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Le riforme importanti non si impongono

La vittoria del NO al referendum giustizia

Il voto referendario del 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale della giustizia si è concluso con una vittoria del “no”, che ha raccolto il 53,2% dei consensi (oltre 14 milioni di voti) e, soprattutto, con un’ampia e inattesa partecipazione, visto che si è recato alle urne il 55,3% dei cittadini (il 58,9% se si considera solo il dato nazionale).

 

Non si tratta solo di dati numerici importanti, ma di indicazioni che vanno lette con attenzione perché, come sottolineavamo nell’editoriale di marzo, il voto per il referendum sulla giustizia non è stato solo di natura tecnica, ma ha avuto un valore inevitabilmente politico. Era difficile d’altronde immaginare il contrario: quando si interviene sugli equilibri costituzionali, come in questo caso, anche i quesiti più tecnici finiscono per toccare la visione complessiva della democrazia e del rapporto tra poteri dello Stato.

 

Una larga maggioranza di italiani si è mobilitata per questo referendum, perché ha avuto la sensazione di trovarsi davanti a un momento importante, non solo per l’oggetto specifico della riforma, ma per il modo scelto per realizzarlo, ossia la modifica della Costituzione. La polarizzazione del dibattito pubblico, alimentata tanto dai sostenitori del “sì” quanto da quelli del “no”, ha di fatto rafforzato l’impressione che la posta in gioco andasse oltre la riforma di un aspetto della nostra giustizia.

 

Questo esito è stato anche facilitato dal modo in cui funziona il referendum: molti cittadini hanno avvertito che il proprio voto “contava”. Pur nella complessità tecnica della riforma, è il tipo di appuntamento che, per la sua semplicità, fa sentire il cittadino immediatamente coinvolto: una scheda, una scelta, un effetto diretto. Le elezioni politiche, chiaramente, non si svolgono secondo questa modalità, ma l’alta affluenza al referendum dovrebbe spingerci a riflettere su quanto il funzionamento dell’attuale legge elettorale sia di fatto un ostacolo alla partecipazione dei cittadini al voto, nel momento in cui limita in modo significativo la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

 

Sempre nella prospettiva della partecipazione, il dato dell’affluenza merita una riflessione attenta. Non solo perché si è trattato di un dato molto alto per un referendum costituzionale, ma perché ha mostrato una mobilitazione trasversale alle varie generazioni. In particolare la partecipazione dei più giovani, tra l’altro ostacolata dal fatto che per i fuorisede (tra cui sono numerosi proprio i più giovani) non fosse possibile votare nel Comune in cui studiano o lavorano, rappresenta un indicatore significativo. In generale, è un dato confortante, perché la scelta di informarsi, farsi un’opinione e infine andare a votare esprime la vitalità di una cittadinanza che decide di non restare spettatrice, al di là degli orientamenti politici.

 

Da un punto di vista delle forze politiche vi è stata la presa d’atto della sconfitta delle forze della maggioranza e la soddisfazione espressa dai partiti di opposizione che si erano schierati per il “no”. Se le prime tendono a ridimensionare la portata politica del voto, i secondi si stanno già proiettando verso la prossima tornata elettorale. Nell’uno e nell’altro caso ci saranno delle conseguenze da trarre, con un’attenzione: un referendum non funziona come le elezioni politiche, né può essere tradotto in un giudizio complessivo sul Governo o sulle opposizioni. È probabile che nella maggioranza vi saranno delle ricadute sugli equilibri tra le forze che la compongono e sarebbe poi opportuno che si aprisse un confronto sulla responsabilità di chi ha portato avanti questa riforma. Per le opposizioni il rischio è di caricare di aspettative mal riposte il voto referendario. Di fronte a una proposta che non si condivide è relativamente facile costruire una larga convergenza, ben più complesso raccogliere consensi su una proposta politica condivisa, capace di tenere insieme visioni differenti e di tradursi in un progetto coerente, che vada al di là dei personalismi dei leader.

 

Infine, il referendum non può essere ridotto alla dialettica tra i partiti, anzi! Come già in altre occasioni, abbiamo visto quanto sia stato fondamentale il ruolo svolto dalla società civile: dalla raccolta delle firme per la costituzione di comitato per il “no” all’impegno profuso per informare sui contenuti, offrendo ai cittadini la possibilità di maturare un’opinione consapevole e arrivando infine in alcuni casi a prendere una posizione pubblica esplicita e argomentata.

 

L’eventuale rivendicazione della vittoria, dunque, difficilmente potrà essere attribuita a questo o a quel partito. Piuttosto, può essere letta come una riprova che nel nostro Paese esiste un attaccamento diffuso ai valori costituzionali, che continuano a rappresentare un punto di riferimento per ampi settori della popolazione. In un contesto internazionale segnato da tensioni e incertezze e in uno scenario nazionale che vede crescere le situazioni di povertà e le diseguaglianze, il richiamo alla Costituzione appare come un elemento di stabilità e di orientamento sui valori che devono guidare l’azione politica. Inoltre, l’esito del referendum dà un’indicazione di metodo cruciale: le riforme importanti non si impongono, ma si costruiscono attraverso il dialogo e il confronto. Per queste ragioni, questo voto ha ricordato che la Costituzione non è un testo lontano, ma una realtà viva, che chiede di essere difesa non per conservatorismo, ma per responsabilità.

24 marzo 2026
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