ArticoloPrimo piano

Manteniamo viva la dimensione umana dello sport

Lei ha recentemente curato il libro Dentro le olimpiadi e le paraolimpiadi (Mimesis 2026), nel quale l’evento olimpico viene affrontato in una prospettiva interdisciplinare, che considera i Giochi soprattutto come fatto sociale. A partire da questo approccio, quali sono state le scoperte più significative?

Partendo da una prospettiva di sociologia dello sport, abbiamo cercato di sviluppare un discorso ampio, cosa che ci sembra particolarmente adatta a un evento complesso come quello olimpico, che tocca trasversalmente tanti ambiti della vita sociale, dell’economia, della gestione dei territori. Questo metodo ha dato spazio a contributi originali, come quello sugli atleti provenienti da altri contesti globali. Gli sport invernali, infatti, non sono più appannaggio esclusivo dell’area alpina e dell’Europa settentrionale: ci sono sciatori sudamericani, asiatici e africani, e questo trasforma l’immaginario collettivo. Un altro aspetto molto interessante è il volontariato: 25mila volontari, soprattutto giovani, scelti tra 130mila candidati, sono un fenomeno significativo, a fronte di un calo numerico generale nel mondo del volontariato, registrato da diversi anni. Il volontariato sportivo, invece, si mostra ancora vitale. Infine, un aspetto degno di nota è il cambio di linguaggio rispetto ai temi della disabilità: l’atleta paralimpico è in primo luogo atleta e i giochi paralimpici vengono messi sullo stesso piano comunicativo dei giochi olimpici. Tutti questi aspetti mostrano che il significato delle olimpiadi va ben oltre le gare.

 

A suo giudizio, quali sono le ricadute più positive dei Giochi olimpici sulla società nel suo complesso?

Si possono individuare diversi aspetti, il primo dei quali è simbolico. Purtroppo, non avremo una tregua olimpica: le guerre, la violenza, le aggressioni, continueranno anche in queste settimane. Ma il fatto che tanti giovani atleti di tutto il mondo si ritrovino rispettando delle regole, in un mondo nel quale le regole del diritto sono così spesso violate, ha un significato straordinario.
Poi c’è l’aspetto delle infrastrutture, con alcuni esempi positivi, come il villaggio olimpico di Milano, che verrà adibito ad alloggi per studenti universitari, un servizio estremamente importante per la città. L’auspicio è, ovviamente, che tutte le infrastrutture possano in seguito essere destinate a beneficio della popolazione locale. Le olimpiadi possono valorizzare alcuni territori poco conosciuti: Bormio, Livigno, Val di Fiemme, la valle di Antholz-Anterselva... certo, sarà necessario trovare un equilibrio tra l’afflusso turistico e lo sviluppo sostenibile di questi territori. La scelta di dislocare le gare su diverse località ha evitato l’eccessiva concentrazione.

 

Vi sono anche aspetti problematici legati ai Giochi, o scelte che avrebbero potuto essere migliori?

Penso alla questione dell’accessibilità economica: forse si è creduto che il pubblico dei Giochi invernali fosse d’élite, e di conseguenza i prezzi dei biglietti e degli alloggi in albergo sono troppo elevati. All’ultimo, c’è stato un intervento per offrire biglietti scontati alla cerimonia inaugurale. Le olimpiadi sono un evento popolare: la passione per lo sci raccoglie un pubblico vasto, non elitario. Gli sport invernali sono nati in un contesto sociale ristretto, ma c’è stata successivamente un’evoluzione culturale e un ampliamento della base sociale. Non tenere conto di questa dimensione popolare può essere problematico.

 

Nel vasto dibattito intorno ai Giochi, quali aspetti avrebbero meritato di essere più discussi e valorizzati?

Anzitutto, proprio l’esperienza olimpica in sé, ovvero il fatto che migliaia di giovani si ritrovino intorno a un codice sportivo, che è universale. Se trascuriamo questa apertura, rischiamo di restare in una dimensione un po’ provinciale, riducendo tutto alla dimensione della politica locale. Non dobbiamo dimenticare il valore simbolico straordinario dei Giochi. Inoltre, va sottolineata la capacità dello sport di creare comunità. Oggi le persone trovano nello sport uno dei pochi luoghi e momenti nei quali si sentono ancora parte di una comunità. Pensiamo, ad esempio, alle località alpine nelle quali lo sport sul ghiaccio raccoglie tutta la comunità locale. Questo mi sembra significativo in un momento in cui altre dimensioni, come la politica e la religione, sono meno efficaci nel favorire l’aggregazione. Le persone si ritrovano intorno allo sport e provano emozioni, sviluppano la capacità di appassionarsi in un’epoca in cui tutta la vita sembra definita dalla razionalità tecnica. Le passioni restituiscono umanità alle persone. L’appartenenza, la comunità, la passione, sono aspetti antropologici che vanno molto al di là dello sport come competizione. Certo, esiste sempre il rischio che lo sport si riduca a oggetto di consumo, mediatizzato, monetizzato. Noi abbiamo la responsabilità di mantenere sempre viva la sua dimensione umana.

6 febbraio 2026
Ultimo numero

Rivista

Visualizza

Annate

Sito

Visualizza