Le tre famiglie degli immigrati

La maggior parte degli immigrati in Italia vive ormai qui con la propria famiglia, e anche nei nuovi ingressi le ragioni familiari prevalgono sull’asilo, persino negli scorsi anni segnati dagli sbarchi.

Questo fatto ha importanti conseguenze. Quando i migranti s’insediano stabilmente, s’infrange il sogno delle società riceventi di approvvigionarsi di manodopera senza pagare costi sociali. La traiettoria dal lavoratore migrante solo alla famiglia immigrata è però tutt’altro che lineare. La vita familiare dei migranti si presenta come un percorso complesso e accidentato, fatto di separazioni e di ritrovamenti, di nostalgie e di legami, di ostacoli imprevisti, di ritorni indietro, di nuove partenze. A volte le famiglie sono già spezzate prima della partenza, altre volte si sfaldano, o si formano nuove unioni, in altri casi recuperano i rapporti e riescono a riassestarsi nel nuovo contesto di vita. Il ricongiungimento è lo sbocco di molti percorsi, ma pure un processo irto di ostacoli giuridici, economici e psicologici.

Nei casi più diffusi, la migrazione familiare è un processo a più stadi: la famiglia che vive insieme al Paese di origine deve affrontare la prova di una separazione, allorquando parte colui (o colei) che ha maggiori possibilità di oltrepassare i confini e trovare un lavoro. Poi viene il tempo della lontananza e dei legami affettivi a distanza, rinsaldati ma anche deformati dai ritorni, più o meno frequenti, in occasione delle vacanze.

Emergono qui fenomeni come quello della maternità a distanza, ossia le modalità con cui le madri cercano di mantenere viva la propria presenza presso i figli lasciati in patria, e insieme della sofferenza emotiva che da entrambe le parti s’infiltra nella relazione. Una rilevanza corrispondente assume il cosiddetto triangolo della cura, ossia il fatto che l’accudimento dei figli coinvolge figure terze, normalmente le nonne materne, chiamate a surrogare le madri e ad aiutarle a mantenere una presenza affettiva accanto ai figli.

Infine arriva il momento del ricongiungimento e della ricomposizione del nucleo, o mediante il ritorno in patria o, come accade più spesso oggi, con il trasferimento dei familiari nella società ricevente, se appena il (o la) primomigrante riesce a conseguire un accettabile livello di integrazione a livello economico e abitativo. Ma il ricongiungimento, anziché rappresentare il lieto fine di una storia di sofferenza e di perseveranza, è spesso un nuovo inizio, con tutte le incognite e i rischi che ne derivano. Incide in proposito anche il fatto che i ricongiungimenti sono percorsi complicati, avvengono spesso a tappe, non di rado rimangono parziali. I tempi sono comunque lunghi, richiedono in genere diversi anni.

Come si può intuire, nel rapporto con i figli queste lunghe parentesi di genitorialità a distanza pesano parecchio sulla possibilità di ricostruire rapporti di confidenza e intimità. È la dinamica che può essere descritta nei termini delle «tre famiglie» dell’immigrato: la famiglia che si ricompone nel Paese di destinazione, infatti, non solo è diversa dalla seconda, quella che viveva nella nostalgia nel tempo della separazione forzata, ma anche dalla prima, quella che si era formata nel Paese di origine. Nel frattempo tutti i protagonisti sono cambiati: non solo i figli che sono cresciuti, ma anche i coniugi, che hanno dovuto condurre per anni una vita indipendente, assumere nuovi compiti, sviluppare competenze che non avevano.
4 febbraio 2020
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