ArticoloSguardi dalle periferie

Il futuro nascosto negli slum. L’esperienza dei centri d’igiene di quartiere in una baraccopoli di Nairobi

Fascicolo: dicembre 2024

A Nairobi, capitale del Kenya, quasi due milioni di persone vivono in baraccopoli e insediamenti urbani informali, il più grande dei quali si chiama Kibera: una ferita aperta nel tessuto urbano della capitale che, nonostante i diversi interventi di istituzioni e organizzazioni interne e internazionali, non si riesce a rimarginare. Esistono tuttavia segni di una possibile rinascita dal basso. Nelle pagine seguenti, dopo aver tracciato alcune coordinate storiche, si tenterà di mostrare che cosa significhi oggi abitare in una delle baraccopoli più tristemente note dell’Africa subsahariana, mettendo in luce i segni di impegno e cambiamento che la attraversano.

Nascita di una baraccopoli

Gli insediamenti informali di Nairobi hanno una storia lunga, iniziata nell’epoca coloniale, quando nel 1905 la città fu scelta come capitale dell’Africa orientale britannica grazie alla sua collocazione a quasi 2mila metri di altitudine e alla cintura di foreste di cui era circondata, che rendevano il suo clima più gradevole e vivibile. Nel 1948 gli inglesi stesero un primo piano per lo sviluppo della città, che prevedeva aree verdi pubbliche, nuovi edifici per gli uffici statali, un’area commerciale e industriale per attrarre nuovi investimenti e complessi residenziali, serviti da un moderno sistema di trasporto pubblico urbano. Tuttavia, di fatto, gli unici che potevano usufruire pienamente dei servizi della nuova capitale erano gli inglesi e i loro domestici e dipendenti africani. Il progetto presentava numerosi aspetti discriminatori: nelle zone abitate dalla popolazione locale mancavano vari servizi fondamentali, l’accesso alle zone dove risiedevano i bianchi era possibile solo dietro il rilascio di un permesso e furono creati anche quartieri riservati ad altri immigrati di origine asiatica chiamati a lavorare nei cantieri. [continua]

 

 

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