetto delle convenzioni internazionali e dei diritti umani universali.

Già diverse sentenze della magistratura siciliana hanno sonoramente bocciato i teoremi di alcune procure, di fatto convergenti con il governo giallo-verde nel perseguitare le ONG impegnate in mare, accusandole di complicità con gli scafisti, di favoreggiamento dell’immigrazione illegale, persino di infrazioni delle regole di igiene pubblica. Varie inchieste, blocchi di navi, sequestri, interrogatori a tappeto, sono finite in archivio. Hanno però prodotto il risultato politico desiderato: le ONG sono state quasi tutte allontanate dalla zona operativa, il loro personale minacciato di severe condanne, le loro raccolte fondi compromesse, la loro reputazione infangata.

E non è finita, giacché il decreto sicurezza-bis minaccia nuove sanzioni, anzitutto economiche, per chi salva i naufraghi in mare e non li riporta in Libia. Ma su quest’ultimo punto arrivano da Trapani le motivazioni di una sentenza di ben 70 pagine del giudice Piero Grillo. Appaiono destinate a provocare non poche difficoltà alle strategie governative e alle procure che le hanno assecondate. Il giudice siciliano ha infatti mandato assolti, dopo dieci mesi di carcere preventivo, i due profughi africani, uno sudanese e l’altro ghanese, che avevano guidato la rivolta contro l’equipaggio della nave mercantile Vos Thalassa che li aveva recuperati in mare e li stava riportando in Libia, su disposizione del governo italiano. Secondo il giudice, si è trattato di legittima difesa contro un comportamento dell’equipaggio che sia pure in buona fede violava i loro diritti e li esponeva a gravi pericoli. La reazione è stata quindi legittima, né peraltro sono emerse prove di lesioni ai danni dei marinai.

Ma il passo più rilevante della sentenza, potenzialmente suscettibile di importanti sviluppi, è un altro: il memorandum tra Italia e Libia del febbraio 2017, quello promosso dal ministro Minniti, viene contestato dal giudice come privo di legittimità, in quanto violerebbe le norme internazionali sui diritti umani e la stessa convenzione di Amburgo sul soccorso in mare. Non sarebbe neppure valido, non essendo stato mai ratificato dal Parlamento come dovrebbe esserlo ogni trattato internazionale.

A quanto pare, le furberie hanno le gambe corte: il governo Gentiloni probabilmente scelse la via del memorandum proprio per sottrarsi al dibattito parlamentare, il governo Conte-Salvini-Di Maio l’ha applicato con durezza, ma ora si trova a fare i conti con le conseguenze della sentenza trapanese. La storia non finirà qui, ci saranno ricorsi e controricorsi, ma intanto si conferma un dato: le politiche migratorie sono un campo di battaglia, in cui i governi nazional-populisti e i movimenti xenofobi si trovano a dover fare i conti con i movimenti solidaristi della società civile e con ampie componenti della magistratura che non abdicano al dovere di difendere i diritti umani.
11 giugno 2019
Maurizio Ambrosini
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