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Il viaggio per uscire dalla logica infernale della violenza

Immagine: Fotomovimento

Fascicolo: ottobre 2025

«Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». Questo amaro commento è pronunciato nelle ultime pagine del libro Le città invisibili di Italo Calvino (Einaudi, Torino 1972) da uno sconsolato Gran Kan, mentre osserva sul suo atlante Enoch, Babilonia e le altre città, che minacciose annunciano incubi e maledizioni. A distanza di decenni, queste parole possono risuonare attuali agli orecchi di tanti: ci riconosciamo in esse perché danno voce al senso di impotenza, intrecciato con la rassegnazione e la paura, che si sperimenta di fronte alle notizie di guerre, violenze, ingiustizie e sopraffazioni che quotidianamente avvengono e di cui veniamo a conoscenza.

Ma siamo interpellati anche dalla risposta al Gran Kan che lo scrittore italiano fa pronunciare a Marco Polo a proposito di questo inferno dei viventi, «che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme», e con il quale siamo chiamati a confrontarci. Vi è una strada facile, dice il viaggiatore veneziano: «Accettare l’inferno», assuefarsi ad esso al punto di non riconoscerlo più come tale e alla fine assumerne la logica. Ma c’è anche un’alternativa, certamente più rischiosa ed esigente perché richiede attenzione e un apprendimento continuo: «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Il messaggio contenuto in questa frase non è certo un’affermazione nuova o isolata, visto che riecheggia in numerosi scritti tanto cristiani, quanto di altre fedi o tradizioni di pensiero. È l’espressione di una ferma convinzione: anche nei tempi più bui, quando è difficile trovare motivi per sperare e impegnarsi, ci sono esempi di ciò che non è inferno.

In questo senso, le parole conclusive de Le città invisibili sono un invito che non invecchia e che chiede di non essere lasciato cadere nel vuoto: aguzzare tutti i nostri sensi perché non passino inosservate quelle esperienze che incarnano un’alternativa radicale e possibile, che sono una forma di resistenza a ciò che sfigura l’umanità e la creazione. La gravità di questo tempo, in cui le voci di pace e fraternità sembrano schiacciate da quelle che esaltano la violenza e la vendetta, ci fa prendere sul serio questo invito. Fare l’esercizio di riflettere su un’iniziativa che si oppone al pensiero sempre più pervasivo di un’ineluttabile conflittualità ci pare un contributo di senso da offrire in questo momento di spaesamento. Abbiamo scelto un esempio, che per quanto imperfetto, in divenire e non privo di contraddizioni, ci sembra che offra uno stimolo a quanti leggeranno questo testo per osservare la realtà con uno sguardo diverso.

 

Una flotta anomala

Dagli ultimi giorni di agosto il Mediterraneo è solcato da una quarantina di natanti che fanno parte di una flotta particolare. Non sono grandi navi mercantili o da crociera, e nemmeno le barche, spesso in condizioni precarie, utilizzate dai migranti che tentano di raggiungere le coste europee. Si tratta di imbarcazioni per lo più piccole e a vela messe insieme dalla Global Sumud Flotilla, una coalizione internazionale di organizzazioni non governative e altre realtà della società civile, che ha promosso una campagna nonviolenta per portare via mare alla popolazione palestinese cibo e medicine, raccolti grazie alla generosità di migliaia di persone, e richiamare l’attenzione mediatica su quanto sta accadendo. La campagna mira ad aggirare il blocco navale imposto da Israele dal 2009, ulteriormente inasprito dopo il 7 ottobre 2023, che impedisce a qualsiasi nave di entrare nelle acque territoriali di Gaza o di approdarvi.

I porti di partenza sono diversi e si trovano su entrambe le sponde del Mediterraneo, quella europea (Barcellona, Catania, Genova e alcune piccole città greche) e quella maghrebina (Tunisi), mostrando così che questo mare non è naturalmente destinato a essere una frontiera che divide, ma può essere uno spazio in cui prende forma una sfera pubblica mediterranea, in grado di «generare nuove forme di mobilitazione transnazionale, capaci di colmare i vuoti lasciati dall’inazione o dall’incapacità degli Stati» (Simoncini G. – Trenz H.-J., «La sfera pubblica mediterranea verso Gaza», in <www.jacobinitalia.it>, 19 giugno 2025).

Gli equipaggi, in tutto circa seicento persone, non sono composti solo da marinai e skipper, ma anche da attivisti, intellettuali e politici di quarantaquattro Paesi, tra cui quattro parlamentari italiani di diversi partiti. Tutti loro hanno preso parte a corsi di formazione per far sì che la missione si svolga secondo i principi della nonviolenza e del rispetto del diritto internazionale, ben sapendo che andranno incontro all’opposizione di Israele, le cui autorità hanno già dichiarato che tratteranno i partecipanti come terroristi. Non è la prima volta che le ONG tentano di realizzare operazioni simili e nel passato le reazioni israeliane sono state dure. Maria Elena Delia, coordinatrice italiana della Global Sumud Flotilla, ha dichiarato che «se [gli israeliani] ci chiederanno di non proseguire ci fermeremo, ma se ci diranno di tornare indietro rimarremo fermi». La stessa scelta di utilizzare barche piccole è stata fatta per apparire meno aggressivi. Tanti sono gli aspetti in gioco in questa campagna, di cui non conosciamo l’esito finale nel momento in cui scriviamo. Lo intuiamo considerando le reazioni che ha suscitato, da quelle di adesione e sostegno, agli sguardi più scettici di chi la considera donchisciottesca e anacronistica, all’aperta ostilità di chi come Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia, l’ha definita un’operazione vergognosa in cui sono strumentalizzati i morti di Gaza.

 

Davide contro Golia

L’iniziativa della Global Sumud Flotilla sembra inevitabilmente destinata a concludersi con un fallimento: troppo grande è la sproporzione delle forze in campo per ipotizzare che possa esserci un esito diverso. Siamo apparentemente lontani dall’episodio biblico che ha per protagonisti il giovane pastore ebreo Davide e il gigante filisteo Golia (Primo libro di Samuele 17), eppure proprio quel brano ci suggerisce che è necessario uscire da comprensioni ristrette, per cui l’aspetto esteriore determina, ad esempio, le possibilità di riuscita o una fionda non è considerata adatta a un duello.

Da lettori del brano biblico corriamo il rischio di concentrare l’attenzione su quanto accade quando i due uomini si trovano l’uno di fronte all’altro nel campo di battaglia, non riconoscendo che l’esito che lì si realizza è stato preparato dalle scelte di campo compiute da Davide in precedenza. Tra Davide e Golia, ancor prima dello scontro sul terreno, vi è un confronto tra due logiche diverse e tra loro distanti di pensarsi come singolo e di pensare le relazioni con gli altri, che siano membri della stessa comunità o avversari, nonché il valore della vita più in generale. Questa dialettica la ritroviamo anche nella storia, come nel caso della lotta nonviolenta per l’indipendenza indiana, dove le azioni ideate da Gandhi a partire dalla protesta del sale non mirano a eliminare l’avversario, ma sono uno strumento per ottenere rispetto e riconoscimento. A partire da questa lettura, allora si può interpretare in modo diverso la sproporzione che esiste tra la Global Sumud Flotilla e lo Stato di Israele e proiettare verso il futuro il potenziale lascito di un’iniziativa che sembra al momento solo velleitaria.

 

La testimonianza di una partecipazione collettiva

Il primo aspetto, evidente e fondamentale è la scelta radicale a favore della nonviolenza e della solidarietà. Questo distingue quanti hanno aderito alla Global Sumud Flotilla tanto dalle decisioni del Governo Netanyahu quanto dalle azioni di Hamas, nemici che pur essendo ben diversi dal punto di vista del diritto (uno Stato da una parte e un’organizzazione terroristica dall’altra), alla fine sono accomunati dal ricorso alla violenza e dalla volontà, più o meno esplicita, di continuare ad alimentarne la spirale distruttiva. Questa violenza si abbatte sui corpi di quanti sono coinvolti, ostaggi o vittime senza possibilità di scelta. Anche quanti hanno scelto di salire sulle imbarcazioni della Flotilla hanno accettato volontariamente di mettere in gioco i loro corpi: si sono esposti non solo con le parole – che sono comunque importanti – ma con un gesto impegnativo, che mette a repentaglio la loro stessa sicurezza, come dimostrano gli attacchi con droni subiti da due natanti a largo di Tunisi. Con i loro corpi, i loro nomi e le loro storie, quanti stanno navigando verso Gaza ci ricordano i corpi, i nomi e le storie di quanti vivono a Gaza, ma anche di quanti sono coinvolti nella guerra da una parte e dall’altra, cercando di superare quell’anonimato che disumanizza e finisce con il cancellare il senso di responsabilità verso di sé e gli altri.

Un’altra conseguenza di quanto appena detto, del tutto spiazzante e controcorrente rispetto al clima politico attuale, è di richiamarsi continuamente al diritto internazionale e al rispetto dei diritti umani. I membri della Sumud Flotilla non sono certo gli unici a farlo: gli appelli in tal senso si moltiplicano a livello di istituzioni internazionali e di figure come quella di papa Leone, ma la realtà sembra andare in tutt’altra direzione. Perché allora continuare a riferirsi a un sistema la cui credibilità ed efficacia sembra essere stata azzerata dalle decisioni di chi, in primis i Governi, dovrebbe osservarlo e farlo osservare? Le parole dell’attivista Boris Vitlačil fanno cogliere meglio il senso di questo impegno: «Il mio imbarco sulla flottiglia non è un atto di sfida, ma di dovere: il dovere di sostenere gli obblighi internazionali quando l’applicazione vacilla, il dovere di affermare principi quando le istituzioni falliscono. L’azione civile nonviolenta non è una catena di approvvigionamento alternativa; è un accelerante etico alla legalità» (Vitlačil B., «Da Sarajevo a Gaza, dai ricordi dell’assedio all’appello all’azione: ecco perché parto con la Sumud Flotilla», in <www.vita.it>, 29 agosto 2025). C’è una dimensione di testimonianza che viene evocata: qualcosa di essenziale, in questo caso il percorso che ci ha portato a elaborare i principi del diritto internazionale, che va custodito e riaffermato. Si tratta di una posizione che può essere sminuita o risultare incomprensibile, ma il cui valore consiste nel far riemergere interrogativi che in un tempo di violenza si preferisce rimuovere.

D’altronde, l’intera iniziativa della Global Sumud Flotilla ha il sapore di una testimonianza, in cui l’accento cade soprattutto sulla partecipazione collettiva. Di fronte a quanto sta accadendo nella striscia di Gaza, tanti uomini e donne della società civile decidono di fare un passo in più, alla protesta fanno seguire un’azione concreta che va incontro ai bisogni essenziali, un’azione diretta che intende contestare il blocco navale israeliano. Non si punta a risolvere il conflitto, ma a venire in soccorso di chi non ha cibo o medicine, ad attirare l’attenzione, creando una narrazione diversa da quella dominante. Può sembra poco, ma risponde a una necessità oggettiva e fa interrogare su quali sono le priorità da perseguire.

Soprattutto decidono di portare avanti questa iniziativa non in modo isolato, ma convergendo su un medesimo progetto. Già a giugno alcune delle organizzazioni oggi impegnate nella Global Sumud Flotilla avevano cercato di portare aiuti alla Striscia di Gaza per terra o per mare senza riuscirvi. Dopo questi eventi hanno deciso di unire le forze, costruendo così in poco tempo una rete ampia, che condivide un obiettivo concreto e la modalità scelta per realizzarlo. La stessa raccolta degli aiuti, che ha raggiunto le 300 tonnellate, ben oltre quanto era stato ipotizzato, si ispira a questa logica partecipativa, come si ritrova nelle parole di Stefano Rebora, fondatore dell’organizzazione genovese Music for Peace: «L’importanza del materiale che distribuiamo non è solo il cibo che momentaneamente elimina il problema della fame, dato che è un aiuto parziale, non una soluzione. Ma è il fatto che rappresenta migliaia e migliaia di persone che sono state coinvolte: hanno pensato, hanno fatto la spesa, sono venute da noi e ce l’hanno consegnata» («Come si gestiscono 300 tonnellate di cibo per aiuti umanitari», <www.ilpost.it>, 1º settembre 2025). Allo stesso modo si può ricordare il sostegno finanziario che è stato necessario per rendere possibile la partenza delle imbarcazioni e che è giunto da numerosi donatori di tutto il mondo.

 

Chiamati a scegliere

Nel momento in cui andiamo in stampa le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla attraversano il Canale di Sicilia, ancora lontane da Gaza. In un’epoca di viaggi sempre più rapidi, la scelta di affidarsi al vento come “carburante” è l’ulteriore aspetto anacronistico di un’iniziativa che sembra aver scelto come principio guida quello dello spreco (cfr Reginato A., «Inciampare nella follia della speranza», a pp. 540-545): spreco di tempo, di risorse, di possibilità di successo. Forse è proprio in questo elemento che risiede la chiave per comprendere la Global Sumud Flotilla. Per quanti ne fanno parte, la sostengono o simpatizzano con essa, questo spreco ha un senso diverso da quello che generalmente gli è attribuito: è un di più, una testimonianza in favore della vita, un’opera collettiva che «in mezzo all’inferno, non è inferno», per cui è importante impegnarsi, per farla «durare e dargli spazio», per riprendere le parole di Calvino. Scegliere di spenderci per questo spreco, capire con chi farlo e perché, sono le domande che ci vengono rilanciate dalle testimonianze come quella della Global Sumud Flotilla; le risposte che diamo come singoli e collettività rivelano chi siamo e chi vogliamo essere, e che mondo vogliamo costruire e lasciare in eredità alle generazioni future.

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